lunedì 25 febbraio 2013

Zero Dark Thirty




Anno: 2012 - Nazionalità: USA - Genere: Storico - Regia: Kathryn Bigelow

Zero Dark Thirty è un film complesso e stratificato. Apparentemente è la cronaca della cattura di Bin Laden, una delle attività in cui gli USA si sono maggiormente impegnati, quasi in maniera ossessiva, negli ultimi undici anni. Tuttavia, Kathryn Bigelow va molto più in profondità e realizza un'opera che possiede diverse chiavi di lettura, nessuna riducibile a genere o a tematiche standardizzate e allineate.

Bigelow punta su due elementi fondamentali: la messa in scena del mezzo cinematografico-televisivo-telefonico-amatoriale e la protagonista del film, Maya (interpretata da una grandiosa Jessica Chastain).

La messa in scena del mezzo.
Kathryn Bigelow inserisce in ogni inquadratura schermi, computer, cellulari, videocamere di sorveglianza, immagini agli infrarossi, immagini dei mirini, dei radar o dei cannocchiali. Si tratta di inquadrature dentro le inquadrature che hanno un significato inequivocabile: la Storia, ormai, si fa con le videocamere e i cellulari; il racconto storico è un racconto che proviene solo ed esclusivamente da immagini, che siano trasmesse dalla tv o che rimangano negli archivi dei servizi segreti. La prima sequenza è molto chiara: Bigelow sceglie di non mostrarci per l'ennesima volta l'attacco alle Twin Towers, ma annulla l'immagine e si concentra sul sonoro: cinque minuti di schermo nero, in cui corrono le voci reali delle chiamate d'emergenza durante l'11 settembre. Terminata la prima sequenza, la regista decide di procedere con l'operazione contraria: insiste con le immagini delle torture e delle operazioni militari, filmate quasi in maniera scientifica e profondamente analitica.



Scegliendo di non mostrare l'attacco al World Trade Center e scegliendo di mostrare dettagliatamente l'operazione della CIA in Medio Oriente, Kathryn Bigelow afferma che la morte, in quell'undici settembre, è stata davvero reale e che la cattura di Bin Laden è solo un racconto. O, meglio: è vero solo in quanto racconto dello Stato e dei giornalisti; tuttavia, nessuno ha potuto toccare con mano ciò che è avvenuto veramente. Si può solo ricostruire immaginando o facendo congetture, consapevoli che non tutto ciò che è accaduto verrà mai alla luce. Per questo, Bigelow decide di ricostruire – studiando i fatti – a modo proprio, con la creazione di un personaggio senza cognome, Maya.

E qui veniamo al secondo snodo del film.

Il personaggio di Maya.
Maya è un'agente della CIA che fa della caccia a Bin Laden la sua ragione di vita – l'unica. Maya vive lontano dagli Stati Uniti, non dice nulla di sé, sembra non avere neppure una casa e una famiglia; di sicuro non ha un fidanzato, né un compagno, né un amico, non è il tipo che va a letto con gli uomini, non è il tipo che cede di fronte ad un uomo. Ha pochissimi amici, stringe un legame vagamente definibile come amicizia con una collega in Medio Oriente, ma nulla più. Maya è algida, ma allo stesso tempo sensibile. La sua giornata è riempita solo da due cose: l'ossessione per la cattura di Bin Laden e il cibo-spazzatura. Maya, quasi in ogni sequenza, mangia le classiche schifezze da fast food statunitense. Beve alcol, caffè o coca cola, non la si vede quasi mai bere acqua. Nel corso del film Maya cambia: e la crescita del personaggio è scioccante. Nella prima sequenza assiste inorridita alla tortura di un prigioniero. Quasi non riesce a guardare, ma non distoglie mai completamente lo sguardo. All'avanzare della storia, Maya guarderà sempre di più e torturerà. Il suo corpo si deteriorerà a causa dell'ossessione della missione. Si spoglia del tailleur, indossa jeans e maglietta bianca, i capelli si sciolgono e si fanno spettinati, il make-up non compare più sul viso. Torna in America ed è costretta a vestirsi, pettinarsi e truccarsi di nuovo in maniera impeccabile, ma il suo pensiero è altrove, tanto che scrive sul vetro dell'ufficio del capo il numero dei giorni trascorsi senza aver fatto nulla per catturare Bin Laden.
Eppure, quando è il momento della missione, Maya non sembra pronta.
Segue tutto da lontano, attraverso uno schermo. Non entra nella casa del sospettato, non segue i militari – gode solo a metà. Come un amplesso che non arriva a compimento. Maya non riesce a vivere in prima persona ciò per cui ha vissuto. Le resta il riconoscimento di un cadavere che lei – e solo lei – decide essere quello di Bin Laden, nonostante una donna afgana, in casa, abbia chiamato il presunto Bin Laden con un altro nome. Maya esce di scena, monta su un aereo riservato esclusivamente a lei. Dove vuole andare? - le chiedono e il pianto della donna sgorga senza sosta.



Allora, si fa tutto chiaro. Maya si è costruita una pista, ha costruito una (sua) storia, in maniera folle ed ossessiva, senza trovare mai soddisfacimento. Colma le mancanze della sua vita nella ricerca di Bin Laden e nel cibo spazzatura. Quando arriva il momento non ha più nulla che dia senso alla sua esistenza. Metafora di un'America sempre in lotta contro un fantomatico nemico senza mai essere realmente soddisfatta di ciò che ha combattuto, sempre pronta a rivolgersi ad un nuovo nemico. Dopo gli indiani, i nazisti, i comunisti russi e poi quelli vietnamiti, gli iraqueni, i talebani e poi ancora una volta Saddam Hussein, in una continua volontà di affermazione sull'altro che, come il desiderio, mai si spegne. È forse il desiderio di trovare un'identità a scapito di chi ce l'ha – gli USA non sono altro che una terra che ospita popoli europei, asiatici e africani. Gli USA non hanno identità, né storia millenaria, come Maya non ha un'identità, né storia.
Di fronte alla mancanza, Maya non può che piangere. Niente più Bin Laden, niente più ragione di vita.
Finale amaro, per nulla trionfale o patriottico, un finale che la dice lunga su molti aspetti della vita politica americana.

Katrhyn Bigelow regala un film lungo e per nulla leggero, in cui ad una regia sapiente aggiunge un uso del sonoro che non sbaglia mai i ritmi. Mescola lo stile documentaristico a quello videoludico, ben esemplificato dall'ultima sequenza, quella dell'operazione finale, in cui, tra soggettive e oggettive, i militari impegnati appaiono tanto vicini alle soggettive di uno sparatutto alla Call of Duty.



Più che con The Hurt Locker, Zero Dark Thirty fa il paio con Strange Days. Nel 1995, Katrhyn Bigelow aveva immaginato l'apocalittico capodanno del 2000: un mondo fatto di strane telecamerine indossate sugli occhi che mostravano la vita, la violenza e la morte altrui, in una sorta di nuova tossicodipendenza. Per Bigelow, quella era la fine del mondo, un mondo esageratamente complicato, in cui tutto sarebbe passato dalle videocamere e in cui la violenza - anche la più efferata - sarebbe stata tranquillamente digerita dagli occhi. Le microcamere di Strange Days sono divenute realtà; la violenza che riprendono è divenuta realtà. I nostri occhi assuefatti che non distinguono tra reale e finzionale sono realtà.

Oscar 2013 per il Miglior Montaggio Sonoro.
Nomination agli Oscar 2013 come Miglior Film, Miglior Attrice Protagonista (Jessica Chastain), Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Montaggio






10 commenti:

Vele Ivy Di Colorare ha detto...

Hai descritto il personaggio di Maya davvero bene, mi sembra quasi di avere letto un libro con lei come protagonista. Però è davvero un personaggio inquietante... non so se vedrei questo film, anche perchè ci mette davanti molti spettri della nostra società occidentale.

curlydevil ha detto...

Un nemico di cui abbiamo bisogno.... Dopo questa estenuante campagna elettorale sono sempre più convinta che sia una caratteristica insita nell'uomo, a livelli più o meno marcati.

Veronica Mondelli ha detto...

@Vele: sì, Maya è un personaggio inquietante ma, alla fine, fa anche una gran pena. Non so, questo film mi ha lasciato un forte senso di vuoto.

Veronica Mondelli ha detto...

@curly: ogni stato, ogni uomo, ha sempre bisogno di un nemico... È la dura e triste, tristissima realtà.

GIOCHER ha detto...

Sei andata molto bene a fondo nell'analisi,e hai colto il messaggio principale...
Peccato che hai preso una cantonata su Strange Days..
Ma quali microcamere sugli occhi!!!
(E' palese che tu non l'abbia guardato...Peccato, gran film ultrasaccheggiato in seguito senza denuncie da un sacco di gente)

Veronica Mondelli ha detto...

L'ho guardato eccome se l'ho guardato. Tante di quelle volte che nemmeno immagini. O non avrei neppure lontanamente potuto affrontare Zero Dark Thirty.

GIOCHER ha detto...

E parli di microcamere negli occhi?

Vabbe',dai.... Transeamus.

Veronica Mondelli ha detto...

In una recensione sin troppo lunga per un blog, come questa che ho scritto, ho scelto di parlare di microcamere (non di squid né mi sono addentrata troppo nell'invenzione tecnologica di Strange Days) per risultare subito più comprensibile per chi non ha visto Strange Days e per legare con più semplicità Zero Dark Thirty a Strange Days. Nulla più.

GIOCHER ha detto...

Giuro, ignoravo che i blog avessero una lunghezza massima prevista per i post...

Veronica Mondelli ha detto...

Certo che non c'è una lunghezza massima!
Ma quando vedo che vado molto oltre certi limiti che mi impongo, quando non riesco più a circoscrivere il discorso, temo che possa diventare davvero dispersivo. Insomma, devo riuscire a controllarlo. Altrimenti, il mio scritto perde forma e non c'è cosa peggiore per me! Non a caso, qui, ho usato la divisione in paragrafi - cosa che non faccio mai, se non nei casi in cui le parole non riescono ad arrestarsi!