lunedì 15 dicembre 2014

Natale #2 - TRADIMENTO - Atto unico


Natale #1 - ATTESA - Atto secondo e finale

Quest'anno non voglio tornare a casa per Natale.
Mancano quattro o cinque ore alla cena. I miei genitori mi aspettano, ma ho già detto loro di non aspettarmi. Sono riuscito a prendere le ferie per l'intero periodo natalizio e persino un permesso per oggi, per la vigilia, nonostante abbia iniziato a lavorare da appena due mesi. Oggi ho lavorato solo di mattina. Niente pomeriggio. Oggi pomeriggio ho un impegno. Sono venuto qui, ad una specie di cerimonia, una riunione di ex compagnetti di scuola. Allento la cravatta, sprofondo sulla sedia, la maestra parla, non l'ascolto, ho altri pensieri.
Quest'anno non voglio tornare a casa per Natale.
Mio padre dice che il Natale è una tradizione, ma che ogni anno bisogna inserire un piccolo cambiamento, fino a inventarne una nuova – di tradizione. Il punto è che per me non è mai cambiato nulla. Quest'anno, lo so, sarà tutto un allora come ti trovi al lavoro? Ti piace, ti sei ambientato? Lo scorso Natale era tutto un come va la tesi? Quando la discuti? Due anni fa era tutto un quanti esami ti mancano? E così pure tre e quattro e cinque anni fa. Sei anni fa tutto un ti trovi bene all'università? Ti manca la scuola? E così via, indietro, unico nipote tra due genitori e quattro nonni, i Natali sempre festeggiati in sette, ogni tanto qualche lontano parente, cugino dello zio del padre dei miei nonni viene a fare i più falsi e vuoti auguri di Natale e a tentare di riempire il vuoto augurio con una partita a carte. E poi anche lo zio del cugino del fratello di non so chi era tutto un ma come sei cresciuto! Che fai? Che studi? Ah, ingegneria? Ma non era lettere? No. Non è mai stato lettere. Odio le lettere, odio tutto ciò che esce da binari rigidamente controllabili. Amo i numeri e le formule. E, allora, da quando ho costruito la prima macchinetta lego a circa cinque anni, una macchinetta lego che mio padre mi regalò poco prima della cena della vigilia, per l'intera famiglia, esterrefatta, fu tutto un ma che bravo, ma che genio, evviva l'ometto di casa.
Quindi, basta. Ho un lavoro da due mesi, uno stipendio, sono autonomo, ho persino affittato una stanza vicino al posto di lavoro, tra gli strepiti di mia madre e la muta disperazione di mio padre.
Allento ancora la cravatta fino a scioglierla, la tolgo, la infilo nella tasca della giacca. Guardo dietro di me. Tre o quattro amici di scuola che ho visto per l'ultima volta circa venti anni fa e che non conservano neppure l'impronta di quello che erano da bambini. Accanto a me una ragazza silenziosa, capelli lunghissimi, neri, seduta sul bordo della sedia, dritta con la schiena, le mani unite sulle ginocchia e le dita che si sfregano. Tiene la bocca socchiusa e gli occhi sbarrati, come se le parole della maestra fossero verità divina. Non capisco il motivo di tanta attenzione ed è questa l'unica cosa che mi attrae in tutta l'aula magna della scuola. Lei – sì – ha un'impronta familiare, ma non riesco ancora a fissarla nel nome e nel volto di una bambina. Ha un vestito che le fascia perfettamente le forme e che le arriva fino a metà coscia. Gli stivali. Uno spolverino fradicio e un ombrello gocciolante. Si accorge che la fisso. Si volta verso di me e con la stessa bocca socchiusa e gli stessi occhi sbarrati sorride e fa ciao con la mano. Un ciao-con-la-mano esagerato, come se fossimo ai due estremi di una lunga strada e non a pochi centimetri di distanza. Come se volesse salutarmi più forte. O gridare il suo saluto. Tanto che rispondo con un ciao incerto della mano e non apro bocca. Lei socchiude gli occhi e sorride appena, tra il timido, il riconoscente e un'espressione che dice Sapevo che ti saresti ricordato di me. Perché lei, è chiaro, ricorda benissimo chi sono. Nome cognome posto a cui ero seduto in classe e disegno annuale appeso al muro. Dopo due istanti, forse anche meno, capisce che io di lei, in testa, ho solo un'impronta. Un'impronta anche un po' confusa dal fatto che è la vigilia di natale, tra quattro ore dovrei stare a sorbirmi la solita manfrina familiare e non ho alcuna voglia di vedere nessuno. Mi afferra il polso, me lo scuote e proprio non capisco che scena sia, questa. Ho voglia di scappare di casa, dal lavoro, da questa assurda cerimonia scolastica prenatalizia e capire in che razza di buco dimensionale sia finito. O nella vita di chi altro sia finito. Perché lei continua a guardarmi con la sua faccia esagerata, come se dovesse dirmi tutto a chilometri di distanza e, pure se tenta di urlarmi le sue frasi, io non la capisco. Poi ho un'impressione. Forse è una qualche mia fidanzatina del liceo. Una di quelle con cui ho frequentato l'asilo e che poi ho rivisto mutata in fanciulla alle superiori. Glielo dico. Impressione sbagliata. Lei fa una faccia delusa, di una delusione esagerata. Quasi paradossale. È talmente delusa che sparo la prima frase che mi viene in mente. Una frase assurda, istintiva, malsana e benefica allo stesso tempo, perché sulle cose non programmate non sai mai come andrà a finire.
La sparo, la frase.
Che fai stasera, per la vigilia?
Forse è la mia uscita di sicurezza. Il necessario tradimento della tradizione.
Tira fuori un taccuino dalla borsa. Piccolo, tutto scarabocchiato. Non trova una pagina libera e allora inizia a scrivere tra un arabesco disegnato nervosamente, di quelli che si disegnano quando ti annoi, e una frase in bella grafia “domani dalle cinque alle sei”.
Scrive, sotto i miei occhi: sono sola.
Mi guarda, stavolta, senza la solita espressione gridata. E io, con la solita frase non programmata: ti va di passare la vigilia a casa mia?
Mi guarda, ancora. Con due occhi più dolci del dovuto, di quelli da cui ti fai rapire una volta per tutte. Neri e profondi, silenziosi e impavidi, pieni di parole e di storie mute.

Attendo una sua risposta. Che sia un arabesco, una frase scritta o un'altra delle sue espressioni esagerate. L'albero di carta a grandezza naturale, ritagliato e colorato dai bimbi della nuova generazione, riflette le lucine sbilenche attaccate alla bell'e meglio dai bidelli. Eppure mi arriva al naso il profumo della mamma che mi mette a letto e mi dice Dormi, altrimenti babbo natale non arriva.

Fine...
Arrivederci a venerdì per la prossima storia

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustave Caillebotte, Rising Road, 1881

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