Soul



Se si esclude il teatro, le arti visive sono state “mute”, cioè prive di qualsiasi suono, fino al 1927. In quell’anno, infatti, uscì il primo film parzialmente sonoro, The Jazz Singer, che rese il visivo anche uditivo. Qualcuno si ribellò alla cosa, tanto da continuare a girare film muti in pieno sonoro: Chaplin, con Tempi Moderni, dimostrò che il linguaggio cinematografico (e visivo in generale) era qualcosa di universale; al massimo, l’unico sonoro ammesso in grado di unire tutte le lingue e tutti i popoli della terra poteva essere il grammelot che il regista/attore inventa durante l’esibizione a fine film. In altre parole: immagine e suono (suono privo di parole e determinazioni linguistiche precise) sono universali. 


La Pixar ha intrapreso questa strada da un po’ di tempo. Quasi tutti i corti che precedono i film in sala si configurano come “muti”: nel senso che non vi sono dialoghi o comunque parole, ma soltanto musica. Allo stesso modo, alcuni dei lungometraggi Pixar hanno sperimentato intere sequenze “mute”, commentate solo dalla musica. L’impatto è preciso, chirurgico e in maniera altrettanto precisa e chirurgica colpisce i sensi e arriva subito al significato. 

La prima, famosissima sequenza di Up è forse l’esempio che tutti abbiamo in mente. Ma anche la lunga prima parte di Wall-e ci riporta subito al valore primordiale delle immagini e dei suoni: un mondo che non passa attraverso discorsi e costrutti appare più comprensibile di un lungo dialogo o di un saggio argomentato a dovere. Questo perché ci sono alcune cose, alcuni sentimenti, alcune emozioni, che non hanno parole. Non possono essere tradotti in alcun modo. 


I primi uomini che inventarono la scrittura si trovarono di fronte alla necessità di rendicontare merci e scambi: nulla di più pratico e reale, qualcosa che in men che non si dica poteva essere assurto a disegno e segno. Gli Egizi, con i geroglifici, hanno tentato di rendere visive e visibili concetti e parole, ma ben presto l’uomo si è reso conto che per discorsi più alti e astratti era impossibile usare un disegno. Come disegni la felicità? Come disegni la paura? 

Gli uomini hanno così inventato un sistema alfabetico, che permettesse di unire suoni in sillabe, sillabe in parole e parole in frasi per poter esprimere concetti che non riescono ad essere tradotti figurativamente. 


In realtà, a ben guardare, tutta la storia dell’arte è costellata di immagini statiche, pittoriche o scultoree, dei più svariati materiali, che ambiscono a esprimere concetti, idee e sentimenti altissimi.

Penso già solo al codice di Hammurabi e alla stele in cui viene mostrato il passaggio delle prime leggi scritte dalla divinità Shamash al re Hammurabi: là i significati si affastellano, ci sono la Legge, il Diritto, la Regolamentazione, lo Stato. 

Quanti secoli sono scorsi cercando di raccontare ed esprimere il concetto di divino? Quando entri nella Cappella Sistina avverti chiaramente, brutale, violento e universale il Giudizio di quel Cristo stupendo che, con un gesto solenne, contrapposto, diretto emana la sua sentenza sugli uomini. Concepiamo perfettamente, senza riuscire a usare le parole, il senso di eterno che si chiude nel cerchio perfetto della Pietà Vaticana, in cui una donna giovanissima tiene in braccio come un neonato un uomo morto di trentatré anni, dando il senso continuo della nascita, della morte e della rinascita in un pezzo di marmo di pochi metri. 

Abbiamo il senso del sole e della luce e della finitudine dei sentimenti in tanti dipinti impressionisti e tutta la violenza dell’inestricabile mente umana negli psicotropi lavori di van Gogh. 


L’arte, quindi, ha da sempre saputo esprimere concetti estremamente elevati che, senza immagini così studiate e dirette, sarebbero altrimenti esprimibili con lunghi giri di parole - così come ho appena fatto io. Si tratta di un tipo di comunicazione che va direttamente dall’immagine alla pancia, senza passare dal cervello, ma lasciando nel corpo comunque un senso compiuto. 


Il cinema e la musica, assieme, hanno permesso di amplificare ulteriormente ciò che già facevano le opere d’arte “statiche”. Nel tempo, ci siamo abituati a guardare film che ci hanno guidato sin troppo, tra immagini didascaliche, dialoghi sin troppo esplicativi, musica che si limita a commento di immagini e dialoghi. Ci sono ovviamente numerosissime eccezioni (basti citare, ad esempio, tutta la filmografia di Sergio Leone). Ma, ultimamente, sembriamo esserci assuefatti e non essere più in grado di leggere le immagini senza andare in profondità. 


La Pixar ha insistito su questo punto con l’ultimo film, uscito a Natale, Soul. Non mi perderò a descrivervi la trama: il punto è che Soul è un’esperienza più che una storia da raccontare. E, infatti, anche qui, ci ritroviamo di fronte a una delle scene “mute” - meglio: visivo e musica - più belle mai create dalla casa di produzione.  Il pianista suona e nel suonare rivive alcuni momenti della sua giornata: addentare una pizza, una parola scambiata con un passante, una foglia che cade da un albero, la luce del sole. Sono cose che non si possono commentare: perché sono semplicemente vivere. La vita non si può dire, la si vive appunto, ma forse qualcosa che più di ogni altra ci fa vivere, vivere all’ennesima potenza, ciò che già viviamo, qualcosa che ci fa accorgere di quello che viviamo effettivamente c’è: è l’arte. E l’arte, per fortuna, ci fa tacere e ci fa sentire. 

Commenti

Babol ha detto…
Adorabile Soul, perfetto per gli occhi e il cuore. Bell'articolo :)