giovedì 16 febbraio 2012

Hanna





Anno: 2011 - Nazionalità: USA, UK, Germania - Genere: Azione/Thriller/Spy story - Regia: Joe Wright

Hanna è l'ultimo film di Joe Wright che, stavolta, dopo aver esplorato il cinema in costume con Orgoglio e pregiudizio ed Espiazione, affronta la spy story.

Hanna è un film con una trama (volutamente) esile. Hanna ha quindici anni e vive sola con il padre in mezzo alla neve. Il padre la allena, le insegna il combattimento, la sopravvivenza, l'allerta e svariate lingue. Hanna impara tutto con grande facilità, preparandosi all'evento: farsi trovare dalla terribile Marissa Viegler, ucciderla e vendicare così la morte della madre.

La trama è piuttosto "classica".

Il lavoro che Wright fa su questa trama è del tutto particolare. Ed è un lavoro di regia e montaggio che si può articolare su tre livelli.

Primo livello. Wright è un classico. Per classico si intende innanzitutto lo stile filmico. C'è il classico, c'è il moderno e anche il postmoderno. Lo stile classico è quello dei film americani degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta, ma il termine classico non è legato a epoche precise. Si possono fare film classici anche oggi. Basta rispettare alcune regole.
Ad esempio, uno stilema da cinema classico è quello di presentare nella prima sequenza tutti quegli elementi che si presenteranno alla fine del film e che scioglieranno la vicenda. In Hanna è la freccia, così come la frase che pronuncia in apertura e in chiusura del film.
Ma il classicismo di Wright si spinge un po' oltre. Il regista è classico anche per l'ordine, la grandezza, la purezza e la compostezza delle inquadrature. La disposizione degli oggetti, della scenografia, dei colori, dei gesti è sempre molto simmetrica. D'una simmetria che spesso diventa così evidente da far trionfare il lato formale su quello del mero contenuto.

E qui arriviamo al secondo livello. Wright, dopo aver impostato la base classica del suo film, si diletta in virtuosismi: Wright è un manierista.
Tutta quella classicità diventa preponderanza dello stile. Wright si fa formalista, adotta lo stile per lo stile: estremizza così tanto gli elementi classici da farli divenire, appunto, visibili sopra ogni altra cosa. È così che un inseguimento diventa un mirabolante e psichedelico balletto di luci e suoni. È così, ad esempio, che il film inizia e finisce con la stessa inquadratura e la stessa frase di Hanna: "Ti ho mancato il cuore!" e lo sparo. Iniziare e finire il film esattamente con la stessa composizione fa capire quanto Wright sia andato oltre il classicismo, si sia preso la licenza di mostrarci il suo lavoro con la macchina da presa, estremizzando le regole di costruzione filmica.
Manieristicamente – e formalmente – geniale è il piano-sequenza, lunghissimo, articolato, che Wright fa sul padre di Hanna. L'uomo esce dalla stazione, prosegue a piedi lungo la strada, la macchina da presa lo segue lateralmente, poi di fronte, poi cambia lato, poi di spalle. L'uomo scende le scale della metro, quattro uomini lo circondano e lo aggrediscono e la macchina da presa è sempre lì a rapire immagini senza staccare, ruotando attorno all'indemoniato gruppo di uomini che, in una danza forsennata e perfettamente architettata, gioca con l'obiettivo.

Così, Hanna diventa esperienza, qualcosa in cui vale molto di più la carrellata, la composizione dell'inquadratura, il ritmo del montaggio che la storia in sé e per sé: dal cinema classico Wright sfocia nel cinema-esperienza postmoderno.
Tale virtuosismo era già presente in Espiazione. Ma in Espiazione - bisogna dirlo – a Wright era riuscita molto meglio la parte del virtuoso: lì, la forma autoreferenziale e metacinematografica era giustificata dalla storia (e viceversa, la forma giustificava la storia in un perfetto combaciare delle due parti), dato che la protagonista era una scrittrice che fraintendeva ciò che vedeva e che piegava la realtà (e la finzione) ai propri scopi, ingannando lo spettatore/lettore.
Qui invece la cosa riesce un po' meno, perché storia e forma non si compenetrano. O forse dobbiamo vedere tutto da un altro punto di vista.

Il terzo livello: Wright non gira un film, ma costruisce un videogioco. Ecco allora che il suo virtuosismo è pienamente giustificato. Se si guarda bene, tutta la storia di Hanna è un procedere in avanti, è un continuo superamento di prove, di lotte contro i “cattivi” sempre più dure e complesse. La struttura è proprio quella videoludica. Il film è persino diviso in livelli: c'è il primo, quello nella steppa, che funziona da introduzione e tutorial assieme (Hanna impara a combattere). Poi c'è il livello della prigione: Hanna individua i problemi, risolve gli enigmi, riesce a fuggire. E così via, in un continuo maturare, fatto di momenti più distesi (la riflessione sul da farsi, i nascondigli, gli aiutanti,) e i clou (le prove, le lotte contro i boss per passare al livello successivo: si va da soldati tutti uguali, ai nemici deboli, a quelli più forti, fino alla lotta con il “boss finale”).



Per questo Hanna è esperienza: ci si concentra più su come riuscirà a cavarsela che più sul perché. Quando si tiene un controller, le mani sudano, si è seduti sul divano, ma si ha l'impressione di agire. In quel momento non si pensa al perché il gioco ci chieda di fare una cosa, ma la facciamo e basta, concentrandoci solo su l'obiettivo del momento.

Con Hanna avviene la stessa cosa: è il momento ciò che conta. È il fare e l'agire. Che svela in maniera ottimale quanto l'arte filmica sia fatta di piccoli elementi che agiscono in presentia, hic et nunc.


5 commenti:

Anthea ha detto...

Avevo visto il trailer di questo film uscito in estate che poi non sono andata a vedere perché mi sembrava lontano dal genere che prediligo e la ragazzina per cui tifavo era una spaventosa macchina da guerra. (emblematica la scena in cui il ragazzo cerca di baciarla e lei non è in grado di capire il tipo di approccio...però non lo ammazza). La tua bella e articolata recensione mi ha fatto nascere il desiderio di assistere a una proiezione, vedrò di procurarmelo. Grazie Veronica.

Vele Ivy ha detto...

Quando ho visto il trailer del film mi sono sentita catturata, mi ha trasmesso un non so chè di misterioso e originale... e poi mi piace la giovane attrice. Mi piace anche il fatto che tu abbia definito la visione del film "un'esperienza". Tutto ciò mi spinge ancora di più ad andare al cinema!

PS. Vorrei invitarti al primo Giveaway di Colorare la vita: in palio c'è un libro ambientato a Venezia. Per saperne di più, ti lascio l'indirizzo della pagina:
http://colorarelavita.blogspot.com/2012/02/giveaway-veneziano-la-verita-del.html

Veronica Mondelli ha detto...

@Anthea: c'è un sentimento che Hanna prova, uno solo, ma c'è. Non ti dico qual è, così se vorrai vederlo non ti svelo il finale.
Comunque, di questo stesso regista, ti consiglio Espiazione: una bella e articolata storia d'amore in Inghilterra all'epoca della Seconda Guerra Mondiale. Tutti gli scrittori dovrebbero vedere questo film ;).

@Vele Ivy: il film è effettivamente molto originale, non la solita spy story. Passo subito dal tuo blog! Ciao!

Carolina Venturini ha detto...

A differenza delle altre, non ho visto il trailer e non conoscevo questo film. E' molto interessante l'approfondimento che ne fai.

Veronica Mondelli ha detto...

Grazie, Carolina, sempre gentilissima. Se non si è mai visto nulla di questo regista, meglio iniziare da un classico come Orgoglio e pregiudizio o da Espiazione - bella storia d'amore nell'Inghilterra della Seconda Guerra, un gran film che tutti gli scrittori e aspiranti tali dovrebbero guardare... :)