lunedì 29 aprile 2013

Revolution



Revolution immagina che il mondo si divida cronologicamente in due ere: quella prima del blackout e quella dopo il blackout.
Il mondo prima del blackout è il mondo che conosciamo noi oggi, in cui a dominare sono l'elettronica e l'elettricità, il digitale, Google, i social network, l'e-commerce, gli iPhone e gli smartphone.

Il mondo dopo il blackout è un mondo in cui non esiste più il click che semplifica la vita e che fa le cose al posto nostro. Un giorno, la luce si spegne per non riaccendersi più. Non contano né il denaro, né le carte di credito, né il computer, né Internet. Si viaggia a piedi o a cavallo, per mangiare si è costretti a cacciare, per comunicare si scrivono parole su papiri neppure troppi elaborati e le si spediscono usando messaggeri o piccioni viaggiatori.
Per scongiurare il disordine, un uomo, tale Monroe, crea una repubblica e una milizia personale, violenta e dittatoriale - una cosa molto vicina alle SS di Hitler. Monroe vuole reprimere i ribelli, dei neopatrioti che combattono per riportare in vita gli ormai illegali Stati Uniti. Ma Monroe vuole anche carpire il segreto per ripristinare l'elettricità e ottenere il potere assoluto. E, a quanto pare, qualcosa si può fare: depositaria del segreto sarebbe la famiglia Matheson, la cui primogenita, una bionda sempre politically correct di nome Charlie,  parte alla ricerca della verità.



La serie tv, appena alla prima stagione, ha numerosi punti di interesse. La riflessione sul digitale - che oggi è la nostra vita - è parecchio interessante. Il blackout ci pone di fronte all'evidenza: solo ciò che è  tangibile è importante e davvero reale. La madre che vede spegnersi il suo iPhone e, con esso, sparire tutte le foto dei propri figli è illuminante: ha perso ogni ricordo, ogni istante della propria vita nel buio di un oggetto effimero e impersonale, su cui facciamo sin troppo affidamento. La riflessione non è solo emozionale e morale, ma investe anche l'aspetto economico: il dipendente della Google, genio e nerd, che, spenti i computer, perde il lavoro e i suoi ottanta milioni di dollari non cash ci permette di comprendere quanto l'economia digitale rischia di essere lontana da quella reale e di rivelarsi precaria, del tutto inutile.
In fondo, l'era digitale ci sta donando "oggetti" fatti di sola luce, quella dello schermo: spenta la luce rimane il nulla e l'uomo rischia di non tramandare più alcun oggetto culturale.

Allo stesso tempo, la serie è in bilico precario. Rischia, da un momento all'altro, di cadere nel baratro delle complicazioni più astruse che potrebbero rendere banale la storia. La misteriosa pennetta usb che si illumina, accendendo qualche lampadina, è un universo tutto da scoprire. Sperando che non sia un'immane arrampicata sugli specchi.
Perché tanto timore? Perché, sì, la serie ha spunti post apocalittici di grande impatto. Allo stesso tempo è una produzione poco cruda e molto patinata, che fa man bassa di altre creazioni di diverso genere. È quasi divertente mettersi davanti al televisore e giocare a riconoscere tutti i padri ispiratori di Revolution: Lost, Flashforward, Hunger Games, Assassin's Creed nelle modalità di combattimento, scenari alla Uncharted, milizie sacrificabilissime alla Hokuto no Ken, The Walking Dead perché ormai ha fatto scuola a proposito del post- apocalittico.



Per ora, nonostante un'eccessiva patinatura, scenari troppo fasulli e una scelta non sempre azzeccata degli attori, Revolution avvince e si lascia guardare. Sperando che non scada come Lost, una delle più grandi delusioni nella storia della serialità televisiva. Ma questo è materiale per un altro post. 

2 commenti:

Marco Goi ha detto...

mah!
per me è una delle serie peggiori degli ultimi anni...

Veronica Mondelli ha detto...

Ho visto solo le prime due puntate! Il rischio che tracolli lo avverto... Poi se tu mi dici così :/... Gli do fiducia e vado ancora avanti vedremo che impressioni mi fa ;).