venerdì 19 dicembre 2014

Natale #3 - RITORNO - Atto primo


Natale #1 - ATTESA - Atto primo

Natale #1 - ATTESA - Atto secondo e finale

Natale #2 - TRADIMENTO - Atto unico


Finché dico ciao tutti mi capiscono.
Agito la mano destra da sinistra a destra, prima piano, poi sempre più veloce. Il movimento è molto veloce se sono felice di salutare chi mi sta di fronte. Lento, incerto, se mi sento imbarazzata o se non ho alcuna voglia di vedere nessuno. E i significati sono abbastanza eloquenti.
Il problema è quando devo esprimere concetti più complessi.
Il problema non sono io.
Il problema sono gli altri, anche se da sempre hanno voluto far credere che fossi io.
Il problema è che io comunico così, ma il vero e più profondo problema è che gli altri non sono abituati a guardare. Nessuno si ascolta come dovrebbe, figuriamoci se si tratta di parlare per gesti.
Gesti. Che poi è una lingua vera e propria. C'è gente che impara sette lingue con una facilità disarmante pur di fuggire dal proprio paese e far carriera altrove e nessuno è disposto a imparare le parti elementari della mia lingua, nemmeno chi mi è più caro.
Sarà che mi hanno sempre vista come un errore. Una cosa venuta un po' male, come quando il ciambellone non lievita come dovrebbe o i biscotti si bruciano. Raschi la cortina bruciacchiata, mangi la metà dei biscotti – sono anche buoni, ma il retrogusto amaro rimane sempre. Ecco, per i miei sono un po' come una ciambella bruciacchiata. Ciao lo sanno dire benissimo. Il resto, bah. Mi hanno sempre fatta sentire diversa.
Il problema è che non sono io diversa.
Il problema è che loro sono genitori diversamente abili.
Il problema è che mi hanno sempre fatta arrabbiare da matti. E poiché litigare o urlare con la lingua dei segni è un po' difficile, mi hanno abituata a esprimere l'arrabbiatura con calci, pugni e lanci di oggetti. Apro la bocca, la agito senza far uscire alcun suono, strizzo gli occhi fino ad arrossarli e inizio. Lanci di sedie. Sono i miei preferiti. Tirare via la tovaglia e mandare in frantumi stoviglie e cena. Stupendo. E vediamo se mi capite.
Una volta l'ho fatto anche a Natale. Avevo solo otto anni ed era la prima volta. Ho dovuto imparare a leggere il labiale e a capirlo pure se non ho le labbra che mi si muovono di fronte agli occhi. E, anche se parlano di corsa, io capisco tutto. Mi basta guardare l'espressione del viso, l'arricciarsi del naso, di una ruga, il movimento degli zigomi e delle orecchie.
Era un Natale di quelli passati in tre e un regalo incartato male con la carta pasquale sotto l'albero. L'albero senza luci. Mamma e papà tentano con disinvoltura di mettere le mani davanti alla bocca, mentre parlano. Ma li capisco. Altroché. In meno di due secondi a terra ci sono i piatti interrotti e la zuppa di pesce che si infila nelle righe tra le mattonelle.
Una, due, tre volte. Col mio comportamento li costringo – almeno – a passare i Natali con altre persone. Mamma e papà speravano che non facessi più uno dei miei soliti gesti eclatanti. E, invece, al solito pararsi la bocca con le mani di qualche parente e al primo labiale maleducato del cuginetto di turno che mi urla Sei stupida!?, prendo la tovaglia e tiro via. Il vino vola nella scollatura della zia prima che il vetro si infranga a terra e pezzi ovunque nella roba da mangiare e io che vorrei sentire solo il rumore dei frantumi e il silenzio scandalizzato di tutti.
E io che vorrei.
E io che vorrei cancellare tutti i Natali.
E io che vorrei tornare ad una sola volta della mia vita. Quella in cui mamma e papà erano ancora mamma e papà. E avevano appena scoperto che non sentivo né parlavo. Che ero una bimba a posto, solo che comunicavo in modo diverso.
Io che vorrei tornare a quella volta in cui mamma e papà, per sentirsi come me, mi portarono in una baita in mezzo al bosco, a trascorrere una settimana. Niente traffico, niente vicini, niente campanelli, niente telefoni, niente sveglie. Per evitare il rumore del vento o il cric crac dei legnetti nel bosco, i miei genitori si infilarono nelle orecchie dei tappi giganteschi. Ricordo che passammo una giornata intera sdraiati su un grande asciugamano a guardare il sole tra gli alberi. Io in mezzo a loro, tra le mie braccia il pupazzo con cui dormivo, l'unico che capiva i miei gesti. Mamma mi accarezzava i capelli e papà mi stringeva e io ero così piccola che sbattevo i piedini all'altezza dei suoi fianchi – papà mi baciava la tempia, intercettando di tanto in tanto la mano di mamma.
È evidente che tutto quel silenzio e tutto quel non parlare, tutto quel doversi guardare di continuo, con attenzione, senza posa, li ha logorati. Facciamo così. Tu leggi il labiale e ci rispondi scrivendo. Ho dovuto imparare la mia lingua e la loro lingua e a esercitare una grafia chiara e leggibile. E a dover scrivere bene per far intuire le intonazioni. Se ci sono tanti modi per far ciao con la mano, figuriamoci quante intonazioni possono esistere per far capire la reale natura delle mie frasi. Per questo spesso la verità delle mie parole si è persa nel silenzio della carta e mia madre e mio padre sono diventati due sconosciuti.
Così, la bimba col pupazzetto è diventata una donna col pupazzetto che se ne va a lavorare coi ragazzi come lei, sordi e muti e soli come lei, che tentano di essere uguali agli altri, ma il problema è.
Il problema è che gli altri non sono uguali a noi.
Ci chiudiamo nel nostro bell'istituto, chi passa lo guarda e prova pietà. Se è dicembre e qualcuno passa, guarda l'istituto con una pietà triplicata, Povera gente tutta sola a Natale – pensa.
I miei ultimi – non so quanti – Natali sono stati i Natali delle apparecchiate chilometriche, dei pentoloni in acciaio, dei sughi che non hanno sapore perché vengono preparati in quantità industriale e dosare il sale è un problema. Comprare il pesce è un problema, perché costa. Si comprano tanto pane e tanta pasta, si brusca tanto di quel pane e si lessa tanta di quella pasta che poi l'ultima fetta che si toglie dal fuoco è nero carbone e, prima che si scoli tutta, la pasta è diventata colla. Un albero con addobbi rimediati qua e là, le luci che si fulminano ogni due giorni. Un canto stonato alla mezzanotte e lo scambio dei regali. Ti regalo un pettine perché hai i capelli lunghi, mi dice un ragazzino di dodici anni. Agita le mani nervosamente, è diventato sordo da poco, dopo un incidente, e la storia del piccolo Timmy di Dickens è felicità, in confronto.
Va bene. Non vi annoio oltre. Non sono così sciocca da crogiolarmi in questa situazione di assurda solitudine. Finché non agito le mani o fisso le persone per capirne il labiale, la gente mi prende pure per normale. Vivo da sola in un appartamento di due stanze. Mi piace comprare vestiti alla moda e quando sono giù di tono spendo tutto in stivali. Non torno a casa se non ho comprato almeno una barretta di cioccolata e un prodotto per capelli. La sera, se non sto con i ragazzi, cucino qualcosa di sopraffino, infilo il pigiama e guardo la tv mettendo i sottotitoli dal televideo. Sono normale, insomma. Finché non decido che è ora di smetterla di essere normale. Come quando all'improvviso tiro via la tovaglia con stoviglie e cena annesse.
La cosa non normale di questo dicembre è che non passerò il Natale con i ragazzi. Ho detto loro che il pomeriggio della vigilia ho una cosa importante da fare. La mia maestra d'asilo, l'unica che abbia imparato i rudimenti della mia lingua, va in pensione. Festeggia con alunni vecchi e nuovi. Passerò a scuola la mia vigilia, mangerò panettone, berrò spumante, tutti i miei compagnetti mi ricorderanno subito, perché una sorda non se la scorda nessuno, abbraccerò la maestra, la abbraccerò tanto.
Ma spero di incontrare chi dico io. Di salutarlo calorosamente. Di dirgli Sei l'unico che mi ha lasciato un bel ricordo. Poi me ne tornerò a casa e farò una cena di natale in solitudine, ma cucinata come si deve. 

Il problema però è.

Il problema però è che lui non mi riconosce. Mi scambia per una sua ex fidanzatina del liceo. E non ho più spazio sul taccuino per dirgli che lui è quello del disegno. Quello del disegno col campo di grano e i passerotti rossi.

Continua...
Arrivederci a lunedì per il gran finale

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Edouard Manet, La famiglia Monet in giardino, 1874
Soundtrack: Emma Louise, Jungle 
                  Sia, Chandelier

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