lunedì 8 luglio 2013

La bottega dei suicidi



Titolo originale: Le Magasin des suicides - Anno: 2012 - Nazionalità: Francia/Belgio/Canada - Genere: Commedia nera - Regia: Patrice Leconte - Dal romanzo di: Jean Teulé

In un mondo grigio attanagliato dalla crisi economica, lo stato francese decide di multare coloro che si suicidano per strada. Ma perché pagare una multa – che ovviamente si riversa sulla famiglia del suicida – quando è possibile morire assistiti dalla famiglia Tuvache?
I Tuvache sono proprietari da generazioni della bottega dei suicidi, un luogo in cui si vendono i modi più disparati di morire. Non una vera e propria eutanasia: solo un consiglio su come dipartire, il modo che più si adatta al cliente. C'è quello che vuole morire in maniera indolore e quello che lo vuole fare in maniera teatrale – e allora ecco il signor Tuvache che consiglia un veleno preparato dalla moglie o una bella katana con tanto di kimono.
Tutto fila liscio finché i Tuvache non hanno il loro terzo figlio, Alan: un bambino che sorride sempre e comunque, anche di fronte alle disgrazie e alle brutture. Alan è l'unico personaggio colorato: genitori e fratelli hanno grosse occhiaie nere e l'aspetto sempre mesto; vivono in mezzo a gente che vuole solo morire e che non lascia spazio a nessun tipo di speranza. Alan, dicendo “arrivederci” ai clienti della bottega e sorridendo di continuo, rischia di far fallire l'economia florida dei genitori.
Eppure sarà proprio il bambino a dare una svolta alla vita e al lavoro dei Tuvache.



La bottega dei suicidi è un film d'animazione, sì, ma si presenta come l'esempio più tipico per far capire che animazione e bambini non sono un'uguaglianza. La scelta dell'animazione è stata semplicemente la più giusta per il regista, che in questo modo ha potuto dar meglio vita all'ambientazione cupa e alle atmosfere inquietanti del romanzo. In altre parole, il pregio di questo film sta nel dimostrare che la tecnica animata è solo una tecnica scelta per raggiungere la poetica: l'animazione è come un piano sequenza o uno split screen, non è mai un significato fine a se stesso (“infanzia” è quello che il pensiero comune dà al disegno, ma è chiaro che non è così).
Di certo, non può essere un film per bambini, dato che La bottega dei suicidi inquieta nel profondo soprattutto gli adulti. Il tema principale è la morte. Meglio: la morte nella vita, vivere con il pensiero della morte e, quindi, essere comunque infelici proprio perché esiste la morte.
I coniugi Tuvache reggono tutta la metafora: sono coloro che, pur sentendo il peso della morte, continuano a vivere tra mille sofferenze celate dietro un sorriso di convenienza, di quelli pubblicitari sparati al cliente tra un consiglio e lo scatto della cassa. I coniugi Tuvache tentano di insegnare la stessa cosa ai figli: se con i primi due ci riescono, col terzo è tutto inutile, perché Alan ha capito che un po' di musica, di amore, di divertimento e di cibo si mette a posto ogni cosa.



Eppure il film rimane molto difficile da seguire. I personaggi spesso cantano e le loro canzoni – tutte lamentose – fanno il verso a un certo Tim Burton dei primi tempi. Tuttavia, non sempre riescono le parti da musical, che rallentano notevolmente un ritmo filmico già lentissimo di suo. Il film non è solo lento: ha un timing improbabile, difficile da trovare in altri film. Il ritmo sbilenco annulla gli effetti dei colpi di scena e dei climax: il risultato è un film dalle emozioni latenti che serpeggiano senza mai esplodere. Il tema è già di per sé inquietante – una famiglia che vende morte – in più la mancanza di una costruzione classica della storia porta lo spettatore in uno stato sospeso, in cui non si ha nessuna sicurezza, né un appiglio a cui aggrapparsi. L'autore lo fa anche nel finale, quando sembra tutto risolto e tutto riportato ad un ragionevole livello di vita: e invece no, ecco che sbuca, anche in mezzo all'happy ending, un fattore disturbante che conduce il film ad un finale nero e parecchio macabro. Anche i personaggi sono costruiti in maniera del tutto indecifrabile, tanto è vero che lo spettatore non riesce a identificarsi né con il tentativo di humor nero dei coniugi Tuvache, né con il pessimismo dei primogeniti, né – e questo è preoccupante – con la felicità indistruttibile del piccolo Alan.

Un film che non si rivela un semplice passatempo e che inquieta come pochi altri film: non si lascia mai andare a scene di ampio respiro né porta allo spettatore un minimo di speranza.

5 commenti:

Babol ha detto...

Questo lo punto da parecchio tempo, appena posso lo recupero. Mi sa di film per cui Burton potrebbe mettersi le mani nei capelli *__*

Marco Goi ha detto...

mi hai fatto venire voglia di vederlo!

Veronica Mondelli ha detto...

Se lo vedete, fatemi sapere che ne pensate. Non ho ancora capito se mi sia piaciuto o no!

federica ha detto...

Appena visto. Incredula davanti al finale.

Anonimo ha detto...

Mi è piaciuto molto.
Condordo con il tuo commento.
"Spiazzante" a tratti ma anche non banale.
Marco