mercoledì 21 agosto 2013

Stoker



Anno: 2013 - Nazionalità: USA - Genere: Thriller - Soggetto e Sceneggiatura: Wentworth Miller - Regia: Park Chan-wook

Il giorno del suo diciottesimo compleanno, India Stoker perde il padre in un misterioso incidente. Durante il ricevimento per il funerale, fa la comparsa in casa lo zio Charlie, secondogenito degli Stoker, della cui esistenza India aveva mai saputo nulla. Lo zio Charlie è giovane, bello, magnetico e ha sempre viaggiato per il mondo senza mai tornare a casa. Conosce il francese, sa cucinare, ha visitato ogni luogo possibile e immaginabile. Ma lo zio Charlie nasconde anche qualcosa – qualcosa di terribile. Charlie si focalizza su India e cerca di tirarle fuori ciò che lei ignora di possedere. India non può non cedere al fascino dello zio. E cedere, in questo caso, non significa abbandonarsi in maniera passiva ad un uomo: significa, per India, scoprire la propria identità, capire quello che ha dentro di sé e farlo venire allo scoperto. In altre parole, far uscir fuori la sua morbosa attenzione nei confronti della morte, che per India ha uno spiccato senso erotico.
Stoker, sulle prime, è un thriller, in realtà è un romanzo di formazione, è la storia della presa di coscienza di un'adolescente che diventa donna. E, per quanto il soggetto e la sceneggiatura siano di Wentworth Miller (il Michael Scofield di Prison Break), questo romanzo di formazione viene confezionato alla maniera di Park Chan-wook. Segno che una storia simile non poteva non essere esaltata dalla macchina da presa del Maestro coreano.
Perché, ovviamente, narrata in questo modo, la trama sembra una qualsiasi altra trama. Girato da Park Chan-wook, Stoker diventa un tassello interessante nella filmografia del regista, il quale sembra inseguire con determinazione sempre gli stessi temi: Io e Altro, formazione dell'Identità, Specchio.



Park Chan-wook ti inganna, sempre. Park Chan-wook non realizza mai il tutto bianco o il tutto nero. Park Chan-wook ama l'ambiguità, perché l'uomo è ambiguo, non è mai solo buono o solo cattivo. In Old Boy, ad esempio, quella che sembrava la vittima si rivelava poi il carnefice (carnefice passato e carnefice sulla figlia); il padre-vittima di Mr Vengeance diventa un sicario-carnefice in Lady Vengeance. La meravigliosa, sublime e spietata madre protagonista di Lady Vengeance è insieme angelo e demonio: eppure, di fronte a tanta bellezza mista a tanta brutalità non si può non rimanere affascinati. Park Chan-wook ha sempre creato questo infinito gioco di specchi, in cui il riflesso di se stessi è il riflesso di qualcun altro che poi diventa il proprio stesso riflesso. Non si è mai monolitici Uno e Io. Si è sempre Io e Altro. E, di solito, quell'Io lo tira fuori l'Altro.

India ama la morte. Ama uccidere uccelli e impagliarli. Ama guardare i colli che si spezzano e far sgorgare sangue quando bacia qualcuno. India non ama e basta: India fa sesso con la morte. Questo però non lo sa sin da subito. Lo sa solo quando guarda in faccia lo zio. E anche qui Park Chan-wook inganna: per metà e oltre del film convince lo spettatore che India sia la vittima, messa in pericolo da uno zio terribilmente violento. In realtà, tutto ciò che India scopre sullo zio diventa bagaglio per la propria identità. Fino a diventare una persona completa, fino a diventare, da vittima, carnefice.
Nelle prime sequenze del film, India si guarda allo specchio ma non vede la sua immagine. Non vede nulla. A poco a poco, inizia a inserire nella sagoma del proprio volto le tessere della propria esperienza. Gli altri la formano e lei coglie solo quello che le serve. Non c'è bisogno di tirare fuori chissà quali teorie per dire questo. Lo dice India stessa, nel suo monologo iniziale:

Le mie orecchie odono ciò che agli altri sfugge. Le piccole, remote cose che la gente normalmente non vede sono visibili ai miei occhi. Questi sensi sono frutto di una vita di desideri. Desideri da riscattare. Da completare. Come alla gonna serve il vento per gonfiarsi, non sono fatta solo di me stessa: indosso la cintura di mio padre, stretta attorno alla camicia di mia madre, e le scarpe di mio zio. Questa sono io. Proprio come un fiore non sceglie il proprio colore, noi non siamo responsabili di ciò che diventiamo. Solo dopo averlo realizzato saremo liberi. E diventare adulti è essere liberi.













Guardare suo zio negli occhi e cercare di completare quel desiderio è ciò che India farà di continuo. Lo farà lasciando il desiderio incompleto, perché un desiderio completo non è più desiderio – e, si sa, è il desiderio che porta avanti la vita dell'uomo. Quel sottile gioco incestuoso, mai completamente visibile e mai portato fino in fondo, tra India e suo zio Charlie è ciò che tiene in vita quell'Eros e Thanatos di cui India si nutre. Così, per unire India e Charlie diventa fondamentale tutto ciò che li divide. L'Eros è solo per procura, a distanza, è solo un colpo d'occhi. Dapprima c'è il pianoforte, lo Stoker Duet che India e Charlie eseguono a quattro mani – sequenza girata con geniale maestria, la più bella del film, probabilmente la più erotica. Dopodiché, Charlie si lascia guardare da India mentre seduce sua madre. E India si lascia guardare dallo zio mentre si fa quasi stuprare da un suo compagno di classe. Fino al “coito” finale: India sdraiata a terra, sopra di lei la vittima col collo da spezzare, sopra ancora lo zio Charlie che quel collo lo spezza, con grande orgasmo per entrambi.
E così si procede verso un finale in cui, man mano che l'identità di India si completa, l'eros si fa sempre più tutt'uno con la morte. Anzi: la morte diventa il preludio immancabile per poter godere di se stessi fino in fondo.



Wentworth Miller ha avuto il pregio di aver inventato una storia piuttosto classica, ma con notevoli spunti originali. Lo schema del thriller psicologico appare classico; di originale, invece, vi è la capacità di aver scritto un thriller con un profondo riferimento alla formazione della psiche.
Park Chan-wook ha trasformato in immagine accattivante e tesa un film in cui, in realtà, non succede nulla. I punti nodali sono pochissimi, tre o quattro al massimo. Gli attori sono solo tre. Lo spazio solo uno, la casa degli Stoker. Fotografia, regia e montaggio fanno la differenza: Park Chan-wook si affida a una luce penzolante e al vedo/non vedo, all'alternarsi di porte chiuse e aperte, all'affusolarsi di scale, al percorso di corridoi spezzettati di continuo attraverso punti di vista diversi e scavalcamenti di campo. Il film è fatto di silenzi e di sguardi che si incrociano; di montaggi paralleli e alternati che portano lo spettatore avanti e indietro, di qua e di là, procedendo per concetto o emozione e non per descrizione. Park Chan-wook si affida poi ai rumori, alcuni dei quali emergono con forza a sottolineare stati d'animo, sentimenti e passioni. E poi c'è il pianoforte, con quel battere di tasti che sublima nella musica – e quindi nell'Arteil Bello e il Brutto.

In altre parole, Park Chan-wook è un maniaco della forma. È un maniaco della forma perché sa che solo dalla forma il senso arriva più diretto, sia alla ragione che al sangue. E Stoker è un film che Park Chan-wook ha plasmato a proprio modo, un film ormai suo e non più di Miller. Di quelli che lasciano attoniti, di quelli a cui pensi anche molto dopo che le luci in sala si sono accese. Di quelli che investono lo spettatore con la sua dose di inquietudine: sono vittima o carnefice? E quante probabilità ho di tirare fuori il male o il bene che sono in me di fronte allo “specchio giusto”?

Il mistero sulla mente di India esce fuori solo di fronte al mistero della mente dello zio Charlie. Il problema è: quanto si è forti per non essere plagiati e rimanere comunque liberi? Quanto in noi c'è di Io e quanto di Altro?

10 commenti:

Barbara Jurado ha detto...

Bellissimo, per me è già un cult! <3

Veronica Mondelli ha detto...

Sì, più ci penso e più diventa un cult anche per me *_*!

GIOCHER ha detto...

P C W e' un maniaco.Punto.
Ma e' bravo con le manovre di ripresa e la luce, sebben troppo sprecato per il genere che tanto l'appassiona. E qui e' decisamente sottotraccia rispetto alle sue note capacita'..

Veronica Mondelli ha detto...

Forse ti è sembrato sottotraccia per la sceneggiatura non sua, perché si è trovato in terra straniera e sotto le gerarchie hollywoodiane - tutte cose da tenere conto, specie le gerarchie che, da sempre, dai Ford e dai Capra, hanno tentato di soffocare gli animi più originali.
Detto questo, io trovo davvero geniale che un Autore con la A maiuscola e con una poetica ben precisa sia in grado di veicolare temi difficili, profondi, a volte inesplicabili e solo dibattuti in testi filosofici tramite un genere cinematografico navigato. È geniale perché così un autore riesce a far arrivare a tutti qualcosa che in altri casi potrebbe (forse) arrivare solo col film intellettualoide e incomprensibile ai più.

Kelvin ha detto...

Splendida recensione, hai sviscerato alla perfezione tutti gli aspetti del film, e sono completamente d'accordo che Park Chan-Wook sia un 'maniaco della forma'. Solo che in questo film, a mio parere, ne è rimasto prigioniero... la pellicola è esageratamente formale, e non emoziona mai. E' vero, come dici te, che non succede proprio nulla (e ci sono molti thriller fatti così) ma qui non c'è nemmeno pathos e si capisce subito come andrà a finire. E non basta secondo me una confezione deluxe e una cura quasi maniacale dei dettagli per appassionare lo spettatore. Questo film assomiglia a un frigorifero vuoto: se apri lo sportello scopri che non c'è niente...
Francamente stento a riconoscere il Park Chan-Wook di 'Old boy' e 'Lady Vendetta' (pellicole, quelle sì, davvero disturbanti) ma va detto che 'Stoker' è un film su commissione, non scritto da lui e dove il regista è stato chiamato a dirigere dopo svariati rifiuti di altri colleghi, arrivando all'ultimo momento e con poche possibilità di intervenire sullo script. E si vede.

Veronica Mondelli ha detto...

Non ne avrei parlato con così tanto trasporto se il film non mi avesse presa ;). Al di là dell'analisi forma/contenuto, esiste l'ingresso privilegiato per ogni spettatore. L'identificazione dipende da tante cose, non è questo il contesto per parlarne. Basti sapere che alla scena del duetto stavo per morire! Ero senza fiato.
Molti mi hanno detto la stessa cosa che dici tu a proposito di Lady Vengeance. Per me il suo migliore, per molti un film minore o poco sensato.

GIOCHER ha detto...

Non e' un caso che arrivati ad incassare i soldini americani,i registi orientali (e non) facciano una brutta (o mediocre) figura... -Vedere alla voce Ang Lee, Won Kar Uai ecc...

persogiàdisuo ha detto...

Un'enorme delusione! Film maniacale su una maniaca!

Babol ha detto...

Per me Stoker è stato una rivelazione, quasi un capolavoro! Nelle mani di un mestierante qualsiasi sarebbe uscito fuori un thriller buono giusto per la TV ma in quelle del regista coreano diventa un delirio. E bellissima anche la recensione!!

Veronica Mondelli ha detto...

Babol, visto come la pensi anche tu, sono sempre più convinta che Park Chan-wook abbia un punto di vista molto femminile. Credo che vada a stuzzicare il femminile nascosto dentro di noi - anche negli uomini, ovvio!