mercoledì 30 novembre 2016

Lasciarsi andare


UNOeDUESliceofLife

Bisogna lasciarsi andare. Bisogna lasciar andare le cose. È qualcosa che si impara col tempo, con le esperienze - e con i dolori, quelli forti. 

Anche per quest'anno sembra che si sia messo un punto fermo sul contratto di lavoro. Dopo due mesi passati a correre da un lato all'altro della regione, a suddividersi tra plessi, segreterie, orari mirabolanti e ragazzi, non si è scritta la parola fine, ma la parola inizio. Dopo due mesi di continui inizi, si è cominciato davvero: si è cominciato per portare a termine il lavoro, impostarlo e guardare avanti. 
È stato un abituarsi, farsi i film, dire Sì, rimarrò qui, Sì, vedrai che ce la faccio!, è stato un capitolare, tra i momenti di gioia, scanditi dalla firma, il registro e il Buongiorno ragazzi!, ed è stato un piangere a dirotto, nel momento in cui si scopre che qualcuno ha più diritto di te a lavorare in quella classe.
Eppure, dopo quattro contratti e altrettanti plessi, ce l'hai fatta. Certo, non ricordi più in quale delle tre classi devi insegnare la geometria euclidea e in quale le espressioni - e poi finisci per scrivere e uguale emme ci al quadrato a dei ragazzini di seconda media - ma non importa. Non importa neppure cosa accadrà da luglio in poi: perché, per ora, nove mesi sono sinonimo di per sempre. Certo, apri il tuo diario personale, il registro, il quaderno con gli appunti e ti ritrovi a leggere i cognomi dei ragazzi conosciuti a settembre e ti scende la lacrimuccia - anche se ti sembra di aver vissuto tutto una o due vite fa. Certo, quando sei in una classe e ti chiamano a cento chilometri di distanza per dirti che, scorrendo la graduatoria, sono arrivati a te e che ti fanno il contratto, tu accetti, sì - chi non accetterebbe? - ma poi c'è da correre veloce e salutare i ragazzi che vedrai per l'ultima volta come se il giorno dopo li rivedrai ancora. Corri giù per le scale e non ti volti - e ti sforzi di pensare a tutto quello che non andava bene nel posto che stai per abbandonare. Poi ti giri e rigiri nel letto per notti intere e ti chiedi se hai fatto bene a scegliere come hai scelto.
Ma alla fine, sì. Hai scelto. Scegliere mette ansia, ma è un privilegio. Scegliere significa che davanti a te si aprono diverse strade e, in ogni caso, la soluzione che otterrai dipenderà solo da te: e il sole continuerà a sorgere.

Infatti, non ho intenzione di parlare dell'ansia che può metterti una scelta come il luogo in cui lavorare - o di quanto immodestamente io mi creda il prof di matematica più indispensabile al mondo.
Abbandonare classi e alunni tra pianti e strepiti - sì, perché anche un uomo può piangere e strepitare di fronte agli occhioni di bambini che diventano grandi - mi ha fatto capire che l'unica cosa da fare è prendere le cose così come vengono. È lasciarsi andare. È lasciar andare le cose. 
Certo, direte: per una cosa così sciocca, fai l'aforisma del giorno. 
Ma la mia lei, sempre così ansiosa e sempre così estrema nel vivere le cose di ogni giorno - come se la trafiggessero le frecce del San Sebastiano di Schiele - è anche così improvvisamente speciale nello scrollarsi di dosso le gravità: a volte le basta una lacrima a lavare via l’emozione del momento e a trasformare il sentimento in esperienza profonda, che diventa una delle tante cicatrici, delle tante tappe che fanno di te la tua vita.

Di solito arrivi ad avere ansia per le più piccole cose quando sulle spalle porti pesi davvero enormi, che hai rimosso o tenti di rimuovere - perché l'accettazione è difficile. Di solito trasferisci i grandi dolori sull'affrontare le cose sciocche. 
Ho parlato con una persona, una volta, una persona che sulle spalle porta davvero un dolore enorme, ma che sul viso ha sempre un grande sorriso sincero e nella voce una parola gentile per tutti. Questa persona mi ha detto di essere ansiosa, ma di aver capito che la vita va così, a volte ti butta giù, poi all'improvviso ti tira su, in una serie infinita di capriole. 
Raccolgo poi le massime dei nonni, frasi apparentemente semplici ma gravide della profondità di quelle vite vissute tra guerre, fame e riscatti: La vita è così, caro mio, La vita è tutto il resto, bello di nonno, Nella vita passa tutto, passano le cose belle ma anche quelle brutte. 

Di solito, tendiamo a soffrire per una mancanza. O perché ci spingiamo troppo oltre nell'immaginare una vita che poi scoppia come una bolla di sapone. 
Ecco, l'immaginare ci frega. Immaginare è bellissimo, ma ha i suoi risvolti negativi. Non è come sognare. Si sognano anche cose irrealizzabili e sognando si è consapevoli che ci si può spingere molto oltre i propri limiti.
Immaginare, specie nella vita di tutti i giorni, significa progettare. Fare bilanci e proiezioni. E se uno snodo del nostro schema non si verifica, allora scompare tutto il resto. Immaginare, a volte, significa avere l’illusione di poter scegliere.

Insegnare è bellissimo perché ci si trova ogni giorno di fronte a una miriade di storie ancora inespresse e tutte da sviluppare. Ogni alunno è una storia: tu lo guardi, immagini la sua storia, la sogni. Poi passi alla fase successiva, gli chiedi cosa vuole fare da grande. E, alla risposta, magari diversa dal tuo immaginare preventivo, inizi a immaginare un nuovo percorso: e tu sei lì, a fare da snodo a quella vita che si costruisce piano piano. A quella storia tutta da scrivere. 
Un privilegio e una responsabilità immani.
Inventare una storia, costruire un personaggio. Concepire una vita. Come gli scrittori, come i genitori.

Creare una vita e pensare a come sarà è ancora più delicato e pericoloso. Dopo essere diventati genitori, noi esseri umani non dimentichiamo di esserlo, eppure siamo costretti a lasciar andare la nostra prole, perché così la natura vuole. Una storia inespressa che ha bisogno di libertà per esprimersi. E tu non puoi far altro che lasciarla andare. Che lasciarti andare. Che lasciar andare le cose. E così un romanzo, un racconto: devi lasciarlo in mano a chi leggerà - ed essere consapevole che tu non sei più l’autore, che l’autore, ora, è il lettore - e dar la possibilità alla storia di vivere altrove, con qualcun altro, in uno spazio e in un tempo diversi dai tuoi.

Poi, ci sono storie che rimangono inespresse e neppure nascono. Sono solo un piccolo, breve incipit. Una poesia. O forse due o tre versi. Una strofa. Anche la strofa interrotta ti segna: e anche la strofa interrotta - devi lasciarla andare. È una poesia che ricorderai per sempre, ma è anche un'esperienza che dura un battito di ciglia, un respiro. Proprio perché è così breve, non devi portarla come un peso: deve solo spingerti ad avere fiducia che, in futuro, altre storie nasceranno e si esprimeranno come è giusto che sia.

Per questo bisogna lasciarsi andare alle esperienze. Viverle per quello che sono: solo insegnamenti per essere persone migliori, solo insegnamenti per affrontare la vita con leggerezza, anche quando la vita pesa.

Ogni mattina, alla stazione, vedo volare famiglie di gabbiani. Quando si posano sono giganteschi, alti quanto me. E mi chiedo: Come fanno a volare? 

Eppure l'istante dopo si sono librati in volo, un corpo pesante, due ali enormi e un percorso leggero da tracciare nell'aria. Da lassù, me lo sento, guardano noi spinti e soggiogati dalla gravità e danzano divertiti con le stelle e le stelline del nostro cielo.

Immagine: Marc Chagall, Sulla città, 1924

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