martedì 16 aprile 2013

Painting of The Week: Scena di strada berlinese (Ernst Ludwig Kirchner, 1913)



Anche se non si è mai vista Berlino, viene istintivo immaginarla con i colori di Kirchner.
Quelli accesi, accecanti, aguzzi, quelli che diventano saette e perforano gli occhi.
Ernst Ludwig Kirchner vedeva così Berlino nel 1913. Con quei colori che sprigionano uno strano fetore, lo stesso fetore della decadenza di una società che sta morendo e che si trascina imputridendosi.
L'anno dopo sarebbe scoppiata la guerra e, a trentaquattro anni, Kirchner avrebbe preso parte da soldato a una delle mattanze più efferate della Storia. Animo sensibile – dopo un anno di guerra l'artista fu colto probabilmente da quella malattia che ancora nessuno conosceva, il disturbo post-traumatico, shock che lo condusse ad un forte esaurimento nervoso e che lo perseguitò tutta la vita fino al suicidio.
Ma Kirchner aveva dipinto le strade berlinesi prima del violento spartiacque storico dell'Occidente. Ernst deve essersi trovato in mezzo alla strada, di notte, e deve aver cercato di farsi spazio tra la folla. Ma la folla vaga senza sosta e senza meta. La folla inquieta. Qui c'è un'umanità cieca – non a caso gli occhi sono solo delle frettolose e spesse linee nere – che si adagia sul presente e non guarda al futuro. Non vi è alcuna esattezza prospettica, i palazzi e i corpi sullo sfondo si addossano, schiacciati, a quelli in primo piano: il risultato è un dipinto che esce dal dipinto, che soverchia chi guarda e lo soffoca. Perché, oltre alla prospettiva che si abbatte sullo spettatore, ci sono anche quelle linee nere, quelle forme allungate che sanno di lama – i cappelli delle donne, il bavero dei loro soprabiti, i corpi allungati dei personaggi di contorno che sembrano perdere la loro forma umana, la mano inerme e inguantata dell'uomo in primo piano, un uomo col collo girato quasi a trecentosessanta gradi, praticamente un essere demoniaco.
I colori completano un quadro pieno di angoscia, blu rosso e verde – quel verde cadaverico mescolato al giallo che sarebbe da definire verde-Kirchner.
Nessuno qui sa dove andare, la strada svanisce quasi sotto i piedi dei personaggi e, con essa, svanisce qualsiasi logico sentiero da seguire, non solo per Berlino ma per l'umanità tutta. Il mondo si capovolge e la strada si fa cielo rosso, forse quello stesso colore che, di lì a poco, tanti soldati avrebbero ammirato atterriti nella notte delle trincee. Il caos e le sue nefaste conseguenze, l'impossibilità del controllo su un mondo falso e meschino – questo deve aver visto Ernst Ludwig Kirchner, figlio di Van Gogh e Munch, esponente dell'Espressionismo, incapace di dare una forma al mondo se non quella che lui, dopo un atroce metabolismo, vomitava sulla tela.
Kirchner e i suoi compagni avevano tentato di gettare un ponte (Die Brücke). Non un ponte col mondo ipocrita e borghese, col quale ogni forma di comunicazione e comprensione era impossibile da effettuare; il ponte era quello con l'Arte, con l'arte vera, priva di retorica, priva di buonismo e bellezza. L'estetica del brutto fa capolino proprio qui, nel 1905 circa, tra le dita e la tavolozza di Kirchner. Dite pure che è brutto questo quadro, Kirchner ne sarebbe contento. Ma la bellezza infinita dei suoi sentimenti ancora si percepisce a distanza di cento anni. Kirchner, un ponte, lo ha gettato, tra sé e noi che ancora oggi giriamo la testa, aggrottiamo le sopracciglia e ci facciamo investire dal dolore, dallo stupore, dalla mente estatica di questo artista.  

3 commenti:

Mari da solcare ha detto...

Descrizione sublime! Cara Veronica, sei bravissima! Ci doni una spiegazione puntuale, accorata e coinvolgente sull'estetica di Kirchner. Continua così.

Mari da solcare ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Veronica Mondelli ha detto...

Grazie mille, Maria, sempre gentilissima ;).