lunedì 27 maggio 2013

Diary of the Dead


Anno: 2007 - Nazionalità: USA - Genere: Horror - Regia: George A. Romero

Diary of the Dead non è un film sugli zombie. È molto probabile che Romero, nelle sue produzioni, mai abbia voluto parlare realmente degli zombie o presentarli come argomento fine a se stesso.

Piuttosto, Romero sembra voler prendere i morti viventi come spunto per parlare di qualcos'altro e questo qualcos'altro è la natura umana, la politica e la società.
Ricordiamo solo il suo primo film: La notte dei morti viventi. Un horror con la H e la O maiuscole: eppure quel finale non aveva il sapore dell'horror soprannaturale, ma dell'horror antropologico e politico. L'uomo di colore – siamo nel 1968 – sopravvive agli zombie, viene scambiato per uno zombie e ucciso a sangue freddo da dei bianchissimi ranger; il film, uscito pochi mesi dopo l'assassinio di Martin Luther King, indica in maniera abbastanza esauriente le intenzioni più o meno espresse del regista.
Questa profonda riflessione, per Romero, è un indubbio vantaggio: ha la possibilità di parlare ininterrottamente di zombie senza mai scadere nel banale e nel ripetitivo, ma adattando il tema al momento storico.

È anche il caso di Diary of The Dead, girato nel 2007: qui il regista adotta uno stile di ripresa completamente nuovo per riflettere su quanto, in quell'anno, si profilava già come una rivoluzione. Il web, YouTube, i social network, i videofonini, le videocamere digitali che surclassano le macchine da presa con pellicola e le tradizionali fonti di informazione.

Un gruppo di studenti – presumibilmente di cinema e regia – stanno girando, di notte e in un bosco, il classico horror con la sposa che corre e la mummia che la insegue. È in questo momento che inizia tutto. I morti si risvegliano e cominciano a mordere i vivi e a diffondere il morbo. In realtà, chiunque muoia diventa uno zombie, senza che abbia bisogno di essere morso.

Compresa la situazione (con una grande dose di scetticismo e incredulità), gli studenti si barricano in un camper – il classico camper – e cercano di raggiungere le loro famiglie. Tuttavia, uno di loro, Jason, decide di svolgere un compito per nulla facile: filmare di continuo tutto ciò che sta avvenendo, girare un documentario senza script e in tempo reale, per poi diffonderlo sul web e proporsi come canale informativo alternativo alla tv. È questo, in realtà, il vero nodo del film: la videocamera che riprende tutto, ininterrottamente, e la diffusione che corre per la rete al ritmo di milioni di spettatori al minuto.

Il film è girato tutto in soggettiva, la soggettiva di Jason (o tramite le soggettive incrociate delle varie videocamere), che praticamente mai si vede in faccia, dato che porta sempre “montata” sul suo occhio la piccola macchina da presa digitale: un po' L'uomo con la Macchina da Presa di Vertov, un po' la caméra-stylo di Astruc, un po' Peeping Tom - L'occhio che uccide di Michael Powell. Jason diventa una sorta di camera ottica che immagazzina tutto, la vita e soprattutto la morte: e lo fa, fino alla fine, fino al sacrificio estremo.



Romero, così, trova il modo per riflettere su quello che oggi ci appare naturale. I videofonini collegati a Internet si stavano affacciando alla nostra vita proprio in quel periodo. Le macchine digitali iniziavano a mettere in crisi il cinema fatto dell'emulsione fasulla e patinata della pellicola. Schiere di ragazzini nerd e di aspiranti registi senza mezzi, nel piccolo della loro cameretta e nel piccolo di un programma di montaggio open source, iniziavano a dare filo da torcere anche ai registi più navigati. La sala cinematografica temeva di sparire, YouTube era la nuova frontiera.

Tuttavia Romero non riflette solo sul mezzo filmico e sulla rivoluzione del linguaggio. Trova il modo di riflettere anche sul problema ontologico che ciò impone: tanti punti di vista, tante microcamere, i fiumi di parole e di sguardi dei blogger possono aiutarci a capire meglio o sono solo rumore? Nel marasma generale delle voci, è possibile distinguere il vero dal falso, la verità dalla costruzione cinematografica fatta passare per realtà? E, sia chiaro, Romero non se la prende affatto con la comunicazione via web: i suoi protagonisti iniziano a proporre la loro versione dei fatti dopo aver scoperto che uno dei tg nazionali, per salvare la faccia alla polizia e ai soccorsi colpevoli di aver controllato poco e male, avevano operato un montaggio falsante della loro videocronaca. In altre parole, i tg nazionali avevano creato la notizia, avevano inventato una storia: e, in breve, i canali informativi ufficiali, operando con poche immagini e soprattutto col montaggio, si erano subito dimostrati inadeguati al nuovo compito, quello di diffondere la notizia in maniera capillare e più o meno neutra per aiutare la gente a sopravvivere.



Eppure, non finisce qui. Il film di Romero procede per tesi, antitesi e sintesi (o nuova tesi). Posta la tesi secondo cui la tv non dice la verità e costruisce la notizia quasi dal nulla, si pone l'antitesi secondo cui lo spettatore, con i nuovi mezzi a disposizione, raccoglie informazioni in tempo reale, gira e, altrettanto in tempo reale, diffonde sul web. La sintesi, però, ha del macabro: la diffusione sul web della violenza zombesca diventa fonte per nuova violenza umana. Jason, in fondo, voleva aiutare chi non sapeva a difendersi dagli zombie: il suo compito era quello di mostrare la trasformazione e di mostrare come sterminare i morti viventi, cioè con il classico colpo in testa.
Debra, la fidanzata di Jason, inizialmente scettica, lavorerà al girato del ragazzo: e lo farà aggiungendo un po' di musica e un po' di montaggio ad effetto, perché, come dice lei, per far capire la gravità della verità alla gente, occorre rendere eccessiva la realtà – insomma, costruirla un po'.
Il risultato – evidente nell'ultimissima scena del film – è l'emulazione dei video. Alcuni uomini ben armati – i soliti ranger bianchi – si divertono a uccidere gli zombie in maniera crudele e gratuita, appendendoli agli alberi per vederli penzolare o infliggendo loro orribili torture.

La voice over narrante di Debra, a quel punto, visti i nuovi video su YouTube, si chiede: “è giusto che gli uomini sopravvivano?”. Se è così, se coglie ogni “rivoluzione” per fare del male, è giusto che il genere umano si salvi? O è meglio che vaghi in maniera animale e istintiva alla ricerca di puro e semplice cibo?

Indubbiamente, Romero pone sin troppa carne al fuoco e non trova visibilmente il tempo per dare una risposta a tutti i suoi interrogativi. I temi proposti sono vastissimi, ancora irrisolti: il suo merito è stato quello di aver lanciato almeno il sasso e di aver acceso la riflessione. La riflessione, a volte, però, scema: in fondo, Romero sta anche girando un horror e non un semplice saggio sui moderni mezzi di comunicazione. Ha bisogno di rendere compatto il film e, in effetti, ci riesce.


Probabilmente, il suo maggior interesse è usare tutti i tipi di “occhi” che la tecnologia mette a disposizione: non solo quello umano, ma anche quello delle camere digitali dalla diversa risoluzione, quello del cellulare, quello delle videocamere di sorveglianza, quello delle telecamere giornalistiche. Il risultato è un rumore visivo assordante, in cui la realtà si sottrae e si fa indistinta. Eppure, Diary of The Dead è il primo horror sugli zombie che ha un netto e profondo senso di realtà.

2 commenti:

Babol ha detto...

Proprio in questi giorni ho guardato l'orribile Survival of the Dead, innegabile passo falso all'interno dell'opera romeriana.
Invece, effettivamente, di questo Diary of the Dead me ne parlate tutti benissimo, quindi toccherà proprio recuperarlo!!

Veronica Mondelli ha detto...

Sì, ho letto la tua recensione quando l'hai pubblicata. Credo che sia piuttosto facile fare qualche passo falso quando si parla di zombie - argomento piuttosto abusato ultimamente!