venerdì 30 settembre 2016

Scoprirsi e riconoscersi

UnoeDueVision



Avere il cielo in testa: letteralmente. 
E, col cielo, viaggiano le nuvole. Avere anche le nuvole in testa: davvero.
Il caso ha voluto che scattassimo una foto così indicativa, loquace e, allo stesso tempo, sibillina: l'Arcano della Luna, una sagoma sottile che ci mostra l'interno - o l'interiorità - di questa figura femminile. 
Il cielo e le nuvole. Non possono non andare di pari passo. L'uno esalta le altre - e viceversa. Non sarebbe cielo senza quel tocco di pennello bianco che ci mostra le nuvole ed esalta il manto azzurro. Non godremmo della bellezza del cielo, se le nuvole non sparissero. 
Il cielo in testa significa tutto. Avere l'infinito dentro. Quando hai l'infinito dentro, volente o nolente, hai anche le nuvole. Le nuvole possono diradarsi o possono diventare mostri. 
I mostri non sono solo cattivi: dentro l'infinito puoi scovare anche mostri buoni, simboli, elementi del proprio essere che assumono il significato negativo della terribile esperienza che ci ha segnato e, al contempo, assumono il significato positivo della forza attraverso cui abbiamo superato le difficoltà. 
Ci siamo trovati di fronte alla grandezza - in tutti i sensi - di Niki de Saint Phalle. In un posto di provincia, nascosto, lontano da sguardi indiscreti - e, forse, anche troppo esposto: un luogo che si apre solo per le menti più attente, più silenziose e più inclini a scoprire se stesse. Niki si ispira ai tarocchi e dai tarocchi ricava linfa per un'opera d'arte totale, che abbraccia la sua vita e la nostra vita in un tripudio di architettura, scultura, pittura, mosaico, poesia. Ci siamo trovati - ancora una volta - a piangere di fronte alla bellezza. Perché non si piange solo per le cose tristi: si piange anche come reazione di fronte a chi, inaspettatamente e con grande maestria, ti scava a fondo - e ti riconosce. 

Ogni viaggio è sempre un viaggio alla scoperta di qualcosa. Ogni viaggio è sempre un tassello che compone il nostro personalissimo puzzle. Così, ci commuoviamo: proviamo sentimenti ed emozioni per quel determinato luogo, ci sentiamo parte di esso. 
Ci siamo commossi la sera prima, di fronte a un’estasi quasi bacchica, per il più grande omaggio che al cinghiale si possa fare. Qui: tutto ciò che avevamo intorno ci ha permesso di riconoscere memorie della nostra infanzia, memorie tattili più che mentali, che odorano della cucina della nonna, in un inverno freddo e fatto di soporiferi discorsi domenicali, mentre tu, preso dal tuo gioco nuovo, aspetti solo quell'urlo: A tavola! 
La notte e la mattina dopo ci siamo commossi per una delle accoglienze d'hotel più calde e morbide dei nostri viaggi. Un micetto rosso inseguiva indisturbato un insetto, tra i commensali divertirti e una tavola da colazione imbandita - buonissima - come se fosse domenica sempre: di quelle colazioni che ti fanno dimenticare lo scandire tutto umano del tempo. 
Prima di arrivare al giardino di Niki, una passeggiata nel silenzio totale e leggero di uno dei borghi più piccoli e più teneri mai visti, fiori e profumi e panni stesi con pudore, tra stradine strette che ispirano solo l'abbraccio. 
Ogni luogo, se sai vederlo, ti riconosce: e ti svela un pezzetto di ciò che sei.

In questo girovagare tra l'arte del cibo, l'arte dei borghi e l'arte dell'ospitalità, Niki è stata scoperta solo alla fine. Ed è stato giusto che fosse così, come una specie di spirale magica verso la catarsi. 
Niki ci appare silenziosa, metodica, fragile: e ho imparato che chi è fragile, metodico e silenzioso sa fare grandi cose. Letteralmente. 
Il giardino di Niki si deve esplorare, sì. Ma si deve anche ascoltare. E sentire attraverso la pelle.
Ti devi lasciare andare. Devi poterti specchiare nei mosaici di vetro e vedere la tua immagine scomposta e frantumata: e non averne paura. Ognuno di quei pezzetti, piccoli o grandi che siano, è una parte di te. Devi scrutarli a fondo, capire a cosa alludono, dare ad essi la giusta importanza, esaltarli o ridurli. Niki crea statue-architetture enormi, eppure quella che dovrebbe essere la più grande è una delle più piccole: la Forza. La Forza è solo un mezzo: grandi, invece, sono gli elementi che davvero hanno saputo svilupparsi in Niki - o in noi - grazie alla Forza (posta, quasi nascosta, proprio all'inizio del percorso): la Papessa, l'Imperatrice, la Giustizia, l'Imperatore, la Torre. Come a dire: tutti abbiamo la forza di fare le cose, ma ciò che è evidente è il risultato finale, il modo in cui poniamo e vediamo le cose nella nostra vita dopo averle affrontate. 



I giganti arcani di Niki si nascondono anche sotto i nostri passi. Occorre anche guardare a terra per apprezzare il valore dell'artista, che affida alla pietra incisa alcuni dei suoi pensieri per me più toccanti. Lei sa: l'artista, il poeta, il filosofo vanno a caccia del significato dell'esistenza. Se la vita fosse un gioco di carte, sarebbe un gioco senza regole, regole che dovremo scoprire noi, piano piano, e che mai potremo conoscere a fondo. Sembra una frase tirata lì, quasi tautologica, ma è la frase minuscola che, più delle altre opere, ci ha messo sottosopra. La vita si presta a ogni metafora e ogni metafora calzerebbe per descrivere la vita. I tarocchi e i personaggi sviluppati da Niki appaiono così stratificati, in grado di darti un significato e anche il suo contrario. 
A volte, di fronte a opere come il Giardino dei Tarocchi ho la sensazione di trovarmi di fronte al mare: calmo in superficie, ma denso, oscuro, imperscrutabile, agitato sul fondo. Qualcosa per cui indossare bombole e boccaglio e cominciare a esplorare in modo scientifico, con la consapevolezza di poter cadere nel baratro, di farsi male, di rimanere impigliati nell'insidia di turno o di dover risalire in superficie, senza aver concluso l'esplorazione, perché l'ossigeno è finito. 



Ho provato la stessa cosa nell'attrazione forse più interessante e più leggera per la maggior parte della gente: L'Imperatrice, che fu anche la casa di vetro e ceramica dell'artista. Siamo entrati nella pancia della figura femminile a guardia del giardino come una Sfinge e lì e solo lì abbiamo trovato il cantuccio di Niki. Un luogo tondeggiante, caldo e freddo, accogliente e tagliente, in cui l'immagine dell'artista deve essersi rifratta in mille altre immagini. La guardia del parco è anche l'utero di Niki a cui Niki ritorna, piccola, enorme, fragile ma fortissima per ritrovare se stessa e anche più: in un girotondo di immagini infinito e pericoloso. Ecco: è come stare in fondo al mare, calmo e insidioso, caldo e turbolento.
Non manca l'amore. Perché l'arte è essenzialmente amore. E se sotto al mare non trovi una mano da stringere mentre sei nel buio più buio, allora meglio non avventurarsi. Ma se in quel buio trovi una mano da stringere, nel buio sai vedere anche la luce: potere demiurgico degli artisti e degli amanti. L'amore sono le sculture del compagno di Niki, Jean Tinguely, che picchettano stonate e sbilenche il giardino. Piccole ferraglie a cui il gesto artistico ha permesso di vivere una seconda vita. Il segreto sacrale e sospeso di questo giardino è qui: che sia la gigantessa di Niki o il corpo impossibile di un ferro dotato di vita nuova, tutto in questo giardino sa di rinascita. 
Si può morire e nascere molte volte nel corso della vita e ad ogni passo fatto si pone una pietra a ricordare la caduta e la risalita. Ogni passo fatto è un arcano e il solo fatto che quell'arcano sia lì a troneggiare significa aver vinto. L'arte è anche questo, ritualità, sacralità: poter osservare la Venere di Willendorf e capire che la pietra calcarea può vincere sul tempo, osservare il Giudizio di Michelangelo e capire che l'uomo, a volte, sopravvive a Dio, osservare un arcano di Niki e capire di avercela fatta. Avercela fatta con i colori, con il sorriso, con la gioia. 
Nonostante tutto. 

Avere le nuvole in  testa: impossibile non averle, non avere paura di possederle, divertirsi a sgomberarle per poi godersi il cielo. 


Catalogo consultato: Lucia Pesapane, César Garcon, Niki de Saint Phalle, Ulmer, Paris, 2014

Foto scattate e di proprietà dell'autrice del blog.

Nessun commento: