martedì 21 febbraio 2012

Osservare. Decostruire. Fare.


La base della creazione artistica è la grammatica. Per grammatica non si intende la limitata e limitante parola che di solito si attribuisce alla lingua – grammatica italiana, grammatica francese, inglese e così via.
Grammatica di colori. Particolare
La grammatica è ciò che è alla base della costruzione tecnica di ogni linguaggio, sia esso pittorico, filmico, scritto e parlato, musicale. Lo dice lo stesso significato greco della parola. Γράμμα (gramma): “ciò che è impresso, dipinto, rappresentato”. In modo sconcertante, il vocabolario greco assegna alla parola γράμμα (gramma) il primo significato di “disegno, figura, pittura, dipinto” e solo in un secondo momento riporta: “carattere inciso, scolpito, scritto, lettera”.
È interessante notare come alla base di “grammatica” vi sia un significato strettamente visivo: disegno, figura, incisione. Anche la lettera è considerata un disegno, il che ben si presta alla lingua greca.

Tuttavia tale concetto deve essere tenuto ben presente anche oggi e con la stesura di racconti e romanzi. Mai considerare la parola scritta alla stregua di un contenuto: le parole sono innanzitutto forma, forme con particolari suoni, accenti, lunghezze e sillabazioni. Da qui bisogna partire per costruire il testo. Textus, trama, tessuto: anche il testo scritto deve essere trattato come una tela, come un dipinto o un film. Perché si tratta sempre di questo, anche quando si scrive: lo scopo è formare un'immagine, sia essa visiva o mentale.

Il particolare che dà senso al tutto
La più importante spinta a riflessioni simili è probabilmente giunta da Roland Barthes che, genialmente, raggruppò tutte le arti sotto un'unica caratteristica: lo schermo. Tutte le arti, tranne la musica, arte del tempo e per questo inafferrabile, possono essere racchiuse all'interno di uno schermo, sia esso la tela, i confini di una scultura, lo schermo cinematografico o la pagina del libro. All'interno di quello schermo avviene una costruzione – la poiesis, l'agire e il fare, la produzione, la composizione, l'arte poetica.
Scrivere diventa una sorta di rappresentazione pittorica con le parole. Si usano le parole, i suoni, gli accenti per condurre il lettore al senso. Molto semplicemente: quando Manzoni scriveva “Quel ramo del lago di Como” non aveva solo descritto il ramo del lago, ma aveva costruito musicalmente, con allitterazioni e assonanze, una sorta di dipinto, fatto di brevi parole con suoni simili. In quella frase è evidente più il suono che la descrizione e solo grazie ai suoni si forma l'immagine: il senso della lunghezza del ramo e della calma del lago.

Cosa è avvenuto? Un lavoro di sintesi-analisi-sintesi, il che è molto legato al modo di vedere di Ejzenstejn. La sintesi è nella mente di chi crea: voglio raccontare la storia di due promessi sposi; voglio dipingere una Pietà; voglio realizzare un fumetto che racconti la storia di Iron Man; voglio costruire un film che racconti la storia di Ivan il Terribile.
Da qui, il momento più complesso: l'analisi. Chi crea ha il compito primario di decostruire. Così, la storia dei promessi sposi diventa una composizione di suoni e parole ragionate; il dipinto è una composizione di pigmenti, linee, chiaroscuro; il fumetto è una composizione di bianchi e neri, parole, linee, retini, colori; un film è una composizione di parole, musica, piani, montaggio.
Una volta composto il tutto si ha una sintesi, sintesi che poi sarà particolarmente compiuta nella mente di chi legge/guarda.
La composizione, è ovvio, avviene per montaggio: Ejzenstejn lo ha forse dimostrato per primo. Se il “ramo” non fosse montato su “lago” e su “Como”, con il “quel”, il “del" e il “di” a fare da legante, non ci sarebbe stata nessuna musicalità. Così come la Pietà viene fuori solo da un montaggio di linee, colori, toni, velature. E la stessa cosa valga per le altre arti.
L'artista fa un continuo lavoro di decostruzione e costruzione, qualcosa che gli permette di vedere sin nel più piccolo dettaglio. Allo stesso tempo la decostruzione non potrebbe partire senza un'attenta analisi di ciò che c'è intorno. L'artista osserva, avidamente. Sa guardare sin nella minima parte dell'immagine di mondo che lo circonda. L'artista sa osservare e analizzare sia la realtà che gli altri linguaggi artistici. Non si può dipingere se non si guarda, non si conosce la grammatica pittorica se non si sono osservate altre opere. Non si può scrivere se non si osserva il mondo, non si legge e non si conosce la grammatica della lingua. Inoltre, le arti acquistano un quid in più proprio dall'incontro-confronto-scontro tra linguaggi artistici diversi (valga l'esempio dell'adattamento).

Osservare e decostruire sono la base del fare artistico. L'artista sa vedere le cose compatte e disunite, nel loro insieme e nei singoli particolari che le compongono. Entra nella trama della realtà, la sa scomporre e ricomporre in modo tale che quella realtà, agli occhi degli spettatori, sia effettivamente visibile.

L'artista lavora sui significanti. I quali, solo se montati con coscienza, danno un significato: e non sarà mai un significato univoco e universale. Sarà il significato che l'artista ha scelto di veicolare in quel dato momento, partendo dalla sua personale analisi dei significanti e agendo sulla loro meravigliosa catastrofe (ma questa è un'altra storia).

"Siamo solo noi quaggiù, Siamo solo noi quaggiù mio fratello ed io, Siamo solo noi quaggiù mio fratello, io e questa terra che è nostra, Siamo solo noi quaggiù mio fratello, io,  questa terra che è nostra e le automobili fiammanti, Siamo solo noi quaggiù come fantasmi colorati che girano molto lentamente sfiorando la terra senza fare il minimo rumore se non una sorta di respiro sotto le volte di questa cattedrale di luce e solitudine. È perfetto."

Alessandro Baricco, Questa storia (Fandango Libri, p. 222)

6 commenti:

Vele Ivy ha detto...

BRAVA! Tu non hai idea di quanto io insista su questo: la costruzione tecnica. E' la tessitura con cui è costruita ogni opera che ci trasmette il significato. Spesso mi è stato detto: "ma tu non devi focalizzarti sullo stile, devi guardare solo l'emozione che ti comunica l'opera"... sì, ma se non è ben costruita non mi comunica niente!!

Veronica Mondelli ha detto...

Vele, mi commuovi...! Che bello sentire ciò che dici: "se l'opera non è ben costruita non mi comunica niente". Ti ringrazio infinitamente di darmi man forte. Appena ho un secondo vengo a leggere il continuo del tuo racconto a puntate.

DOC ha detto...

Il tuo elogio alla creatività è sintetico ma completo, vero e inespugnabile. Un'autostrada a cui tutte le secondarie affluiscono per coerenza. Latte per biscotti. Ciò che apprezzo di più è l'idea di fornire un'alcova che racchiuda le forme più o meno astratte dell'espressione. Riuscitissima, democratica. Mi ci tuffo, crema idratante perfetta per la mia pelle. Grazie.

Veronica Mondelli ha detto...

Che bel commento, DOC. Mi hai lasciato senza parole. Posso solo dirti un sincero grazie!

Mari da solcare ha detto...

Il post è musica per le mie orecchie: le tue riflessioni sulla tecnica necessaria per le creazioni artistiche sono da manuale. Gramma, textus, poiesis: che bella questa risurrezione della lingua greca per spiegare la creatività! Ti immagino, professoressa all'università, che incanti i tuoi studenti... Intanto, con la tua poiesis, incanti i tuoi lettori!

Veronica Mondelli ha detto...

Maria, grazie infinite per le tue parole. Io adoro la lingua e la cultura greca e - forse esagerando - credo che già nella culla della nostra civiltà sia stato detto quasi tutto, solo che dobbiamo scopirlo e riuscire a vederlo.
Grazie anche per come mi immagini... professoressa universitaria... era un mio sogno, ma ora mi diverto molto di più con ragazzi più piccoli :).