giovedì 11 luglio 2013

Painting of The Week: Sole d'autunno e alberi (Egon Schiele, 1912)

E ora gridate pure allo scandalo. Inveite, bruciate tele, incarcerate.
Dove finiscono i pregiudizi, le cattive parole, le interpretazioni pruriginose e immorali?
Dove sono le ragazze nude che vi hanno fatto chiudere gli occhi, additare, parlare di stranezze?

La difesa migliore dai malpensanti per Egon Schiele sono i suoi paesaggi, i suoi alberi, i suoi fiori - se mai l'Arte abbia bisogno di essere difesa. L'altra faccia della medaglia dei corpi da lui ritratti.
Corpi contorti, pezzi di carne, oggetti, cadaveri ambulanti, sesso in esposizione, desideri abbrutiti dalla morale.
E, dentro, la fragilità di un albero che non regge il vento.
Dentro, un sole spento che non dà vita alla natura sottostante.
Dentro, piccoli monti che dividono, che annullano ogni comunicazione.
Dentro, il vento si alza, ti riempie i polmoni, poi la laringe, il naso. Impossibile parlare e urlare.
L'urlo ti muore dentro, dentro.

Se dovessimo rivoltare come un guanto quei corpi procaci e rossi di uomini e donne in mostra, abbracciati, vogliosi, impauriti, alle prese con l'intimità dei loro desideri, ecco, se dovessimo rivoltarli come guanti, non troveremmo che tronchi ridotti a steli, chiome calve che si sfogliano giorno dopo giorno. Non è difficile trovare il paragone: i tronchi e le chiome hanno le stesse posizioni dei corpi di Schiele, piegati come i gomiti e le ginocchia ad angolo acuto e ottuso.
Quegli alberi, che sono corpi, su quei piccoli monti, sembrano croci, parlano già di morte. Ma non di morte fisica: di quella interiore, di quel disagio che molti non fanno uscir fuori e che lasciano annaspare dentro, uccidendosi e rendendo la propria vita un trascinarsi continuo.
Lo sfondo chiaro parla chiaro: il sole è un'ombra. Il cuore non riscalda più. Quei monti ridotti a onde da una mano quasi infantile si agitano dietro gli alberi/corpi – come se la spinta della vita si andasse pian piano attenuando. Questo è un paesaggio, sì, ma un paesaggio interiore. Questo è un saggio sull'anima. E non è la descrizione delle anime degli anni Dieci del Novecento. Schiele lo sapeva che l'arte è arte e che è eterna e che non è riducibile ad un tempo e a un luogo.
Questo paesaggio è il paesaggio di ogni anima che vive trascinandosi, che lascia affogare se stessa, che non reagisce al mondo intorno sempre più affollato, soffocante, pieno. Se Munch ci ha mostrato l'urlo del mondo e l'uomo che si tappa le orecchie (o l'uomo che tenta di urlare a un mondo indifferente), Schiele ci mostra ciò che si agita nell'uomo che vorrebbe urlare, ma che lascia morire l'urlo dentro.

Schiele artista è così. Schiele uomo era un uomo che viveva. Anzi: che Viveva. Problemi ne aveva, eccome. In famiglia. In società. Eppure Viveva. Viveva perché non lasciava morire quell'urlo dentro. Non si trascinava. Metteva in mostra il proprio se stesso. Guardava la vita e la analizzava, la raccontava. Il suo urlo urlava fuori. Non aveva la forma di voce, ma di colori e pennello. 
L'artista vedrà di più, anche quello che non vuole. Sentirà di più, soffrirà di più. Ma gioirà anche di più. E vivrà di più, tante vite in una sola.  

1 commento:

Mari da solcare ha detto...

" Schiele ci mostra ciò che si agita nell'uomo che vorrebbe urlare, ma che lascia morire l'urlo dentro": bellissimo e proprio il paragone tra gli alberi tristi e i corpi umani discinti e e disfatti.
Complimenti. Grazie.