giovedì 23 settembre 2010

METASGUARDO

Mi piace pensare che il cinema sia un'arte tra le più intelligenti. La letteratura insegna a leggere, a scrivere e a riflettere. E credo che sia abbastanza facile riflettere attraverso le parole.

La sfida è riuscire a riflettere attraverso le immagini.

Come è possibile farlo inquadrando un bel tramonto, un duello o un volto in primo piano?


Ho il sentore che molti non reputino il cinema in grado di assolvere a questo compito. Far riflettere. Far pensare. Meglio: produrre un discorso filosofico.

Eppure ci riesce bene.


Ho sempre sostenuto che il cinema sia l'arte che meglio di ogni altra insegni a vedere. È quella che meglio delle altre incarna la capacità dell'uomo di osservare.

(Solo un piccolo inciso: in questo discorso non includo le altre arti visive poiché in questo post faccio riferimento alla meccanica peculiare del cinema, cioè la macchina da presa e il suo movimento).


Affacciamoci un attimo alla finestra. Osserviamo quello che c'è. Attentamente. Passa un'auto. Il colore delle case davanti a noi si sta sbiadendo e l'intonaco si sta screpolando. Il muro sembra sporco. Un uomo cammina con il cane al guinzaglio e indugia a guardare fisso davanti a sé.

Leghiamo i particolari. Viviamo quello che stiamo vedendo dalla finestra.


Questo è un esempio abbastanza elementare. La finestra diventa facilmente sinonimo di schermo o di cornice.


Difficile è sedersi in riva al mare e riuscire a cogliere nei minimi dettagli (o quasi) tutto ciò che ci circonda. Il sole è veloce a scomparire dietro il mare (questa è la visione che avrete se abitate sul litorale occidentale italiano) e, all'orizzonte, si irradia un'esplosione di luce rossa.



Tra cinema e uomo che osserva e tra uomo che osserva e cinema c'è un circolo vizioso il cui denominatore comune è la capacità di guardare a fondo. L'uomo sa guardare – è logico, ha il senso della vista. C'è chi osserva di più e chi meno, chi è più cosciente di ciò che lo circonda, chi non si accorge nemmeno di quanto ha intorno. Il cinema ha preso il senso della vista e lo ha portato alle estreme conseguenze. Allo stesso tempo, ciò che il cinema ci insegna – e cioè che noi guardiamo e che dobbiamo essere consapevoli di questo – si ripercuote sulla realtà che viviamo (o almeno dovrebbe). Ad esempio: omicidi e rapine sono all'ordine del giorno; da sempre, gli uomini tendono a vivere delle più o meno intense storie d'amore, delle relazioni complesse e situazioni di contrasto. Spesso neanche facciamo caso a quello che avviene. E il cinema interviene a questo punto. Nel momento in cui mette in scena la storia di un omicidio – un giallo – nel momento in cui mette in scena una storia d'amore – una commedia romantica o una tragedia – espone e sottolinea quello che normalmente accade attorno a noi.

Ci accorgiamo del mondo fuori dello schermo nel momento in cui lo schermo fa entrare il mondo nei suoi quattro lati. Sembra un paradosso, ma è proprio così. L'alba e il tramonto si rincorrono ogni giorno. Se una macchina da presa si pone di fronte al sole in questi due momenti, noi abbiamo la possibilità di notarli e di coglierne ogni singola sfumatura.


Poi si può tranquillamente andare oltre. Il cinema non riprende soltanto, ma lavora sulla fotografia e sul montaggio. Al che ci troviamo nel bel mezzo dell'alchimia cinematografica più interessante. Forse la più intelligente di tutte. Un regista può riprendere un semplice oggetto o un semplice volto, ma attraverso la fotografia e il montaggio può distorcerlo, può renderlo diverso da come abitualmente lo percepiamo. In breve: può farci vedere quell'oggetto in un'altra forma, da un'altra prospettiva. Il cinema riesce a restituirci punti di vista diversi su ciò che stiamo osservando.

Ha la capacità di essere molto più che uno sguardo univoco, di farci vedere quello che abitualmente non vogliamo vedere o non vediamo. Una cosa e il suo contrario, una cosa e il suo lato nascosto.


Mi piace chiamare ciò: metasguardo. Il cinema è lo sguardo sullo sguardo, è lo sguardo che parla dello sguardo, è pura capacità di vedere, è sguardo onnisciente. È un terzo occhio: che può essere sia fisico che mentale.



A questo punto diventa facile riflettere attraverso un'immagine. Riuscire anche a filosofeggiare raggiungendo alte vette. Del resto, la filosofia ha sempre tentato di spiegare ciò che abbiamo intorno attraverso immagini ed esempi molto concreti e netti. Mi vengono in mente pensieri così, disparati, dalle immaginifiche rappresentazioni dell'anima e dell'essere umano di Platone, agli atomi di Democrito, ai paradossi di Zenone, passando per i dubbi di Cartesio, per l'estetica e il sublime del Settecento fino ad arrivare a noi, alla filosofia più visiva che abbia rintracciato, quella degli esistenzialisti.


E per quanto riguarda il cinema, non sto parlando del mero documentario. Il cinema tutto, nelle più diverse sfaccettature, correnti e inclinazioni d'autore, propone il suo metasgaurdo.

Il metasguardo può essere dappertutto: nelle folli angolazioni dei cineocchi (Vertov), nel colore acceso in un film in bianco e nero (Ejzenstejn), nei particolari di un giallo (Hitchcock), nell'incisione profonda di un volto (Leone), nell'immagine surreale, inquietante e inglobante prodotta dalla mente (Lynch) o nello sguardo tutto semplice e metafisico che va oltre l'immagine (Kim Ki-duk), per approdare al cinema che guarda il cinema, alle citazioni, ai rimandi (Tarantino).


Ho sempre sostenuto che il lavoro della macchina da presa riprende un po' il movimento del corpo dell'uomo nel mondo: esplorazione più osservazione. Chi riesce a far questo è innanzitutto in grado di creare: è in grado, cioè, di poter vedere direttamente nella realtà una forma, è in grado di dare un significato a ciò che vede; di formulare un pensiero che mai trascende la realtà ma che sempre si pone come immanente. Chi riesce a muoversi nel mondo come una macchina da presa e a osservarlo sa vedere. Sa. Si trova in un oltre che non tutti abitano. Riesce a vedere e a capire di vedere. In poche parole: possiede l'immagine, riesce a sostenerla e a cogliere le sue trame.

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