mercoledì 7 agosto 2013

Being Erica



Anno: 2009-2011 - Nazionalità: Canada - Genere: Fantasy - Stagioni: Quattro (serie conclusa) - Ideatore: Jana Sinyor

Erica Strange ha trentadue anni,  ha una laurea e un master in letteratura, ma lavora in un call center, non ha un uomo, è afflitta da rimpianti e da un passato doloroso (la morte del fratello) che non riesce ad affrontare: in definitiva, è scontenta della sua vita. Avrebbe voluto fare la scrittrice, ma si ritrova ad aver passato i trenta senza aver raggiunto un obiettivo.
Erica finisce in ospedale ed è una donna distrutta. Ma al suo capezzale compare l'affascinante dottor Tom, un analista, che le offre il suo aiuto e le propone una terapia tutta particolare: la terapia dei viaggi nel tempo.
Il dottor Tom permette a Erica di tornare indietro nel tempo, di rivivere quelli che lei ricorda come rimpianti o come bei ricordi e glieli mostra con gli occhi del presente. Rivivendo il suo passato, Erica ha la possibilità di esorcizzarlo, metabolizzarlo e lasciarselo alle spalle. Di mettere un punto alla propria vita e alle paure che quel ricordo ha suscitato e di andare avanti. Nel corso delle quattro, brevi e compatte stagioni, Erica procede con le varie fasi della sua terapia: dalla terapia "in solitudine" e dei viaggi nel tempo a quella di gruppo, in cui non solo si confronta con altri pazienti del dottor Tom (e lì scatta la gelosia per non essere l'unica del suo analista) ma si fa aiutare e aiuta gli altri intervenendo nel loro passato; si continua con la terapia dei mondi paralleli, in cui il dottor Tom mostra a Erica come sarebbe stata la sua vita se... Erica ha poi la possibilità di entrare nel corpo e nel passato degli altri, fino ad accedere al “corso” da tirocinante. Il tutto con l'obiettivo di rinascere e di diventare, a sua volta, un'analista.



La serie televisiva è categorizzata come fantasy. Inizialmente, l'idea dei viaggi nel tempo non è troppo chiara: sembra – ma, in fondo, lo è – una metafora. Solo rivivendo (mentalmente) il nostro passato con occhi diversi, togliendoci di dosso il modo in cui lo abbiamo deformato – in meglio o in peggio – si può fare terapia su se stessi. Tuttavia, più si va avanti con le stagioni e più, effettivamente, la serie diventa fantasy. Ci si rende conto che il viaggio nel tempo, sì, continua a essere una metafora della terapia, ma è un reale viaggio nel tempo. Erica, ad un certo punto, manipola davvero tempo e spazio, tanto da riuscire a rivivere intere giornate e a modificarle. Grazie a questo espediente, la serie assume un tono completamente avulso dallo scenario televisivo contemporaneo, dato che non si può né identificare come soap, né come una serie alla Brothers & Sisters o alla Sex and The City, né come un medical drama né, però, come un fantasy vero e proprio.



In Being Erica c'è un'estrema dose di femminilità. Tutto è orientato verso il genere femminile. Anche gli uomini. Erica, a poco a poco, affronta di nuovo il suo passato e prende delle scelte che prima la terrificavano. Trova il coraggio di presentarsi alla più grande casa editrice di Toronto, dove viene subito assunta. Da qui, inizia a rifiorire. Vestitini colorati, scarpe tacco dodici, capelli mossi e sempre al vento, borse firmate, pausa pranzo e caffè e aperitivi in locali deliziosi. Il capo di Erica, Julianne Giacomelli – da acido acerrimo nemico quale era – diventa prima la sua migliore amica e poi la sua socia. L'appartamento di Erica, molto piccolo, è graziosissimo e, soprattutto, diviso sempre con un compagno-principe-azzurro: l'efebico professore Ethan, la rockstar Kai e, infine, il muscoloso, ex criminale e poi creativo giardiniere (cosa c'è di più femminile di questo?) Adam. Anche il collega di Erica, Brent, impeccabile, delicato, biondo e sempre alla moda, creduto omosessuale per tre stagioni, be', non lo è affatto. È solo uno degli elementi maschili che vengono visti attraverso un filtro molto femminile. E poi ci sono gli amici di Erica, i due proprietari del locale Goblins, Dave e Ivan, che si sposeranno in una cerimonia tra le più dolci e significative della serie: due omosessuali, sì, ma non quelli propinati da una certa patinata visione del mondo. Sono due simpatici bartender con qualche chilo di troppo, uno pelato, l'altro rosso come un folletto. Being Erica ha anche questo di buono: sdogana e rende finalmente normale ciò che effettivamente è normale e che nessuno vuole vedere come tale.
Insomma, una visione del mondo non solo femminile, ma femminile intelligente.
Perché quando Erica decide di scrollarsi di dosso paure, rimpianti e passato, decide anche di prendere la vita a modo proprio, facendo scelte precise, sbagliando anche, talvolta risultando antipatica. Erica, in fondo, non è un'eroina, non è la star perfetta delle serie tv, di quelle che anche negli sbagli appaiono mitiche e perfette. Erica è una persona normalissima – la scelta di un'attrice non particolarmente bella, ma bella a modo suo, è già di per sé ottima – con cui ci si identifica facilmente e che a volte lo spettatore respinge, proprio perché si comporta come ci comportiamo nella vita di tutti i giorni: Erica tira fuori il meglio di sé e di noi spettatori, ma anche il peggio. Tuttavia, la sicurezza che assume in quattro stagioni (quarantanove episodi appena) è invidiabile ed è qualcosa che forse nessuno acquisisce completamente nella propria vita. Semmai, il merito di Erica è quello di porci di fronte alla vita con la giusta paura, quella che poi viene ripagata dalle soddisfazioni, insegnandoci a superare la paura invalidante.
I problemi di Erica vengono scavati a fondo, tanto che le situazioni da superare sono sempre complesse e non lasciano mai lo spettatore indifferente come di fronte ad una normale puntata seriale piena di problemi quotidiani.



In ogni caso, tutto il fascino di Being Erica è nella struttura portante fantasy. Lo studio del dottor Tom – e quelli degli altri dottori – non esistono realmente. Esistono in uno spazio e in un tempo dilatati, inseriti nello spazio e nel tempo normali, non percepiti dagli altri ma percepiti solo dal paziente. Erica ha la possibilità di vivere un tempo più ampio e di aprire porte che la conducono altrove. Anche la metafora della porta appare azzeccata: la porta come scelta e come sguardo esterno e più oggettivo - ma non privo di emozione - sulla propria vita passata.

Sì, il viaggio nel tempo è una metafora: è la possibilità di trovare uno spazio di riflessione dentro noi stessi, di essere i nostri stessi terapisti, di poter trovare da soli la propria strada, una strada ragionata e scelta con cognizione nella nostra vita. Fantascienza? Forse. Ma dipende anche dal modo con cui riusciamo a guardare il mondo e noi stessi.  

3 commenti:

Barbara Jurado ha detto...

Mi mette sempre allegria questa serie! :)

Veronica Mondelli ha detto...

Sì, vero. E anche un po' di tranquillità ;).

GIOCHER ha detto...

"Un' attrice non particolarmente bella.." ?!?!?

+_+
Ma se e' uno schianto.