martedì 15 maggio 2012

Dark Shadows




Anno: 2012 - Nazionalità: USA - Genere: Commedia, horror - Regia: Tim Burton

Dark Shadows inizia con la chiara firma di Tim Burton. Circa quindici minuti di film che funzionano da introduzione e che precedono i titoli di testa: siamo nel Settecento, il piccolo Barnabas Collins lascia Liverpool per il Nuovo Mondo. Qui, la sua famiglia fonda un'azienda ittica che presto diventa potentissima. I Collins sono così ricchi che per dimora costruiscono un maniero gigantesco, carico di arte e vezzi artigianali, e fondano una città con il loro nome: Collinsport. Barnabas cresce, assume il volto di Johnny Depp e diventa un playboy: e questo gli costerà la famiglia, la ricchezza e la vita. Spezza il cuore ad una strega, Angelique. Che lo maledice. 
Barnabas si innamora di Josette, ma la delicata fanciulla muore suicida a causa della maledizione: nel tentativo di seguirla, il giovane Collins si getta da una scogliera, ma non muore. È un vampiro.
La vendetta di Angelique non finisce qui: stana il vampiro e Collinsport, in pieno clima delle streghe, chiude Barbabas in una bara incatenata, condannandolo al supplizio eterno.
Come già detto, i primi quindici minuti portano l'evidentissima firma di Burton: tutto appare molto gotico e dark e subito alla mente tornano Sweeney Todd, Sleepy Hollow, La sposa cadavere.


Ma il genio dell'autore sta nel suo rigenerarsi. Conclusosi l'incipit, Burton ci inserisce in un mondo completamente nuovo, introdotto da una canzone ben precisa e collocabile cronologicamente: Nights in White Satin dei The Moody Blues. Siamo negli anni Settanta del Novecento. Il mondo è colorato. Il mondo è moderno. Non c'è nulla di gotico o di dark. Burton dà una precisa indicazione del tempo in cui si vive: c'è McDonald e ci sono i figli dei fiori; non ci sono incubi o mostriciattoli, ma c'è un'industria ittica, ci sono macchine fiammanti all'ultima moda, operai che lavorano nei cantieri e, soprattutto, tanta, tanta musica degli anni Sessanta e Settanta - e Alice Cooper ne sarà il portavoce! Non ci sono neppure titoli di testa goticheggianti, arzigogolati, timburtoniani. Insomma: Tim Burton stupisce e dà in pasto agli occhi immagini nuove. Nuove e rilette secondo la sua visione del mondo.


Vicky si presenta al portone di quel che rimane della famiglia Collins nel 1972. David, il piccolino della famiglia, ha perso la mamma. Suo padre è un cleptomane e tutto si può definire meno che padre. Elizabeth (un'implacabile e impeccabile Michelle Pfeiffer) è l'unica che tiene le redini della casa con il pugno di ferro. Sua figlia Carolyn è una hippy. Il custode del castello in rovina è un ubriacone barbuto che non fa che biascicare e barcollare. E, soprattutto, l'azienda di famiglia è in abbandono. 
Quando, per coincidenze fortuite, Barnabas viene liberato dalla sua bara e torna a casa dopo due secoli, si ricompone una famiglia Collins sui generis: tutti hanno un segreto, tutti sono strani. Barnabas è un vampiro. Vicky è la reincarnazione di Josette e vive col fantasma di lei. David vede il fantasma della mamma. Carolyn di notte mugola... tutti hanno una caratterista più o meno magica, più o meno strampalata.
Ma ciò che conta è che i Collins si mantengono uniti: perché non c'è ricchezza più grande della famiglia. Via gli elementi di disturbo: i padri che rifiutano i figli devono lasciare la Casa. Tutti hanno bisogno di affetto vero. Tutti resistono e si sforzano per ricreare l'industria ittica dei Collins in rovina. Tutti uniti contro un nemico comune: Angelique, che da secoli vive distruggendo la fortuna e il nome dei Collins e dirigendo un'immane industria ittica.
Dopo quasi duecento anni, Angelique è ancora lì, a gustare la vendetta per l'amore respinto.


Burton crea una situazione molto particolare. Di sicuro siamo tutti dalla parte di Barnabas e della sua strana famiglia. Ma il personaggio “tipo” di Tim Burton è, in realtà, la strega Angelique. È lei quella sola e incompresa, quella non amata, quella che crea un pandemonio pur di dare sfogo alle proprie ossessioni. Angelique ricorda tanto lo spettrale Natale di Jack Skeleton; ricorda il cadaverico matrimonio de La sposa cadavere; ricorda la solitudine senza amore di Edward Scissorhands. È lei il personaggio solo contro tutti. Burton rovescia la questione: ciò che per anni è stato il suo protagonista (l'Incompreso, il Solo, l'Ingabbiato), diventa nemico. La stranezza, invece, viene “normalizzata”: Barnabas è un vampiro ma è subito accettato dalla sua famiglia, strana quanto lui. Barnabas non è affatto solo, sa il fatto suo e riesce persino a conquistare l'amore: e tutto senza rinunciare al suo essere vampiro e senza rinunciare al suo essere uomo vecchio stampo nell'America della rivoluzione dei costumi.


È probabile che qualcosa si sia disteso nella poetica di Tim Burton. Il sentimento triste e ossessivo, la diversità e la solitudine sono respinti: e la cosa si era già vista in Alice in Wonderland che, seppure dettato da logiche disneyane, si avvaleva di un personaggio che dalla propria diversità ricavava la forza, libero da pesi e fantasmi inconsci. Per Barnabas è lo stesso: ma non per Angelique. La differenza tra i due sta, appunto, nella famiglia. Barnabas ha avuto un padre e una madre amorevoli. La madre di Angelique si vede appena, probabilmente anch'essa una strega; inquadrata solo di spalle, è coperta interamente da mantello e cappuccio neri: non una madre, non una donna, solo un essere spersonalizzante, fonte di tutto il malessere di Angelique.
Burton non prova odio per la bella strega. La compatisce e le dona la pace: ma è il modo in cui viene sconfitta che fa capire bene gli intenti. Tutti i Collins si riuniscono per dare sfogo alle loro peculiarità. Ognuno fa esplodere le sensibilità che possiede, sensibilità che, unite, producono una forza inarrestabile: l'amore della vera Famiglia. Angelique è solo una bambola. Ossessionata da un amore che non sa provare perché nessuno glielo ha insegnato, dentro è vuota, fuori si sgretola, guscio di porcellana finissima. Angelique ha vissuto sola e senza amore e per questo è più fragile di ogni altro essere. Vicky, invece, è la perfetta incarnazione del significato del film: rifiutata dalla famiglia per la sua diversità (eccellente la sequenza del suo flashback), non si lascia abbattere, ma va in cerca di chi è come lei, cercando normalità e vita nella condivisione e nell'amore.

Burton ha sostenuto una grandissima prova: ha tratto il film dall'omonima serie tv degli anni Sessanta. Ha mescolato horror, commedia, melodramma, ritmi e sequenze da soap opera. Ha riunito un grande cast. Ha costruito immagini sature di elementi, di colori, di luci, inquadrature barocche e opulente tanto nel Settecento quanto nel respiro visivo degli anni Settanta. Ha continuato a parlare della sua poetica modificandola e rigenerandola, guardandosi allo specchio e scacciando i pensieri ossessivi. Ha, come suo solito, rovesciato i significanti, rendendoli metafore visive. È andato oltre.

Se l'individuo sensibile è da tutti additato e posto ai margini, l'unico antidoto per non isolarsi e cadere vittima delle proprie ossessioni è fare della sensibilità e della diversità un valore aggiunto, un fattore costruttivo da condividere e che possa creare sentimenti forti. In oltre vent'anni di carriera, Burton ha saputo creare sentimenti forti. Ha creato segni d'appartenenza subito riconoscibili. Ed è stato proprio grazie a quella sensibilità che il regista ha saputo imporsi al pubblico e parlare ad un vasto numero di persone. Se non fosse stato strano e sensibile come il suo piccolo Vincent, Burton non avrebbe mai creato il gruppo coeso di timburtoniani sparsi per il globo. E il nucleo familiare dei Collins non si vergogna di essere come è. Angelique, invece, lotta per nascondere la propria diversità, senza notarne il valore edificante. E nascondendo se stessa, si è svuotata. Piano piano.  
Non sempre il Mostro, cioè la meraviglia, se si mostra fa paura.

20 commenti:

sqwerez ha detto...

fico!

Veronica Mondelli ha detto...

In effetti è davvero divertente! :)

Mari da solcare ha detto...

Recensione inappuntabile. Delle tue, insomma. Vorrò andare a vedere il film. "Se l'individuo sensibile è da tutti additato e posto ai margini, l'unico antidoto per non isolarsi e cadere vittima delle proprie ossessioni è fare della sensibilità e della diversità un valore aggiunto, un fattore costruttivo da condividere e che possa creare sentimenti forti."
Ottima questa considerazione finale.
Brava, come sempre.

Giulia Giarola ha detto...

Vado a vederlo proprio domani sera... giovedì torno qua e ti aggiorno... eh eh... splendida recensione amica mia! adesso sono ancora più curiosa... ;)

Veronica Mondelli ha detto...

@Maria: grazie per il tuo commento, per me hai sempre parole bellissime. Ti consiglio fortemente questo film di Burton, ci si diverte tantissimo. Ciao, buona giornata!

Veronica Mondelli ha detto...

@Giulia: allora aspetto le tue considerazioni :)! Buona giornata e buona visione!

Elisa ha detto...

Ciao:):) Ti ho assegnato un premio!
http://lacrimedicartaeinchiostro.blogspot.it/2012/05/grazie-kedi-e-sheryl.html

Debora Suomi ha detto...

Davvero ben esposta e strutturata questa tua recensione cara Veronica. Del film mi colpisce (positivamente) molto la frattura temporale e culturale tra l'incipit gotico settecentesco ed il salto successivo nel XX° secolo..affascinante.
Ancora complimenti!
Debby

occhio sulle espressioni ha detto...

Prendo di peso un mio commento postato altrove e lo arricchisco un po'. :)

A me è poco piaciuto, diciamo con un voto soggettivo di 5.
Su alcuni personaggi, padre, ma bambino specialmente, ho pensato anch'io la stessa cosa di altri commenti letti in giro: forse era per seguire con una certa attenzione la serie originale, omaggiarla con fedeltà, ma nel film ha poco funzionato. Con David parevano doversi vedere cose straordinarie e poi si è perso.
Seconda cosa: l'ironia mi è sembrata un filo più diretta verso un pubblico di età minore(o forse era involontario...), forse anche in questo caso c'è l'impostazione della serie di mezzo, ma qualche battuta era veramente sull'infantile andante.
E, in argomento, molto edulcorato! Avrebbe potuto osare molto di più sugli elementi gore! L'originale è di cinquanta anni fa, si doveva rimanere per forza su quei limiti? Il caro Burton non si è mai fatto problemi in questo senso.
Sempre in argomento: non è questione di Depp e moglie riproposti fino allo spasimo, secondo me è proprio sua intenzione lanciare personaggi "paraculistici", che affascinano sì, ma in senso commerciale... Però chi? A questo punto principalmente le gothic girl di 16 anni con la borsa di Nightmare Before Christmas, perché più che essere "forti" nel film mi sembrano più da vendere, spesso con quel tipo di gusto che fa più presa verso gli adolescenti. Alice, in questo senso, è stata peggio ancora.
Comunque, appunto finale: fotografia, anche se di rimando, sempre grande (e non è stata curata da lui), citazioni, culto del vintage, amore sincero per l'horror, c'è tanta carne al fuoco.
Concordissimo con il saper analizzare i tempi e adattarsi ai "mostri" del momento, anche se l'opera ispiratrice era in tempi diversi. Introspezione ve n'è tanta, certo!
Solo che: fotografia, come detto, non sua, montaggio neanche, soggetto neanche, sceneggiatura neanche, scenografia idem, stessa cosa per i costumi (cose elencate anche perché qualcuna è il punto forte del film).
Quanto c'è di Burton a questo punto?

Veronica Mondelli ha detto...

Luigi, bentornato! Che bello, un po' di sana discussione :).

Non ho nulla da obiettare al tuo commento, perché penso che proprio i punti che hai elencato possono essere sia di forza che di debolezza per il film di Burton. Mi spiego: tu ti chiedi cosa c'è di Burton. Io ti rispondo: molto poco. Ed è questa la cosa che a me è piaciuta. Ultimamente Burton si è un po' adagiato su se stesso, anche perché con certi film è riuscito a creare un mercato abbastanza fecondo: e tradire i propri simboli non può che far del male a tutto l'apparato produttivo.

Nei primi quindici minuti di Dark Shadows ho rivisto il classico Burton adagiato su se stesso: e la ripetizione di formule, segni e ambientazioni rischia di apparire fasulla. Poi, però, vederlo raccontare di un tempo storico molto preciso, con chiari segni legati al mondo "normale" (come McDonald o i figli dei fiori), vederlo raccontare del mercato del pesce... Be', mi ha lasciato piacevolmente sorpresa. Nel senso che ho visto un modo sincero di raccontare qualcosa, non per forza alla Tim Burton. Mi aspettavo di trovare l'ennesimo protagonista solo e sofferente, invece Barnabas è forse il personaggio di Burton più compreso e comprensibile della sua storia.
Insomma... C'è stato più di un elemento che mi ha fatto vedere Tim Burton in modo leggermente diverso - è sempre lui, ma con qualche variazione. Così come Danny Elfman si è quasi ritirato dietro un apparato musicale che ha fatto la storia mondiale.
Possiamo dire che forse Burton su soggetti non originali rende di meno? Di sicuro è un pensiero da approfondire. Però in lui vedo anche la fortunatissima persona che per lavoro può permettersi di raccontare le storie che da piccolo lo hanno formato: ecco, il fatto che la serie tv sia stata fondante per il giovane Burton, non è da trascurare. Credo che in tutto questo il fattore emozionale abbia giocato un gran ruolo: la smania di metter dentro tutti i personaggi, di raccontar ogni minuzia e di omaggiare la serie.
Di sicuro non tutti i personaggi sono ben approfonditi (e in parte mi sono mancati certi approfondimenti su Vicky e David): ma era chiaro che Burton si è concentrato sulla strega, praticamente onnipresente, più incisiva dello stesso Depp. O almeno questa è stata la mia impressione.

occhio sulle espressioni ha detto...

Ciao, grazie! Sì, sono contento anch'io di confrontarmi :)

Inizio col dirti che il fatto che la teoria contemplante il fatto che ci sia poco di Burton è interessante, è può benissimo essere un fatto positivo, giusto.
È stato buono vedere il mercato del pesce al posto della solita magione diroccata, una sorta di "gotico moderno", è vero, si è fatto i conti con la realtà.
I personaggi rimangono quella sua cosa che ho apprezzato ad inizio e metà carriera e poi, man mano, ho preso con riluttanza. È è proprio necessario avere un feticcio per sempre? E se provasse con qualcuno diverso, non sarebbe meno Burton e magari più fresco e innovativo? Proprio come il pesce al posto del castello spettrale.
La strega occupa davvero troppo, è un personaggio strabordante, oltre i limiti, per far gasare sì, deve essere così ma, necessariamente così fuori le righe? E così si è tolto spazio a David, ecc.
Sul fatto che Tim sia uno che mostra vero amore verso il classic horror e lo ripropone sono convinto e lo apprezzerò per sempre per questo!

Mari da solcare ha detto...

Cara Veronica, ieri sera (su invito di mio figlio sedicenne) sono andata a vedere il film. Confesso che mentre di alcuni registi conosco quasi tutto, estetica e opere, di Burton conoscevo qualche opera sparsa. Sono andata a vedere il film anche sollecitata dalla tua splendida recensione. Posso dirti che il film non mi ha delusa. Che mi ha lasciato, nel complesso, un retrogusto positivo. E che, dopo aver visto il film, ho ulteriormente apprezzato la tua recensione. Se il lavoro mi lascerà un pò di tempo, costruirò una recensione a "quattro mani" nel mio blog. Citandoti largamente e opportunamente! Buona giornata.

Veronica Mondelli ha detto...

@Occhio sulle espressioni:

sul feticcio ti do ragione. Forse sarebbe il caso che Burton provasse a sperimentare il corpo di altri attori. Non perché Depp non sia bravo, ma perché entrambi, Burton e Depp, rischiano di essere autoreferenziali e di innovarsi poco. Depp rischia di rimanere intrappolato nella maschera dell'istrione, tra pirati e mostri burtoniani. E dico la stessa cosa per quanto riguarda la moglie di Burton, che non sempre è azzeccata e che in Dark Shadows l'ho trovata quasi inutile - e su di lei non sono riuscita a spendere una parola!
Spiace anche a me che David abbia avuto poco spazio, forse anche io mi aspettavo un po' di più dal suo personaggio (dato che, poi, era il motivo per cui Vicky si insedia per fare l'istitutrice!). Ho apprezzato molto la Pfeiffer (l'ho trovata azzeccata e nella parte) e Eva Green. La Green è stata brava nel suo ruolo. Il suo personaggio è eccessivo e continuamente presente, come dici tu: e credo che Burton non sia riuscito a staccarsi del tutto dal personaggio "emarginato" e folle, a lui tanto caro.
In definitiva, però, considero Dark Shadows migliore di Sweeney Todd e di Alice.

Veronica Mondelli ha detto...

@Maria: ti consiglio di recuperare tutto di Burton! A me sembra che abbia fatto un solo film in tutti questi anni, tanto appare compatto.

occhio sulle espressioni ha detto...

È vero, la moglie di Burton è davvero poco influente in Dark Shadows.
E concordo sulla superiorità su Alice, di sicuro una marchettona.
Su Sweeney non so, però è pur vero che il libro è laido forte, mentre il film è, come al solito, più fiabesco.

Vele Ivy ha detto...

Recensione approfondita, mi è piaciuta perchè mi ha fatto ripercorrere le tematiche di questo film, che mi è piaciuto tanto.
Ottima l'analisi di Angelique, è vero che è lei l'outsider. E trovo che Eva Green sia stata eccezionale nell'interpretarla. Del resto Betolucci l'ha definita una "bellezza indecente" e io sono d'accordo con lui. Mi ha molto colpita la scena finale in cui si strappa il cuore e lo dà all'amato Barnabas, e poi la carezza di lui sul suo volto bellissimo ma ormai in frantumi... aah, Burton questa volta si è superato!!

Veronica Mondelli ha detto...

@Occhio: non so dirti se mi sia piaciuto Sweeney Todd. O meglio, mi è piaciuto, ma lì per lì non lo ho trovato necessario. Mi sono chiesta più volte perché Burton abbia sentito l'esigenza di dover girare un film così forte e, in fondo, anche parecchio cruento. Insomma... Ho fatto fatica a digerire la trama e certi suoi aspetti :). Poi però, nel filmm, Burton ha ripreso la soffitta di Edward e l'ha posta come sfondo per il barbiere. Ho pensato che Sweeney Todd fosse un lato oscuro dello stesso Personaggio che, sotto varie forme, Burton rappresenta sempre. Tutti i suoi personaggi rappresentano la follia nelle sue forme più distese e condividibili o nelle sue forme più dissolute e orribili. E forse Sweeney era il lato oscuro di Edward - in questo senso è un film interessante nella filmografia di Burton, ma con degli aspetti non del tutto convincenti, a parer mio.
Tuttavia ho rivisto questa lotta tra lati più o meno chiari e più o meno oscuri nei personaggi di Barnabas e Angelique.

Veronica Mondelli ha detto...

@Vele: la scena finale è stata piuttosto potente. Angelique che comincia a muoversi male e a scomporsi ci ha fatto ricordare La morte ti fa bella - Angelique è bellissima, ma, in fondo, è già morta perché mai amata. Alla fine Burton ha pietà di lei e le dedica un'inquadratura molto tenera: nell'estremo tentativo di donare il suo cuore già provato, mi ha fatto venire in mente un bambino che chiede attenzione a tutti i costi. Devo tenere d'occhio Eva Green, mi è piaciuta parecchio: so che sta girando quello che sarà il prequel di 300.

occhio sulle espressioni ha detto...

Mi c'hai fatto pensare tu al paragone, ed effettivamente calza. Quella soffitta fa da sfondo ad una persona con certe caratteristiche, "burtoniane", non c'è che dire.
Ti dicevo del libro: anche se, con una pubblicazione recente, hanno sfruttato Depp in copertina è davvero più marcio e lontano dal grigiore artistico di Tim. E questo è un motivo che valorizza l'altra tua perplessità, quella di prendere il personaggio così, all'improvviso, uscendo dai suoi soliti schemi. Per "edwardarlo", sì, renderlo suo, e forse è stato meglio così.
Per un ritratto più vero di Todd ti consiglio "Macellai" di Andy Milligan, rozzo e sporco al punto giusto.

Veronica Mondelli ha detto...

Grazie per la dritta su "Macellai"... spero di riuscire a recuperarlo. Non ci crederai, ma lo Sweeney Todd di Burton mi ha fatto un po' impressione per quel tema tanto cannibale...
Penso che Sweeney Todd sia il film più cattivo che Burton abbia fatto: non c'è mai spazio per una luce, mai un briciolo di sentimento puro, mai un po' di malinconia.