mercoledì 3 giugno 2009

Performatività, forma, esperienza

Piccola pausa di riflessione. Perché analizzo i film? A che serve?

Partiamo dal presupposto che io sono molto susansontagiana... Susan Sontag è stata una teorica dell'arte (di ogni arte), femminista (l'unica femminista con cui condivido qualcosa) e soprattutto scrittrice free-lance (ha scritto cose importantissime senza essere legata all'ambiente accademico). Susan Sontag è una delle poche e dei pochi che ha ribadito un concetto di cui tutti si dimenticano: la performatività dell'oggetto artistico.

L'opera d'arte non è trascendente, non è roba metafisica, né qualcosa che abbaglia e che per questo è da assumere senza critica. L'opera d'arte è un oggetto della realtà, come il telefono, il pc o la pentola con cui cuciniamo. Ma ci chiediamo mai il perché del telefono? No: lo usiamo e basta. Lo esperiamo, viviamo la sua funzionalità. Di certo è differente un telefono da un quadro di Klimt o da un film di Lynch, ma più o meno, per me, siamo lì: innanzitutto l'opera d'arte, proprio perché è fatta per godere, va esperita. Va vissuta, ne vanno percepite le sensazioni sulla pelle: quanta adrenalina l'opera produce, quanto riempie gli occhi, quanto ci toglie il respiro. Sontag afferma infatti che tutto quello che diciamo sopra l'opera d'arte non è più opera d'arte: il commento, la critica, l'analisi sono altro; e analizzando e criticando, implicitamente affermiamo che il commento è più importante delle sensazioni a volte viscerali che un'opera d'arte sa creare. Sontag infatti propone non un'ermeneutica dell'arte, ma un'erotica dell'arte.

Essendo studiosa delle immagini, la penso così. L'opera d'arte ci seduce nel momento in cui vive, fine. Quando parlo di un film o lo analizzo, di certo vado oltre il film, ma cerco sempre di farlo per una causa: non l'analisi per l'analisi, ma quello che l'oggetto artistico "film" può significare per la realtà quotidiana. L'analisi non è imprescindibile, non è necessaria. Ma se ne si vuole fare un'antropologia - un modo per capire gli uomini - allora posso accettarla. Basta sempre che essa provenga, per me, da una sensazione fisica, chimica, biologica del mio corpo, tirata fuori da una semplice esperienza di fruizione, la quale, spesso, produce tuttavia effetti inesprimibili.

Sono del parere che questo debba valere anche per la letteratura. Io scrivo e sono attenta all'esperienza corporea della scrittura. Spesso mi accorgo di come il gusto letterario (per le parole) si confonda con un mero contenutismo. Come diceva Sklovskij, le parole sono materia e la poesia e i romanzi sono fatti di parole. Quindi: di forma. Le parole sono forma, ecco tutto. Anche le parole sono performative, sia per chi le scrive, sia per chi le legge. Le parole, come e diversamente dalle immagini, si fruiscono. Le parole non sono contenuto. Ejzenstejn diceva che il contenuto viene dalla tensione degli elementi della forma: perché è cum-tenere, cioè trattenere assieme una serie di significanti che formano un senso, forse - come dicevamo - inesprimibile.

Perciò è determinante l'esperienza, la fruizione e la performance artistica: in questo modo un'arte non è da meno delle altre. Cinema, teatro, letteratura, fumetto, pittura, tutto è sullo stesso piano, poiché tutto si esperisce. Il cinema, ad esempio, ci ha messo tanto ad essere considerato arte, poiché il gusto dell'epoca era farcito di troppa letteratura e di troppo contenutismo (il contenuto in sè non esiste). Oggi tocca al fumetto, ancora considerato erroneamente forma d'arte minore.

E quindi...: non esiste un'analisi, un modo di vedere l'arte meglio degli altri. La cultura va portata alla gente, tutti sono in grado di vedere qualcosa di proprio in una determinata forma artistica. C'è chi può vedere 300 ed eccitarsi per le battaglie, e chi vi vede una dinamica di gender. Ma mai la mia analisi è superiore a quella di un altro, proprio perché conta l'esperienza libera, in praesentia, di ognuno.

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