martedì 14 maggio 2013

14 maggio 1943


Lo immagino – il silenzio ovattato della sera di settant'anni fa.
Lo immagino – il vuoto stretto e desolante di una città ridotta a brandelli.
Immagino due bambini, undici anni lui, sette lei, vedere all'improvviso il mondo rovesciarsi.
Sono bastati cinque minuti perché il cielo si aprisse e vomitasse fuoco.

Sono le tre del pomeriggio di una primavera che già ha il sapore dell'estate. Perché, a metà maggio, nella mia città, è già estate. Il mare brilla sotto il sole, la calura invade le case e le persiane si accostano per guadagnare ombra. Alle tre del pomeriggio del quattordici maggio millenovecentoquarantatré, la guerra è un'eco lontana.

È un venerdì caldo e assolato. Di quelli in cui la gente riposa e lavora stancamente. Al cinema, forse, danno i film western con Tom Mix. I bambini giocano a rincorrersi per le strade e qualche mamma, dalla finestra, urla di non fare chiasso.
Poi, più niente. Poi, il silenzio del risucchio, prima del boato finale.



I vetri tremano.
Cos'è? Un terremoto? Ci si affaccia alla finestra. Dal porto, si alzano le fiamme. È una nave, una di quelle che porta soldati. Improvvisamente, la guerra non è più lontana. La guerra arriva in casa, bussa alla porta. E non se la prende solo con la flotta nazista ormeggiata. La guerra se la prende con migliaia di persone intente a vivere la loro vita.

Le sirene dell'allarme non suonano. Se avessero suonato, sarebbe servito a qualcosa? Non possiamo saperlo, ma la gente non ha avuto modo di rifugiarsi. La guerra ha bussato alla porta, ma è arrivata anche per le strade, come un fiume in piena.

Sono bastati cinque minuti. Cinque minuti per polverizzare qualsiasi cosa. Cinque minuti per distruggere migliaia di anni di storia romana, saracena, medievale, rinascimentale, seicentesca e settecentesca. Cinque minuti per sgretolare i vezzi Liberty dei palazzi sul lungomare. Cinque minuti per sbranare la rotonda in mezzo al mare, scenario suggestivo delle serate della nobiltà dell'entroterra.

Cinque minuti per annullare interi quartieri. Un tempo, c'erano cinque strade parallele, denominate Prima, Seconda, Terza, Quarta, Quinta strada. Oggi non ci sono più, non tutte. Alcune sono state spazzate via in quel giorno: specialmente la Seconda, luogo della memoria.

Cinque minuti, sì, quei cinque minuti fondamentali: quelli che hanno cancellato intere famiglie. Su una lapide, dietro la Cattedrale, oggi si leggono centinaia di nomi con lo stesso cognome. Famiglie senza più futuro, niente più famiglie.

Gli anziani della mia città, quando ne parlano, con ritrosia, col dolore negli occhi, ti dicono che è stato come un film. Solo che peggio. Solo che reale. E deve essere stato tremendamente reale, quando, alla sera, i sopravvissuti, sporchi e laceri, hanno iniziato a muoversi tra le macerie.
Un silenzio apocalittico, dopo.
Il cimitero storico, adagiato sul mare, è sconvolto. Le vecchie tombe si sono aperte e sono usciti fuori i morti. Alla sera, accanto ai vecchi morti, vengono ammassati i nuovi, in attesa di un riconoscimento che durerà giorni. È lì che i sopravvissuti andranno a cercare i cari scomparsi. È lì che oggi sorgono tombe senza nome e tombe senza corpi – solo una foto, un nome, una data imprecisa e la scritta “disperso nel Mediterraneo”.



Alla sera, i luoghi sventrati guardano increduli un mare ferroso e velenoso. Il Maschio di Michelangelo si erge dall'acqua col suo assetto precario. La fontana del Vanvitelli guarda il porto col suo mascherone attonito e senza parole. La Rocca, anch'essa a ridosso del mare, viene privata dell'alta torre con l'orologio, punto di riferimento per tutta la città. La chiesa dei Martiri Giapponesi è un rudere. Eppure, cinque o sei metri più in là, la grande statua di San Francesco è intatta. Si alza solitaria dalle macerie, con le braccia allargate. Guarda il cielo, forse pensa, forse chiede perché.

La mia città si svuota. Rimangono il vento a sibilare e la risacca del mare sconvolto. Anche i lamenti, in breve, si spengono. Chi può abbandona subito la ridente città sulla costa.



La bambina di sette anni aveva una casa bellissima, poco lontana dal centro. Era grande e aveva un giardino con l'albero e l'altalena. Di sera, negli occhi della bimba, c'è un buco: quel buco era la sua casa. Per alcuni anni, quel buco si riempirà di acqua piovana e diventerà una piscina.
Negli occhi del bambino di unidici, che abitava in Seconda strada, quella che non esiste quasi più, c'è un uomo senza testa che corre prima di stramazzare. C'è un cane che scava tra le macerie alla ricerca del padrone. Negli occhi del fratellino, c'è un uomo con la pancia aperta che tenta invano di raggiungere un ospedale ingolfato. Di lì a pochi mesi, dopo altri due bombardamenti di minore entità, i nazisti avrebbero occupato e reso infernale la vita di quella ridente città sul mare.
Che ora rideva un po' meno.
Che ora era vuota come il vuoto cosmico.
Che ora era senza storia e senza volto e senza nome.

Da qualche parte, in Italia, un ragazzo di ventitré anni fa il soldato e cerca di sopravvivere come può. Aveva iniziato il servizio militare proprio nel Quaranta. Una volta ha detto: “Io lo so cos'è la guerra” e a malapena raccontava di una bomba che gli era caduta a pochi metri di distanza. Lui si era salvato e il bambino accanto a lui si era diviso a metà. Distoglieva lo sguardo come se ce lo avesse ancora davanti agli occhi, quel bambino. A malapena ti raccontava della volta che era rocambolescamente fuggito dalla fila nazista e dalla deportazione.

Il bambino di undici anni a malapena racconta della volta che, sulla spiaggia, i nazisti hanno fatto scavare le fosse... e della volta in cui si è dato alla macchia col padre.
La bambina di sette anni a malapena racconta della bella casa e delle dodici ore di viaggio a piedi per raggiungere il primo paese vicino.
Un'altra ragazza, diciannove anni, invece, racconta tutto, sin nei minimi dettagli, con un terrore che ancora si fa vivo: forse perché parlare permette di superare.

I ragazzi e i due bambini tirano fuori certi argomenti con le molle – il racconto di una volta sola, perché, anche se sembrava un film, era il film della loro vita, quello di cui erano protagonisti. Un film doloroso che, solo per caso, è finito bene.
Eppure, ti accorgi di quanto questi racconti senza telecamere, fatti nell'intimità di un pranzo o di una cena, suscitati da un piccolo odore o da un oggetto, siano racconti pieni di dignità. Oggi, in mondovisione, si chiede con facilità sconcertante: “Cosa ha provato in quel momento?” - come se dire il sentimento permetta di condividere l'incondivisibile.

Il fatto, però, è che certe cose non hanno parole.

Nello sguardo pieno di ritrosia e malinconia di quei ragazzi e di quei bambini, nel loro sguardo silenzioso si avverte tutto. Sembrava un film, ma non lo era. Perché certa realtà squarcia la vita e certe immagini – non quelle dei film – non smettono mai di passare davanti agli occhi.

Con questo post partecipo alla commemorazione
in occasione dei settant'anni dal bombardamento della mia città.
Una città tra le tante ferite, una come tante, una per ricordarle tutte.
14 maggio 1943

4 commenti:

Monica La Barbera ha detto...

Mi piace veramente tanto come hai scritto questo post!

Passa dal mio blog se ti fa piacere
http://lovedlens.blogspot.it
M.

curlydevil ha detto...

Chi può ascoltare di persona racconti come questo prova uno sconcerto che nessun film catastrofico può riprodurre.
ma per fortuna certe immagini dolorose non sono completamente condivisibili, o temo che impazziremmo.
Complimenti per lo stile del post.

Veronica Mondelli ha detto...

È vero, Curly. A volte mi sforzo di immaginare come quei momenti potessero essere realmente stati. Ma posso associare quelle immagini solo a immagini di film. E non è abbastanza. L'unica cosa reale che ho sono gli occhi e la voce di chi racconta nel momento in cui racconta.

Angela Beretta ha detto...

Ciao, ti ho mandato le lettere di mio padre scritte nel maggio 1943 da Civitavecchia... Complimenti per il blog, hai scritto benissimo.