mercoledì 8 maggio 2013

Painting of the Week: La sala delle agitate nell'ospizio di San Bonifacio (Telemaco Signorini, 1865)


La storia della pittura per macchie, forse, ha ancora qualche risvolto irrisolto. C'è chi ne attribuisce la paternità agli Impressionisti, chi ai Macchiaioli. Si tratta sempre di andare a guardare con la lente d'ingrandimento date e attribuzioni del nome, prime esposizioni e prime critiche. Che sia stato il 1862 (o il 1855) per i Macchiaioli e il 1863 per gli Impressionisti (quando espose anche Manet con Le Déjeuner sur l'herbe) o il 1874, in fondo, poco importa. Si trattava sempre di macchie e di impressioni; si trattava sempre di artisti che volevano sperimentare la luce sulla tela affinché l'arte non fosse solo riproduzione fotografica, ma ricerca - ottica, visiva, immaginifica, realistica...

Telemaco Signorini è uno di quelli che ha ricercato, tutta la vita. Non siamo di fronte all'artista maledetto, a quello scomparso precocemente, a quello folle che fa della vita un'opera d'arte. Se proprio dobbiamo confrontare gli italiani con i francesi, possiamo dire che il nostro Signorini ebbe la caparbietà della quotidiana ricerca pittorica alla Cézanne, un certo gusto per gli interni alla Degas e la voglia di raccontare la realtà alla Daumier (anche se quest'ultimo non fu impressionista).

Signorini si impegnò nell'arte per una vita intera. Ad un certo punto, in quel di Firenze, si unisce a Fattori e a Lega e decide di dipingere per macchie, restituendo i colori solo dallo scaturire della luce, come avviene otticamente. Allo stesso tempo, però, Signorini viaggia. E non fa quei viaggi da artista colto e chic. Tutt'altro.
Signorini entra nel carcere di Portoferraio e ritrae il momento dell'appello dei detenuti, uno dei quali è Carmine Crocco, un famoso brigante che aveva messo sotto scacco prima i Borboni e poi la neonata Italia. Signorini dipinge l'appello riducendo tutto a macchie sciolte, quasi il tempo sospeso del carcere avesse proprio questo effetto: quello di sciogliere le persone, di portarle alla consunzione sia fisica che morale.

Ma qui vogliamo parlare di quando Telemaco decide di entrare in un luogo maledetto e forse proibito, di quelli a cui la gente non vuol pensare e, se vi passa davanti, gira lo sguardo con falso pudore.
Telemaco entra nel reparto psichiatrico di San Bonifacio. E ne trae uno dei dipinti macchiaioli più incisivi - forse uno dei più incisivi dell'arte italiana degli ultimi due secoli. Almeno per chi scrive.
È il 1865, Telemaco ha trent'anni e una gran voglia di conoscere, raccontare e sperimentare.
Così, entra nella sala delle agitate. Tutte donne. Ognuna con un disturbo diverso. Ognuna lasciata a se stessa. Figuriamoci: nessuno sapeva come curare certe malattie, nel 1865. Forse, ognuna di quelle donne veniva considerata immorale, posseduta, una persona degna solo di nascondersi dagli sguardi del mondo. Donne lontane col loro dolore, i loro spasmi, i loro pericoli. Tutti mentali. Mentali ma anche fisici, perché le donne, come sottolinea il titolo, si agitano, ognuna a modo proprio, contorcendo e distorcendo il loro corpo. È quasi difficile rendere onore a tutte, dare a tutte quell'eternità del segno pittorico.
E, allora, cosa meglio della macchia veloce - eppure ben distinta - per raccontarci di un luogo in cui i movimenti sono nervosi e violenti, in cui si urla, in cui si piange, in cui si va da una parte all'altra della stanza senza cognizione di causa - magari sbattendo i piedi o facendo gesti impropri?
L'agitazione è così tanta che Telemaco sente di dover mettere una pausa. Lo fa. In fondo al dipinto realizza l'angolo della stanza, la porta e una finestra. La loro immobilità cozza con il disordine delle donne. Ma quell'immobilità è necessaria. Sia per far respirare la mente, sia per tentare di dare ordine e rigore a qualcosa che non ce l'ha. Due buchi, quella porta e quella finestra, oscuri: non hanno il fondo, non sembrano uscite. E, allora, Telemaco commenta: questo disordine, questa agitazione non hanno uscita. Nella malattia mentale, così trattata, non c'è luce. Non esiste soluzione.
Quella porta e quella finestra, nella loro lunghezza esagerata, nella loro oscurità, nella loro fissità, appaiono ancora più inquietanti della malattia delle pazienti. La porta - aperta ma chiusa - è il limite tra fuori e dentro, tra noi e loro. Un limite dato proprio dalle mura bianche di un ospizio, di quello che dovrebbe essere un luogo di cura, ma che si rivela essere solo un luogo di segregazione.
La donna accanto alla porta, rannicchiata sopra una panca con un lenzuolo sulla testa, non ha volto. È un buco nero, spersonalizzata, disumana. Sola, senza speranza.
E Telemaco, trent'anni, uno spirito cronachistico ma fortemente lirico, rimane in disparte, nel punto vuoto della sala. Lì sta lui, ad osservare da un'angolazione laterale ma privilegiata. Sgomento, ma costretto ad essere obiettivo. A restituirci le macchie, la verità ottica di quel giorno. Una verità che, però, perfora l'occhio e scava nella mente. Impossibile rimanere indifferenti.  


4 commenti:

Mari da solcare ha detto...

Mi fai vibrare di commozione. Questo scritto è un gioiello di scrittura. Bravo Telemaco Signorini e brava tu a riportare in vita la sua pittura e i drammi nascosti delle "agitate". Un grazie anche al compianto Franco Basaglia che ha "liberato" i malati mentali dalle prigioni assurde in cui erano stati per secoli rinchiusi.

Veronica Mondelli ha detto...

Verissimo!
Spesso certi nomi - mi riferisco in particolare a Signorini - rimangono un po' in disparte, chissà perché. Eppure hanno dato un grande contributo non solo all'Arte ma alla Società in generale.
Grazie per il tuo commento e per le belle parole che spendi per me.

DOC ha detto...

Se l'intenzione era quella di trasmettere angoscia, ci siete riusciti benissimo, prima lui e poi tu... :) Ho visitato più volte una sala espositiva a lui intitolata, sulla calata di Portoferraio, ma solo oggi, grazie a te, scopro storia e peculiarità di questo grande artista. Opera sublime, recensione immancabilmente degna.

Veronica Mondelli ha detto...

Signorini è un personaggio interessantissimo, uno dei pochi che ha saputo guardare con attenzione al suo tempo. Evidentemente, vedeva angoscia... E ha ritratto l'angoscia!