martedì 6 agosto 2013

Viaggio verso Agartha



Titolo originale: Hoshi o ou kodomo (Bambini che inseguono le stelle) - Titolo internazionale: Children who chase lost voices - Anno: 2011 - Nazionalità: Giappone - Genere: Fantasy - Regia: Makoto Shinkai

Prima di recensire questo film occorre segnalare un aspetto non secondario: il doppiaggio. Non guardate Viaggio verso Agartha nella versione doppiata. Guardatelo categoricamente in giapponese con i sottotitoli in italiano (anche se pure i sottotitoli lasciano molto a desiderare). L'edizione italiana "curata" dalla Kazé ha optato per la distruzione del film in fase di doppiaggio: nessun famoso e valido doppiatore italiano. I doppiatori sono non professionisti italo-francesi che tentano di recitare in italiano, con il risultato che le intonazioni e le pronunce sono completamente fuori controllo - roba da far rivoltare nella tomba i rappresentanti di migliaia di anni di recitazione. Se volete ridere e guardare un'opera vergognosamente trash, potete guardare il film doppiato in italiano. La cosa crea un po' di straniamento, dato che storia e ambientazioni hanno nulla di comico. È lecita un'introduzione del genere, dato che l'edizione in blu-ray non è proprio economica e che, da questa, ci si aspetta solo l'eccellenza.



Viaggio verso Agartha è un'opera particolarissima. Anzi, di fronte a questo film cade completamente ogni possibilità di critica. Il lavoro di Shinkai è forse uno degli esempi più lampanti di opera d'arte che resiste alla critica di qualunque scribacchino; di quelle opere che ti insegnano che l'arte prima si sente, poi, semmai, si analizza. Viaggio verso Agartha ci dice che l'opera d'arte è un processo di impressione/espressione; non sempre la si può spiegare usando linguaggi razionali.



E, infatti, bisogna “ragionare” per impressione. Tutto si muove attorno al concetto di vita e morte. La protagonista, Asuna, ha perso il papà e vive sola con la mamma, che però non è mai in casa per via del suo lavoro di infermiera; la bimba incontra Shun, un ragazzo che salta da altezze incommensurabili senza farsi del male e che porta al collo una strana pietra azzurra. Asuna ha sentito il canto di Shun tramite una radio a galena, un canto straziante e familiare: l'ultimo canto di chi sa che deve accomiatarsi dalla vita. L'insegnante di Asuna va in congedo per maternità. La sostituisce Ryuji, un giovane professore vedovo, che ha il pallino per il mondo dei morti. Vuole a tutti i costi trovare Agartha (il corrispettivo del greco Ade) per riprendere sua moglie e riportarla in superficie - un po' come Orfeo e Euridice (con il cui mito viene fatto un interessante parallelo tra sguardo e cecità).
Quando Shun viene trovato morto, anche Asuna decide di andare ad Agartha col suo insegnante. E Agartha è un mondo immenso, costellato da rovine di un'antica e gloriosa civiltà, abitato da strani guardiani che hanno le sembianze di animali mitologici e da creature che non vivono fuori dell'ombra e che divorano i non agarthiani. Gli agarthiani sono pochissimi e per un motivo ben preciso: sono troppo abituati alla morte.

Il contrasto tra vita e morte si gioca ad un livello quasi inesprimibile. Gli abitanti della terra non accettano la morte e tentano di forzare il suo corso e quello della vita. Gli agarthiani, invece, cadono in rovina proprio perché accettano la morte troppo facilmente e, pertanto, non danno il giusto valore alla vita. Ogni personaggio ha il suo personalissimo e quasi criptico rapporto con la morte. Il professore, ad esempio, non si capacita di aver perso la moglie. Asuna, invece, non sembra mai pensare al distacco. Semmai, per lei, andare ad Agartha significa poter vedere un'altra porzione di mondo, poter esplorare se stessa, uscire fuori dalla sua solitudine.



Il difetto che può essere imputato a questo film sta nell'aver lasciato troppi nodi irrisolti. In realtà, questo è anche il grande fascino dell'opera, che si fa misteriosa e sibillina in molti punti ma che, proprio per questo, sa trasmettere un senso generale comprensibile non razionalmente ma solo emotivamente.
L'autore gioca con il tempo storico e l'immaginazione. Ad esempio, incollocabile sembra la sequenza del passato dell'insegnante, posta in un luogo e in un tempo fuori da ogni razionale universo storico, situata in una guerra che sembra essere quella del '14-'18, in un'atmosfera tra le più drammatiche, tragiche e romantiche del film: una piccola storia nella storia, una sequenza tra le più inspiegabili, ma anche tra le più compiute e coinvolgenti. Oppure quella sorta di ricordo/immaginazione – non è ben chiaro se del professore o di Asuna - in cui lui è il padre di lei. Un film per lo più innervato dall'intreccio inspiegabile di vita e morte, dove i giochi onirici della fantasia e del doppio la fanno da padrone. Un viaggio fantastico, un percorso tra scenari naturali mozzafiato e sentimenti altalenanti, fino all'accecante incontro finale con le anime...

... fino a capire il senso della vita. Che è un senso che sfugge e il fuggevole è proprio l'incanto dell'esistenza. Fino a capire che vita - piena e rigogliosa - non è solo nella pancia di una mamma o nell'amore di due amanti - uniti o divisi che siano -  ma è anche in un semplice "ci vediamo" detto col sorriso sulle labbra.  


1 commento:

Vele Ivy Di Colorare ha detto...

Anche questo lo devo vedere! Ovviamente in giapponese coi sottotitoli!