mercoledì 11 luglio 2012

Shame




Anno: 2011 - Genere: Drammatico - Nazionalità: Regno Unito - Regia: Steve McQueen

È possibile possedere un'immagine? La domanda abbraccia, probabilmente, tutta la storia del cinema e, più in generale, la storia dell'uomo. Noi guardiamo l'immagine, ma non la tocchiamo, né la possediamo fisicamente. La cosa ha i suoi risvolti negativi. L'immagine, in sé, appare perfetta, compiuta, iscritta entro una cornice, pronta per essere goduta. All'immagine non manca nulla. L'immagine, semmai, fa sentire l'uomo mancante di qualcosa.


Steve McQueen, in Shame, mette in relazione corpo e immagine, indagando i loro nessi nei punti di contatto più estremi. Brandon è un uomo di successo, ma è “malato”, è malato di sesso. Non può fare a meno di avere rapporti sessuali di ogni tipo, sempre più estremi, sempre più "vergognosi". Eppure Brandon non ottiene ciò che vuole: afferrare l'immagine che il sesso offre, la pornografia, la scrittura dell'erotico. Brandon ha bisogno di guardare filmati porno su Internet, di leggere giornali pornografici, di immaginare situazioni da film hard per eccitarsi. L'appuntamento, la condivisione di una chiacchiera o di una risata, il sentimento non riescono a rientrare nel suo modo di concepire l'atto sessuale. Ma poi arriva Sissy, sua sorella, pura immagine. Sissy è quella che dopo venti minuti va a letto con un uomo appena conosciuto; di primo acchito non è tanto diversa da suo fratello, se non per un particolare: Sissy si affeziona, soffre e ama disperatamente. Se Brandon non riesce ad andare oltre l'immagine dell'erotico e rimane gelido di fronte alla mera messa in pratica di sesso estremo, Sissy si batte il petto, piange e urla, vuole essere abbracciata e coccolata.  Lui si sente braccato dalla presenza di lei: Sissy è forse l'unica immagine perfetta di donna che Brandon abbia mai incontrato, quella che fa sesso subito, ma con cui c'è anche quella condivisione - una chiacchierata, fare la lotta sul divano, un ricordo - che Brandon non può avere con immagini bidimensionali di donne nude.
McQueen modella Sissy in base agli occhi di Brandon. La prima volta che compare sullo schermo, non appare effettivamente lei, ma solo la sua immagine riflessa in uno specchio. Il regista divide l'inquadratura all'interno di un bagno tra Brandon, fisico, e la sorella nuda nella vasca da bagno, in piedi, sembiante nello specchio. Sissy è continuamente immagine: poco dopo, in attesa sulla banchina della metropolitana, è vestita vintage, come dice lei - in realtà ha abiti molto simili a quelli di Romy Schneider in Ultimo tango a Parigi. E poi, al club, McQueen le dedica una lunghissima inquadratura in primo piano, mentre Sissy si esibisce in una sbilenca e malinconica versione di New York New York: immagine e musica che a Brandon suscitano le lacrime – tanta compiutezza in un solo colpo.






Qual è il problema in tutto questo? È trovare i limiti dell'uomo, che sono anche i limiti del corpo. Il corpo è l'unica cosa che possediamo realmente. Ciò che più ci mette a disagio e ci fa comprendere il nostro stato di eterni mancanti è la voglia di possedere la persona amata: quando si ama si vuol essere tutt'uno col proprio partner e quella mancata fusione la si sopperisce mentalmente, attraverso la condivisione di una passione, di una risata, di pensieri. Ma se non si riesce ad amare, come nel caso di Brandon, la cosa diventa molto più complicata. Brandon vuol solo possedere l'immagine che suscita il desiderio e, per farlo, ha bisogno di  rompere i limiti, a costo di una disperata solitudine.
Brandon è un acuto osservatore. Tutto ciò che vede diventa qualcosa da riprodurre immediatamente, per il gusto di essere un'immagine perfetta e completa: solo imitando ciò che vede e legge si sente appagato. Ma questo non basta. Perché, dopo aver sperimentato un'immagine erotica, il desiderio si riproduce e Brandon ripete meccanicamente il coito, avvolto da una disperazione devastante, da un desiderio che diventa schiavitù. Brandon è ingabbiato dal suo stesso corpo. Sissy, invece, è ingabbiata dalla sua voglia di condivisione. Lei si spinge oltre i limiti per avere calore, anche se l'affetto che vuole è distorto e disperato, quello che la conduce all'estremo gesto.
Ed è proprio di fronte alle vene tagliate e al sangue di Sissy che le cose si ricongiungono: Brandon pare percepire qualcosa. I limiti del corpo non sono un'immagine erotica, i limiti del corpo sono il corpo stesso - ossa, organi, muscoli, sangue. Pura carne, puri liquidi. Di fronte ai quali l'immagine viene meno e il senso di realtà si fa forte. Solo di fronte al sangue, al corpo ovunque ferito ci si può fermare. È questo il limite estremo. Quello che guarisce Brandon da fantasticherie vergognose, quello che placa lo scontro tra immagini e simboli.





Perché, poi, la vergogna? Perché vergogna e desiderio vanno di pari passo. La vergogna segna il limite tra ciò che si desidera e ciò che la società impone come regola. La vergogna si scontra con l'immagine a cui si ambisce e si fa simbolo: il simbolo è la regola. Il simbolo è il matrimonio, il suo rituale, la fede e l'anello di fidanzamento, cose che Brandon non comprende. Visti i tempi che corrono, che senso ha sposarsi? E non lo dice perché è contrario al rapporto di coppia o alla condivisione dei sentimenti. Lo dice perché di fronte alla libertà dei comportamenti e dell'immagine, il simbolo è una riduzione, una gabbia, una costruzione. E, allora, il simbolo è ciò che va profanato, come immaginare di fare sesso con una donna sposata incrociata per caso in metro, con anulare e anelli ben in vista. Il simbolo è il metro con cui viene giudicato Brandon, perché non è sposato, né riesce a far durare una storia più di quattro mesi. Ma chi è più deprecabile? Lui o il suo collega che, sposato con figli, si abbandona ad avventure notturne? Lui, o chi fa del matrimonio la sua bandiera per poi divorziare? Il problema di Brandon a questo punto diventa lampante: vuole rintracciare l'autenticità; non vuole persone patinate che si sposino seguendo la massa e che non sanno trovare un argomento comune al primo appuntamento, né vuole immagini-merce del sesso. Non vuole fantasmi, ma persone in carne ed ossa. Vuole solo autenticità, la cui ricerca diventa esasperare il corpo davanti alla sua mancanza; Brandon vuole trovare qualcuno con cui condividere: la condivisione implica vedere dentro la realtà, non solo ripeterne i meccanismi. E l'uomo vede e sente la realtà nella sua urgenza solo di fronte a due estremi: il sesso sincero e la morte.
L'unica con con cui condividere è Sissy. La sorella. McQueen, da silenzioso osservatore esterno, li inquadra insieme sempre di spalle, li accosta, li accomuna, li completa; e vede due personaggi fuori dal mondo, diversi dagli altri, pesci fuor d'acqua in cerca di complicità. Due personaggi che, tra loro, parlano con la lingua fuori dai denti, si dicono tutto, fanno battute sciocche, divertenti, si picchiano, si abbracciano sinceramente, si disperano di fronte alla perdita. Due personaggi fermi nello scorrere del mondo, infinitamente soli, tra città al neon e paesaggi grigio-azzurri e algidi, quanto di meno erotico possa esistere. Poche parole, tanta musica, archi e una fotografia in tensione tra linearità e pennellate impressionistiche: McQueen non dimentica né Ultimo tango a Parigi, né Il disprezzo, ma il suo film si plasma nell'essenzialità delle forme e nell'etereo dell'immagine da cui tentano di emergere sembianti che, più degli altri, vogliono essere corpi.

15 commenti:

Veronica ha detto...

Un'analisi perfetta. Vedere Shame è come leggere pochi capitoli di un libro aperto a caso: non sai cos'è successo, non sai cosa succederà, ma quelle poche pagine ti spingono a volerti armonizzare con i personaggi, a comprenderli tanto da amarli, odiarli, compatirli.
Un film difficile, ma estremamente interessante. E degli attori veramente capaci di essere quello che interpretano.

Veronica Mondelli ha detto...

Sono perfettamente d'accordo con te, Veronica. Ti confesso che ho avuto grandi difficoltà a realizzare un discorso compiuto attorno a Shame: avevo l'esigenza di scrivere, ma sono del parere che, come dici tu, il film sia difficile e di sicuro ciò che ho scritto non esaurisce la complessità di un'opera del genere. Ti ringrazio per essere passata di qua! A presto!

Claudia ha detto...

Questo è uno dei rari casi in cui hai recensito un film che ho già visto, non sai quanto sono contenta! Concordo assolutamente con la tua recensione, che è assolutamente impeccabile! Le immagini, i due fratelli e la loro psiche.. questo film mi ha proprio colpita!

occhio sulle espressioni ha detto...

Me l'hanno proposto, lo credevo meno profondo.
Non so perché con precisione, ma l'andazzo iniziale mi dà idea di ispirato da qualcuno di famoso.

Veronica Mondelli ha detto...

@Claudia: sì, sono d'accordo: la cosa che più colpisce è il rapporto psichico tra i due fratelli, qualcosa di difficilissimo da spiegare. Sono contenta di aver recensito un film che hai visto :). A presto e ancora complimenti per l'esame!

Veronica Mondelli ha detto...

@Occhio: sinceramente me lo aspettavo profondo, un film d'autore, ma dopo averlo visto l'ho trovato più che profondo. Sarà che su un tema simile ci ho fatto la tesi e quindi mi ha colpito subito, ma secondo me il film merita. Non vedo l'ora di vedere anche Hunger, da quel che ho capito McQueen lega i due film sul tema del corpo. Insomma, ti consiglio Shame, sono sempre curiosa di sapere cosa pensi di un film ;)!

occhio sulle espressioni ha detto...

Peccato averlo mancato a cinema allora! Mi sento più propenso per questi generi, in sala!

occhio sulle espressioni ha detto...

Ah, che tesi! Ma hai nominato anche Cronenberg?

Veronica Mondelli ha detto...

Se riesci a recuperarlo, fammi sapere che ne pensi!
No, nella mia tesi non ho citato Cronenberg. Forse, ora che mi ci fai pensare, ci sarebbe anche potuto entrare, ma ho dovuto restringere il campo e ho analizzato Park Chan-wook, Lynch, Kim Ki-duk e Sokurov.

Debora Suomi ha detto...

Buongiorno Veronica e complimenti per il lavoro svolto che conferma quanto il tuo fare sia sempre ai massimi livelli.
Il tema trattato nel film mi ha portata a tracciare un parallelismo spontaneo e da bibliofila tra i 'tuoi' personaggi e due grandi della letteratura e cioè Henry Miller ed Anais Nin.
Rapporti estremi intrisi di viscerali pulsioni, incontrollabili desideri.
Bravissima!

Chez Edmea ha detto...

L'ho visto anche io. Non sono una con eccessivi tabù (forse qualcuno che definisco più elemento che mi imbarazza), ma Shame è davvero particolare e quasi liberatorio...

Vele Ivy ha detto...

Molto toccante questa recensione. Penso che sia un'ossessione difficile da descrivere in un film, ma le tue parole hanno trasmesso il senso della pellicola. Mi hai davvero incuriosita!!

Veronica Mondelli ha detto...

@Debora: grazie per il commento e soprattutto grazie per la dritta! Non conoscevo Anais Nin... approfondirò!

Veronica Mondelli ha detto...

@Edmea: grazie per il commento :). è vero, a tratti Shame appare liberatorio. La bravura di McQueen è stata proprio quella di aver fatto crollare tutti i tabù senza aver fatto diventare pornografico il film. Non è da tutti! A presto!

Veronica Mondelli ha detto...

@Vele: ciao carissima! In effetti è come dici tu: è difficile rendere in immagini un tema simile. McQueen è stato davvero bravo. Ti consiglio Shame, è molto particolare. A presto!