lunedì 22 dicembre 2014

Natale #3 - RITORNO - Atto secondo e finale


Natale #3 - RITORNO - Atto primo

Il problema però è.
Il problema però è che lui non mi riconosce. Mi scambia per una sua ex fidanzatina del liceo. E non ho più spazio sul taccuino per dirgli che lui è quello del disegno. Quello del disegno col campo di grano e i passerotti rossi. E che io, il giorno del disegno, sono stata la bambina più felice del globo. Ho il disegno ancora appeso al muro, a casa mia. Ogni tanto lo guardo. E penso che il mondo non è poi così brutto.

Il problema poi è un altro. Anzi, sono due. Lui non ha ancora capito che io non ci sento né parlo. Pensa solo che sia un po' timida e un po' strana.
Il secondo problema è che, all'improvviso, mi chiede di passare il Natale a casa sua, con la sua famiglia. Questo non è un problema. Questo conferma che, come allora col disegno, anche oggi lui è un bambino gentile e speciale.
Ovviamente dico Sì. E lascio andare la mia vita come se non volessi più controllarla.

Mentre siamo sull'autobus e le luci natalizie ci accecano sfolgorando sui vetri, lui apre bocca e mi urla contro DEVO PASSARE PRIMA DA CASA MIA! Rido, non riesco a trattenermi. Deve pensare che sono fuori di testa. Non sa che rido perché non c'è bisogno di urlare nella confusione della città. Io, la confusione della città, proprio non la sento. Alzo il pollice, faccio l'occhiolino, Okay gli dico e lui, lo so, lui non capisce perché debba essere così plateale.
Quello che non capisco io, invece, è perché casa sua sia in realtà una stanza tristissima, coi muri spogli, un ordine devastante e un letto ad una piazza e mezza dal piumone grigio. Dove sta il bambino che mi ha regalato quel disegno colorato, dicendomi un È tuo! colorato e spargendo colore dagli occhi? Posa la borsa da lavoro ed estrae dalla tasca della giacca una cravatta nera lucida. Mi guarda: Devo cambiarmi solo la camicia prima di andare dai miei. Faccio un sì un po' imbarazzato.
Si sfila la giacca e poi la camicia, di fronte all'armadio aperto e pieno di camicie bianche, perla, grigie, perfettamente stirate e perfettamente disposte.
Io ho un problema. Anzi due. Quando mi arrabbio, non posso litigare a gesti, così sono solo calci, pugni, lanci di oggetti e tirate di tovaglie. Quando mi innamoro, odio alzare indice mignolo e pollice. Insomma, quando il sentimento è forte devo agire. C'era un bambino col colore negli occhi che mi ha regalato il disegno più bello del mondo. Ora c'è un uomo che si cambia di fronte a me come se ci conoscessimo da sempre e da sempre condividessimo ogni minuzia. C'è un senso di famiglia che non ho mai provato. Fuori è Natale, ci sono le luci, fa freddo, i camini sono accesi, si sente odore di zucchero ovunque. E pian piano il Natale comincia a farsi spazio anche dentro di me. L'ho già detto, quando il sentimento è forte ed è inutile pure scriverlo, devo agire. Per questo, lo bacio. Lui, che ha solo una manica della camicia pulita infilata, non finisce di vestirsi. Mi aggrappo alle sue spalle, si toglie definitivamente la camicia, si tiene ai miei fianchi e il suo piumone grigio si illumina di un'alba dai colori sgargianti.

Dormo fin quasi alle sette di sera. Mi alzo, mi vesto, sistemo il trucco e i capelli. Lo lascio dormire ancora un po', perché mentre dorme i suoi lineamenti ritornano quelli del bambino che ho conosciuto. Poi lo scuoto appena, mettendo una mano sul suo petto glabro. Non parla, quando finalmente indossa la camicia pulita. Sorride piano – e solo ora mi accorgo che ha gli occhi cangianti, verde-grigio-cenere.
È il caso di andare – dice guardando l'orologio d'acciaio fresco di laurea – si è fatto tardi.
Alla fermata del bus, il suo silenzio imbarazzato per me è confusione di parole in testa. Che dirgli, come dirgli, quando dirgli e domani sarà tutto come adesso? Si volta, mi guarda negli occhi, prende tempo, si strofina i capelli, gira la testa a destra, poi a sinistra, alla fine dice: Sai che sei bellissima?
Credo che sia il momento. Attendo solo un attimo. Poi alzo la mano sinistra, batto veloce medio e anulare sulla spalla e con le labbra mimo un muto grazie.
Tolgo le parole di bocca anche a lui. Che mi guarda con le labbra socchiuse e gli occhi sbarrati come faccio io quando devo concentrarmi per capire il labiale altrui.
Quando dico che, pur avendo orecchie perfettamente funzionanti, bisogna guardarci. Sempre, senza riposare gli occhi. Essere essenziali ed incisivi. Creare un contatto che vada al di là di quello che possiamo dirci. Lui abbassa la testa con un sorriso appena percettibile e con lo stesso sorriso evanescente guarda in alto il cielo nuvoloso, in basso la strada bagnata, di lato l'autobus che arriva. Si strofina il naso e si strofina le guance con un accenno di barba, mentre fa un gesto, semplice – mi stringe la mano.

E con la mano nella mia mi porta fin dentro casa dei suoi genitori. La porta si apre e mi abbagliano i suoni accesi delle luci dell'albero, della tavola di seta rossa col runner color oro, del cesto in vimini pieno di frutta secca, del sorriso incontrollato di chi ti aspetta trepidante. Mi abbagliano gli occhi di sua madre che si illumina di meraviglia a veder me ospite inattesa, mi acceca il pentolone di linguine all'astice di suo padre, che mi accoglie come se mi avesse sempre conosciuta, e rimango incantata dai racconti lenti dei suoi nonni, che si perdono nei natali della guerra e poi in quelli della rinascita. Adoro il modo in cui lui mi guarda senza dirmi una parola, come mi fa sentire in famiglia quando sparecchiamo la tavola e mi prende la mano e me la bacia – poi, con un gesto veloce e timido, indica i muri colorati di suo padre. Si gioca a tombola e i suoi non non fanno una piega, né mettono la mano davanti alle labbra per parlare, mentre lui ripete con le dita ogni numero uscito. Credo solo che i suoi debbano aver visto quel qualcosa di nuovo e sconcertante non in me, ma nel figlio, tanto lo guardano sorpresi. Lui, al tavolo di Natale, mi stringe la mano e senza pensieri deraglia dai binari cui evidentemente ha abituato tutti.
La mezzanotte arriva, senza regali, piena di auguri e tanti baci, si sgranocchiano biscotti e noci e si fa l'ultima partita a tombola, mentre sua madre ci prepara le lenzuola pulite per passare la notte qui, al caldo, tutti insieme.
Tra qualche giorno tornerò a lavorare in istituto e lui, con la sua borsa da lavoro, si stringerà una cravatta attorno al collo e rientrerà nei suoi binari. Avremo i soliti ritmi e il giorno e la notte li cadenzeranno. O forse qualcosa è già cambiato. La vigilia è passata. Lui mi stringe la vita e respira pesante e lento il mio collo, mentre si addormenta. Domattina, però, sarà ancora Natale. E, forse, da oggi, entrambi abbiamo messo un po' di Natale nelle nostre giornate, anche se senza luci e tavole colorate.

Non faccio domande, non attendo risposte. Mi lascio stringere e stringo – vivo.   

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Henri de Toulouse-Lautrec, Il letto, 1893
Soundtrack: Sia, Chandelier 
                  Apparat, Goodbye

2 commenti:

Vele Ivy Di Colorare ha detto...

Ciao Vero, sono un po' in ritardo per gli auguri di Natale, così mi avvantaggio e ti auguro un bellissimo inizio di anno nuovo! :-)

Veronica ha detto...

Cara Vele, nessun problema! Sono giorni concitati, questi. Buon anno anche a te! E a presto ^_^!!