giovedì 7 giugno 2012

La grande illusione




Titolo originale: La grande illusion - Anno: 1937 - Nazionalità: Francia - Genere: Storico, Drammatico - Regia: Jean Renoir


1937. Il sonoro aveva fatto la sua comparsa da dieci anni appena. Negli Stati Uniti lo Studio System si consolidava. In quell'anno usciva Biancaneve e i Sette Nani della Disney.  In Unione Sovietica, Ejzenstejn girava e vedeva distrutto Il Prato di Bezin, oggi visibile solo attraverso un montaggio di fotogrammi - probabile capolavoro, vista la qualità della costruzione scenica che si evince dalle foto.

Disney, Ejzenstejn, Renoir. Le tre più grandi cinematografie del mondo si davano battaglia. O, meglio, davano prova della sperimentazione e dell'altezza qualitativa cui un'arte relativamente nuova come il cinema poteva arrivare. Tre diverse "scuole" e tre modi per dare linfa alla settima arte.

Jean Renoir è il figlio del pittore Auguste - il più gioioso degli impressionisti, gioioso fino alla fine della sua vita, quando, pur costretto dall'artrite e non potendo afferrare alcunché, non rinuncia a dipingere e si fa legare i pennelli sui polsi. Gioia di vivere. Jean cresce in un ambiente intellettuale e artistico di sicuro vitale. E, con la sua arte cinematografica - concedetemelo - mette in ombra anche il nome del padre.
Nel 1937, Renoir gira La grande illusione, film di un'attualità formale sconcertante. Drammatico, eppure gioioso. Moderno, nuovo, mai visto. Renoir ha una padronanza della macchina da presa inusuale. Si svincola da ogni regola, gettando le basi per l'altro cinema, quello non allineato con Hollywood e con il linguaggio classico. Eppure il film si segue. Il film avvince. Il film è bello. E, questo, nonostante il modo di narrare non si appoggi a quei raccordi (visivi ma soprattutto psicologici) che annullano la presenza della macchina da presa.

La macchina da presa si sente, eccome!
La macchina da presa, la regia e Renoir sono negli scavalcamenti di campo; nei raccordi non rispettati; nella profondità di campo; nelle finestre che si aprono e fanno da schermo nello schermo; nelle costruzioni teatrali di corpi vivi ed esuberanti; nei movimenti di macchina; nella storia occlusa e soffocante; negli interpreti, di una bravura incommensurabile. Gli attori principali sono tre: Pierre Fresnay, l'altolocato, l'elegante, il nobile; Jean Gabin, un virgulto bellissimo di trentatré anni, istrione, esagerato eppure estremamente naturale (due anni più tardi sarebbe stato il disperato protagonista di Alba tragica); Erich von Stroheim, un impeccabile protonazista, fermo, eretto, una mimica tutta sua - ormai più attore che regista, personaggio circondato da un'aura mitica, maledetta, quella dei film in bianco e nero illuminati dagli occhi esagitati dei protagonisti.




Esercito francese contro esercito tedesco, durante la prima guerra mondiale. Il tenente Maréchal (Gabin) e il capitano de Boëldieu (Fresnay) vengono abbattuti durante una ricognizione area e fatti prigionieri in un lager gestito dal Capitano von Rauffenstein (von Stroheim), un militare reso storpio da un'azione di guerra – è completamente bruciato, ha la spina dorsale fratturata in due punti ed è costretto a vivere con una lamina di metallo in corpo e a indossare perennemente i guanti per non mostrare le ustioni. 
Tra i prigionieri e il carceriere, però, c'è una grandissima stima reciproca. Tra i tre non si avverte mai tensione: perché sanno tutti che la guerra ha delle regole e che quelle regole formano un gioco. Renoir riflette costantemente sul gioco della guerra, dando ad essa una connotazione infantile: si gioca a far la guerra, i soldati giocano come ragazzini, i ragazzini giocano a fare i soldati. L'intenzione è chiara. La guerra non ha alcun significato, se non per quelle regole che la caratterizzano e che sono totalmente fuori dal mondo "normale". Il gioco è semplice: uno incarcera, l'altro si sottomette; l'imprigionato prepara la fuga, il carceriere gli spara. La guerra, da Renoir, è spogliata di quasi tutto il suo valore violento e tragico, mostrandocene, così, l'inutilità. Però, anche se è un gioco, la guerra finisce sempre con la sofferenza e la morte. Perché soffrire davvero se si sta giocando (per finta)? In fondo, lo sanno tutti i personaggi: si gioca a far la guerra pur senza vera ostilità. E, quindi, la guerra finirà? Non ci illudiamo – dice Rosenthal, l'ebreo, alla fine del film, nel 1937, a due anni dalla Seconda Guerra Mondiale – lo sappiamo tutti che ce ne saranno altre!
Maréchal e Rosenthal pianificano la fuga, riescono a fuggire e la grande illusione di pace si manifesta nella grande distesa di neve che, in campo lunghissimo, ci mostra i due personaggi in Svizzera, salvi in zona neutrale. Maréchal e Rosenthal hanno vinto il gioco; il capitano de Boëldieu si fa sparare perché sta al gioco. In tutto il film, sotto il gioco, aleggia però la voglia di libertà: la voglia, cioè, di vivere una vita tranquilla, lontano dal fronte, la voglia di mangiare bene, di girare per locali, di abbracciare donne. Il gioco si rivela in tutta la sua potenza quando arriva nel campo di prigionia una cassa di abiti da donna. I soldati impazziscono, toccano le calze, chiudono gli occhi, immaginano. E poi si vestono da donna. Cantano, ballano, fanno gesti da donne leziose, si guardano l'un l'altro sbalorditi, un po' estasiati, un po' ammiccanti ed esprimono un femminile che, nel film, manca: perché le donne non stanno al gioco degli uomini. La guerra, le donne non la fanno, rimangono in casa, sole, vedove e dispensano gentilezza e generosità a chiunque, anche al soldato nemico – come farà Elsa, l'unica donna del film. Non ci sono sparatorie né trincee: eppure Renoir sa dare bene l'idea di sfiancamento, stasi e posizione che solo la Grande Guerra ha saputo dare. E fa di più: anticipa ciò che, di lì a poco tempo, avrebbe messo di nuovo a ferro e fuoco il mondo intero.



Tuttavia, senza un Gabin, uno Stroheim e un Fresnay, Renoir non avrebbe potuto raggiungere il risultato che ha raggiunto. La bravura degli attori è subito visibile, perché  tutti e tre propongono una recitazione completamente diversa da quella meccanica e (spesso) "in serie" dello Studio System: i tre soldati sono l'espressione di una scuola di recitazione europea che (come quella asiatica) ha secoli di tradizione e di studio faticoso alle spalle. Inutile dire che ogni gesto, ogni sguardo, ogni mossa impercettibile del volto è voluta e allo stesso tempo naturale, improvvisata. 

Gabin, Stroheim e Fresnay stanno al gioco. Renoir gira un grande gioco. E, due anni più tardi, il regista avrebbe girato quell'intreccio di corridoi, stanze e personaggi che, forse non a caso, si intitola La regola del gioco.  



[Il mio personale omaggio ad un film che, visto anni fa, per troppo tempo ho dimenticato]



9 commenti:

Debora Suomi ha detto...

Conoscevo il padre, ma se tu affermi che il figlio riesce addirittura a metterlo in ombra credo valga veramente la pena di avventurarsi alla sua scoperta!

Il tuo excursus sulle sue capacità poi mi attira moltissimo:

Sempre coinvolgente, competente, puntuale e trascinante la tua maniera di raccontare il cinema cara Veronica: bravissima!
E adesso non mi rimane che deliziarmi con la visione di questo capolavoro..

Veronica Mondelli ha detto...

Se non hai mai visto nulla di Renoir inizia da La regola del gioco (a cui probabilmente si è ispirato Altman per Gosford Park) e poi prosegui come preferisci.
Renoir padre è stato di sicuro grandissimo, ma per la storia del cinema Renoir figlio è proprio un "progenitore", la fonte del cinema moderno, una delle basi da cui molte cose sono nate...

Claudia ha detto...

Forse perché, ahimè, sono figlia dell'era del "digitale", non amo molto vedere film in bianco e nero, anche se uno dei miei film preferiti "Le notti bianche" di Visconti lo è. Tutti conosciamo il pittore, credo pochi il figlio regista! Come sempre quando leggo i tuoi post scopro sempre cose nuove in merito ad un mondo che mi affascina tantissimo, ma del quale conosco solo i prodotti più recenti, quelli dal '98 in poi!
Seguirò il consiglio che hai dato a Debora sul film da cui iniziare! :)

Veronica Mondelli ha detto...

Ciao Claudia!
Il problema è che Renoir è poco conosciuto dal grande pubblico italiano, ma per la Francia è una sorta di Fellini francese. Renoir è una pietra miliare. Io (e la mia generazione) all'università ho avuto una forte formazione renoiriana e francese in generale, perché dalla modernità di Renoir è nato un certo cinema... E se non ci fossero stati i vari intellettuali/registi francesi (Bazin, Godard, Truffaut), oggi non ci sarebbero tutti questi blog di cinema sparsi per il web.
Io adoro alla follia i film in bianco e nero e quelli color seppia, pur essendo figlia del colore elettronico e digitale... :). Accanto a La regola del gioco, se vuoi, puoi vedere Alba tragica: non è di Renoir, è di Carné, ma c'è un Jean Gabin epico!

Anonimo ha detto...

Ciao Veronica! Mi chiamo Rossana, ho conosciuto il tuo blog grazie al blog "Solaris" (scritto da un mio caro amico).
Ti volevo fare i complimenti per i tuoi pezzi, anche quelli che non riguardano il cinema, o non "solo" il cinema...sono coinvolgenti, ricchi di dettagli e sempre molto profondi. Insomma, il tuo blog da un pò è nella mia lista dei preferiti e lo leggo spessissimo :)
...tra l'altro, ho scoperto che abbiamo avuto entrambe una folgorazione per "Drive"! ;)
un caro saluto,
Rossana

Veronica Mondelli ha detto...

Ciao Rossana!
È davvero un piacere darti il benvenuto nel mio blog! Hai usato per me parole gentilissime e ti ringrazio infinitamente per questo :). Seguo anche io Solaris, è davvero un gran bel blog.
Spero di continuare a chiacchierare con te di molto altro.
Felice di condivide con te la passione per Drive!
A prestissimo e buon week-end :)!

Vele Ivy ha detto...

Ma che bello, non sapevo che il figlio di Renoir fosse un artista a sua volta, e per giunta in un altro campo!

Veronica Mondelli ha detto...

Già... :). Direi tale padre, tale figlio: con la differenza che Renoir figlio ha un significato imprescindibile per la storia del cinema, mentre Renoir padre, forse anche per la sua malattia, è andato incontro ad una piccola involuzione.
Buona dimenica, Vele!

Kelvin ha detto...

@ Rossana e Veronica: grazie per i vostri... chiacchiericci alle mie spalle!! :-) mi fanno un gran bene!
Si capisce che scherzo, vero?? Grazie mille delle belle parole!

Riguardo 'Drive'... mi è piaciuto molto ma non ne sono rimasto 'folgorato': per me il vero maestro del genere resta sempre Michael Mann, e 'Drive' non vale (ancora) 'Miami Vice' o 'Collateral'. Ma siamo sulla buona strada :-)