lunedì 12 settembre 2011

Sucker Punch - pt. 2




Il gioco. Il gioco della mente. Il cinema in gioco.
Il gioco psicologico presente in Sucker Punch non si limita alla figura del manicomio o a quella del bordello. Anzi, l'elemento principale del film è profondamente psicologico, così psicologico che Snyder sembra quasi aver seguito un metodo scientifico per costruire la sua storia. O, meglio, il rapporto tra creatività e psiche – seppur inconscio – è così chiaro nella mente di un artista, che egli non ha alcun bisogno di sfogliare manuali scientifici. Tuttavia, nel film sono presenti elementi che fanno pensare ad uno psicanalista in particolare, Donald Winnicott. 
Winnicott mise in relazione il gioco, la creatività e la formazione del sé. Detto in parole povere e semplicissime, per Winnicott il bimbo inizia il suo gioco prendendo un oggetto che ha il compito di legare il mondo della mente a quello della realtà: grazie all'oggetto reale il bimbo è in grado di creare un mondo immaginario nella propria mente, un mondo che non solo "produce" gioco ma anche e soprattutto protezione. L'oggetto di gioco diventa il tramite tra la percezione del mondo e il modo (personale) con cui il mondo viene concepito. Crescendo, l'individuo non gioca: ma la creatività permane. Nell'artista, la fase di gioco infantile non retrocede mai, ma si sviluppa in modo più preciso e cosciente al fine di costruire l'opera d'arte (che è un incontro tra percezione e concezione del mondo). Tuttavia la creatività è importante anche per chi non diventa artista: in questo caso la creatività viene espressa attraverso la cultura. Andare al cinema, leggere un libro, visitare un museo sono elementi creativi che riprendono i meccanismi del gioco: attraverso le espressioni culturali non solo l'individuo si protegge ma, soprattutto, come afferma lo stesso Winnicott, ha l'impressione che la vita valga la pena di essere vissuta. Quindi: gioco, cultura, creatività, vita, il Sé.
Non bisogna andare così lontano per capire che Sucker Punch è imbevuto, coscientemente o meno, della teoria di Winnicott. Babydoll, attraverso l'oggetto che di volta in volta le serve, crea un mondo. In quel mondo avvengono cose straordinarie. In quel mondo, Babydoll unisce gli elementi reali agli elementi da lei percepiti: e se i primi sono infimi, perché la realtà è brutta, la realtà è solo uno spunto, i secondi sono fantasmagorici, sono meravigliosi, incommensurabili. Babydoll ha la creatività di un bimbo, attraverso questa riesce a creare il suo mondo e attraverso il suo nuovo mondo riesce a sopravvivere. Non solo: vive. Meglio: forma la propria identità. È grazie al suo continuo giocare e vedere le cose in grande che Babydoll comprende il suo scopo nel mondo: e il suo scopo è salvare le sue amiche. Essere libera, non solo fisicamente, ma soprattutto mentalmente (lo dice lei stessa. La battuta è “E sarò libera” non “E mi libererò”). Non è detto che la libertà sia solo libertà fisica. La libertà è la consapevolezza di aver fatto la cosa giusta, di aver agito onestamente, con criterio, coerentemente. Forse che Leonida, in trecento contro diecimila, non sapeva di andare incontro alla morte? Sapeva di morire, ma ha combattuto per gli altri, perché solo con la sua azione avrebbe potuto risvegliare il suo popolo. La libertà di re Leonida non stava nel salvarsi la pelle, ma nell'essere onesto e coerente fino in fondo. La sua era libertà di giustizia e coscienza. Babydoll fa altrettanto.
La costruzione dell'Io della ragazza passa, per forza di cose, attraverso la creatività e il gioco. Vi sono sembrate esagerate le sequenze dei combattimenti? Troppo paradossali, fuori della norma? Incomprensibili? Perché una ragazza degli anni Cinquanta dovrebbe portare una katana, dovrebbe pilotare strani aggeggi volanti, combattere contro zombie, orchi, robot? È il gioco. Così funziona il gioco. Chiedete ad un bimbo cosa sta immaginando mentre gioca e rimarrete stupefatti. La bellezza del gioco sta nel fatto che in esso tutto è possibile: il gioco è controllato dal bimbo e finché il controllo è garantito, tutto può accadere, nulla fa paura. Il gioco è il momento in cui il bimbo, costruendo il mondo, costruisce anche se stesso. Babydoll ha creato il suo mondo e su di esso ha avuto il pieno controllo: perché non divertirsi? Messo in quest'ottica, nulla appare esagerato, ma tutto necessario. Non sono esagerate le evoluzioni tra i proiettili, i voli, le acrobazie: è tutto strettamente necessario. Lo è perché la mente di Babydoll è aperta. In tutti i sensi. Inutile dire che, in quelle quattro spettacolari sequenze, Snyder è stato protagonista assoluto. Quale è il gioco migliore per un creativo? Per uno che ha letto libri e visto film? Rivivere i libri e i film. Citare (così come i bambini, giocando, si divertono a citare frasi sentite dagli adulti o dalle storie che conoscono). In questo esatto punto, il gioco di Babydoll diventa la creatività di Snyder e la cultura del film: il regista gioca con i generi e con le storie che, da secoli, fanno letteratura e cinema. Il gioco sta nell'affrontare i generi letterari, il fantasy, lo sci-fi, il zombie movie, lo storico, il divertimento è affrontare quell'immenso e affascinante mistero rappresentato dalla cultura nipponica. Babydoll gioca con la mente, Snyder gioca con il cinema. E il risultato è il dipanarsi di migliaia, milioni di storie che mai trovano inizio né hanno una fine (questo spiega la presenza, nel dvd, dei quattro corti animati che fanno da prequel ai mondi creati da Babydoll). Lo scopo è il viaggio, affascinante, attivo, per raggiungere “il paradiso”. E noi spettatori, cosa facciamo? Non giochiamo, forse? Certo che sì. E Snyder ha messo lo spettatore in gioco nel modo più inaspettato che potesse inventare.

4 commenti:

Mari da solcare ha detto...

Cara Veronica, mi inviti a nozze con le tue recensioni. Intrigante la citazione di Derek Winnicott, del suo "oggetto transizionale". Intrigante la possibilità, che "Sucker Punch" esplora: che la vita non sia che un immenso gioco del quale cerchiamo di capire il senso e a cui conferiamo significato con le nostre scelte creative.

Veronica Mondelli ha detto...

La teoria di Winnicott per me è stata una sorta di epifania. Condivido molto il suo pensiero. Sucker Punch è un film complesso, articolato, in certi punti oscuro, ma manda un messaggio che dà tanta forza, secondo me.
Grazie per il tuo commento!

Giulia ha detto...

Non vorrei essere volgare ma questa seconda parte unita alla prima parte formano una recensione da orgasmi multipli!!! è in assoluto la recensione cinematografica più bella, chiara e dettagliata che io abbia mai letto. Punto. Stop. Adesso non vedo l'ora di riguardarmi il film, perché so che lo vedrò con occhi nettamente diversi. Non avrei mai immaginato che dietro un film del genere si nascondesse così tanta psicologia!! il bello è che leggendo mi rendevo conto di quanto fosse vero tutto quello che hai scritto! Mi tornava in mente tutto... come se al cinema sapessi già tutto ma non fossi in grado di dirlo perché ancora non avevo compreso tutti i delicati meccanismi della pellicola! Non posso che ringraziarti con tutta me stessa! viva il cinema!!!

Veronica Mondelli ha detto...

Il problema è che la recensione non è ancora finita. Mi sono lasciata prendere e ho scritto troppo... Appena avrò un secondo pubblicherò la terza e ultima parte. Giulia, il tuo commento appassionato mi fa tanto piacere e mi riempie di gioia, soprattutto quando dici "viva il cinema!". Grazie di cuore :).