martedì 2 aprile 2013

Painting of The Week: Pietà Rondanini (Michelangelo Buonarroti, 1552-1564)



A rigor di logica, non sarebbe giusto parlare di “painting”. Una scultura non è una pittura. Eppure, Michelangelo ci permette di poter mescolare i termini e di parlare di pittura anche laddove vi sia una chiarissima opera in scultura. Non è un caso: Michelangelo, dipingendo, scolpiva e, scolpendo, dipingeva. I suoi dipinti ci appaiono come mastodontiche e massicce sculture, mentre le sue sculture sembrano aver preso vita con la leggerezza del pennello, strumento che permette al pittore di donarci i dettagli più piccoli e di sfondare i contorni allo stesso tempo.
In particolare, ciò che nelle sculture di Michelangelo dà l'idea della pittura è quel non-finito che non è un vero e proprio lavoro incompiuto. Laddove la pietra rimane scabra, poco lavorata, Michelangelo dona alla materia atmosfera e respiro: non solo una riproduzione in pietra, ma un corpo vivo. A onor del vero, occorre dire che questo è prerogativa anche delle sue opere più “definite”: la Pietà di San Pietro o il David sono opere così traslucide da sembrare cera, da richiamare i dipinti romani in cui, si dice, ci si poteva specchiare.

Tuttavia, oggi ci interessa parlare del Michelangelo forse meno osannato, quello più intimo, sofferente e che sa arrivare nel profondo.
La Pietà Rondanini è, probabilmente, l'ultima opera del maestro. Ottantanove anni, solo, malato, privo della forza della gioventù eppure ancora con la forza per sbozzare una pietra – e per farlo in maniera molto coerente. Michelangelo muore nel 1564, dopo aver visto il Rinascimento, la sua crisi, la rivoluzione dei grandi – oltre lui, Leonardo e Raffaello – e la fine del Rinascimento, quella iniziata dallo stesso Buonarroti col Giudizio Universale, quella dell'annullamento dello spazio e dei soffitti colmi e sfondati. Michelangelo muore pochi giorni dopo aver saputo che proprio quel terribile Giudizio sarebbe stato censurato per non essere distrutto. Michelangelo, soprattutto, muore solo, privato dell'affetto del caro padre e dell'amatissima amica Vittoria Colonna. Michelangelo muore con una visione molto mutata della religione, lui che è stato un grande artista ma, soprattutto un grande critico, analista e teologo. La Pietà di San Pietro ha la gagliardezza dei ventidue anni: come può un ragazzo giovane, capace e geniale – sapeva di essere geniale, era grande come i maestri dell'antica Grecia! - vedere nella Pietà di Cristo un momento di dolore? Lì, Maria non ha il volto della madre che ha appena perso il figlio, ma le fattezze della sedicenne che lo ha partorito. Distesa, grande, accogliente, tiene il figlio non tra le braccia ma quasi in grembo, come a voler dire: è nato, rinascerà, è rinato! E lui, beatamente defunto, ha il viso della completezza, l'unica che l'uomo possa provare – quella dell'unione con la madre.
A sessant'anni circa, Michelangelo sconvolge il mondo cristiano con la sua terribilità, metri e metri di azzurro e di corpi avviluppati, scossi e atterriti dal gesto quasi disgustato – terribile, solenne ma incredibilmente affascinante – del meraviglioso Cristo Giudice dietro l'altare della Sistina. Un'accusa verso tutti, nessuno escluso, neppure l'artista, che forse si dipinge nella figura dalla pelle floscia.
E che ne è della gagliardezza dei ventidue anni e della terribilità religiosa del Giudizio Universale qui, nella Pietà Rondanini? Nulla. Qui c'è solo metafisica e dialogo a tu per tu con la morte. Qui, Michelangelo interroga Dio nell'estremo passo, ma non conosce la risposta: l'unica risposta che sa darsi è, probabilmente, il bisogno di affetto e ricongiungimento coi cari.



Cristo è in piedi e la Vergine è dietro di lui. Sembra quasi che sia lui, il figlio, a sorreggere la madre e non il contrario – quanta verità in questa immagine! Che Cristo senta il peso della mancanza, della solitudine, la stessa degli ultimi giorni di Michelangelo? Su una cosa non vi è dubbio: i due corpi, uniti, indivisibili, stanno ascendendo; appena appoggiati a terra, si stanno librando. Se la Pietà Vaticana è ancorata a terra, è terrena, presente, visibile, umana, la Rondanini è la voglia di arrivare all'anima. Di sentire, di andare oltre l'esistenza e le sue condanne.
Nel blocco di pietra dove ora appaiono uniti madre e figlio, inizialmente, Michelangelo doveva ricavare solo la figura della Vergine. Ad un certo punto, però, elimina il progetto originale e, nello spazio di un corpo, ne ricava due: c'è una dolcezza infinita in queste figure evanescenti, dai volti appena abbozzati. Per nulla definiti eppure espressivi – espressione di solitudine, amore, morte e anima. La pietra, qui, non si fa presente: diventa eterea. Con la pietra (e nonostante la pietra), Michelangelo riesce a comunicare il senso della leggerezza, dell'afflato sensibile, dell'ultimo respiro, quello degli occhi chiusi e della speranza oltre la vita. Tutto questo, in Michelangelo, è pittura. Non è voglia di non finire o stanchezza: è volontà di non-finito. Il non-finito attraversa un po' tutta l'opera del Maestro. La Madonna della Scala, gli Schiavi, il volto del Crepuscolo nella tomba medicea, per non parlare delle azzeccatissime Prigioni – corpi che si liberano dalla pietra con sforzi disumani. Il non-finito è pittura. È rendere sfumati i contorni, le cose, dar loro vita e libertà. E, nella Pietà Rondanini, si avverte la libertà dell'anima che si scrolla di dosso il corpo.

non può, Signor mie car, la fresca e verde
età sentir quant'a l'ultimo passo
si cangia gusto, amor, voglie e pensieri.
L'arte e la morte non va bene insieme

6 commenti:

curlydevil ha detto...

ma perché non eri tu la mia prof di storia dell'arte? Grazie per questa immersione nel ricordo del bello che tanto mi manca.

Vele Ivy Di Colorare ha detto...

L'ho vista dal vivo, è conservata nel Castello della mia Milano!
Fa venire i brividi perché sembra che le figure vogliano uscire dal loro blocco di marmo... è un'opera di una modernità incredibile, secondo me è alla base della scultura contemporanea.

Veronica Mondelli ha detto...

@Curly: ti ringrazio tantissimo... Sono contenta di arrivare a far percepire un'immagine solo attraverso le parole.

@Vele: Sì!! Hai perfettamente ragione, è un'opera modernissima! Come mi piacerebbe vederla. Io ho potuto vedere la Pietà di San Pietro, che però non mi tocca come questa di Milano. E, solo per inciso... A Milano vorrei tanto vedere l'Ultima Cena di Leonardo! :)

Vele Ivy Di Colorare ha detto...

Vedere l'Ultima cena è un'esperienza che toglie il fiato. DEVI vederla!! Le illustrazioni che trovi nei libri non rendono quello che si prova quando te la trovi davanti...

Veronica Mondelli ha detto...

Infatti! Sono sicura che i libri non rendano bene l'opera. Mi incuriosisce da morire l'effetto ottico che si crea tra architettura reale e dipinta. Ho visto su un libro una foto che riprende tutta la stanza... Sembra che Leonardo abbia sfondato il muro e creato un mondo parallelo... Spero di vederla un giorno (e di vedere anche la Pietà di Michelangelo)!

Anonimo ha detto...

Il "non finito" è la caratteristica del genio. Come il "non luogo", il "non nome", il "non tempo", ecc... L'astuto Ulisse crea un "non nome", Nessuno, per ingannare Polifemo, e un "non luogo", il cavallo di legno, per ingannare i troiani. Queste entità frutto di processi ricorsivi, giochi di specchi, sono state usate, anche da Gesù e Leonardo da Vinci. Michelangelo nella scultura, la sua arte preferita è ancora insuperato. Michelangelo uso "giochi di specchi" anche negli affreschi della Cappella Sistina, e per rimandi tra Volta e Giudizio. Cfr. Ebook (amazon) di Ravecca Massimo: Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.