mercoledì 31 agosto 2016

L'inaspettato e l'indifferenza

UnoeDue Slice of Life

L’inaspettato è ciò che più le mette ansia. Le si blocca il respiro, le si mozza il pensiero: è in grado di star male per giorni - e quando non sta male ha solo messo da parte, in un piccolo scrigno della sua testa, ciò che la atterrisce. A volte non ha nemmeno un oggetto da temere: è solo il tarlo del pendolo, dell’accadere, dell’esistere. Eppure, quando accade, l’inaspettato non è mai aspettato, non puoi mai dire Ecco te l’avevo detto, Ecco è successo: quando accade, l’inaspettato è sempre nuovo.

Ci siamo svegliati in mezzo al letto, saltellanti, in movimento senza volerlo, talmente in movimento che ci siamo cercati le mani e non siamo riusciti a stringercele. È stato ancora più inaspettato e brutale perché la luce era spenta, perché era notte piena, perché le pareti della camera da letto sembravano ondeggiare, stringersi e allargarsi, come dentro a un muscolo - e noi lì a guardare, impotenti, incoscienti, senza poter capire nulla, senza poter pensare nulla. Un film horror, penso io, C’è un fantasma in casa, pensa lei - Stiamo entrando in un’altra dimensione, pensiamo all’unisono, carichi come siamo di mille film e mille storie.
Ma quando tutto si ferma e il rumore lunghissimo e assordante cessa e rimane un silenzio da vuoto d’aria - be’. Sale la paura. È banale dirlo, ma è solo Paura. Perché quando qualcosa è accaduto ed è diventato conosciuto, allora hai paura che accada di nuovo e a quel punto eccola, eccola lì: l’ansia dell’inaspettato.
Una felpa in mano, un peluche, è estate ma fa freddo - stanotte fa freddo. Lei trema, Mi gira la testa, ho la nausea, dice con la voce impastata dal sonno, con i denti che tremano. Io mi metto sotto la porta, continua, come se fosse sonnambula. E io: Ma ora a che serve?
A nulla, mi rispondo, serve a nulla, è solo un modo per dire che t’aspetti l’inaspettato.
E, quindi, facciamo qualcosa: giriamo per la casa, alla ricerca di crepe - e niente crepe, per fortuna. Dovremmo uscire, guardare cosa accade intorno, ma l’incoscienza ci fa stringere nel letto, sotto le coperte, gli occhiali infilati, il cellulare in mano, la luce accesa, ci guardiamo intorno, come se il fantasma potesse tornare. Perché, quando ti sembra che il mondo sia instabile e pericoloso, solo stare vicini e diventare una stretta di carne nella propria casa, nei propri spazi, sembra essere l'unica protezione. E quando stiamo per addormentarci - una dichiarazione d’amore scambiata, piena di paura, guardandoci negli occhi - ecco che il letto ci dondola di nuovo e ci alziamo e, di nuovo, non sappiamo che fare.
Accendo il telefono. Controlliamo se ci sono notizie dell’ultim’ora. Lei trema, ancora. In fondo, avere paura è un sistema di difesa. L’ansia è un sistema di difesa. Pare che pensare per forza a qualcosa che potrebbe accadere, ti dia l’illusione di controllarla, quella cosa: stai sul chi va là e, in definitiva, ti senti forse più tranquillo nel perpetuare uno schema che ha tutta l’aria di un mantra magico.
La lascio al suo respiro corto, al peluche stretto, agli occhi sbarrati. Mi rivolgo al mio telefono, al web - e quello che leggo sul web, in piena notte, quando il mondo non esiste e tu dovresti ritirarti, ecco, quello che leggo sul web è davvero l’inaspettato. Quello che ti fa tuffare il cuore in un mare di Non è possibile.

E la mente torna indietro. A due anni fa. Esattamente due anni fa.
Perché, a volte, l’inaspettato può avere un sapore dolce - o un sapore salato, può avere il sapore degli spaghetti trafilati in bronzo, di pomodoro e guanciale, di pepe, di carne di pecora arrostita attorno a lunghi stecchini di legno - e che goduria ungersi la faccia come bambini per tirare via un boccone. Che goduria vivere un pranzo che è lo spazio in cui entrano tutti i sentimenti più rassicuranti della tua vita.
L'inaspettato può avere il sapore di gente legata alla Terra e che dalla terra ricava talmente tante ricchezze da produrre Cultura: quella cultura che lega l'oggi direttamente all'antico, all'ancestrale. Il modo di parlare e di ornare una finestra, di dirti Grazie e Buongiorno, di sorridere, il modo di essere colpiti dal sole - quel sole che solo lì è così - ci riportano ad un mondo che le grandi metropoli dimenticano, là dove tutti vivono veloci, impazziti, alle prese con appartamenti minimal e piatti minimal e vite minimal, tutte internazionali e tutte uguali, in cui si dimentica cosa c'è di radicato tra te e la Terra. Quel cordone ombelicale tra te e un luogo. Un sentimento che possono capire solo le persone che, volenti o nolenti, il proprio luogo hanno dovuto lasciarlo. Un cordone ombelicale che non andrebbe mai spezzato, nemmeno dagli eventi, nemmeno da ciò che è più grande di noi.

Penso, ancora. Ricordo.

L’inaspettato, a volte, ha il sapore di un lungo on the road tra paesini, boschi e montagne: e, mentre guidi abbandonando le autostrade, ti concentri sulle stradine e le stradette a picco sul verde, incuneate tra case di antichi massi e piccole chiese di paese che emanano carità e misericordia e vita monastica rude e semplice - come la pietra non levigata.
L’inaspettato sa di cartelli stradali blu e marroni. E lei dice: Al ritorno fermiamoci qui!
Ci ripenso. Due anni fa. Avevamo già deciso che ci saremmo sposati. Avevamo pianificato mese per mese tutto. Avevamo solo il timore di tutto l’inaspettato e il non calcolato che da lì al matrimonio sarebbe potuto accadere. C’eravamo dati un obiettivo e non vivevamo che per quello - e il percorso come sarebbe stato?
Le comunico, piano, quello che è successo, del disastro, di luoghi che non ci sono più. Inizia a piangere. L’inaspettato che ci ha svegliati è stato un inaspettato angosciante, per noi terribilmente fortunato. Ma per altri no. E quegli altri non così fortunati, ecco, erano stati lo scenario di uno degli inaspettati più belli della nostra vita.

Lo ricordo, quel parcheggio fortuito, trovato all'ultimo secondo, tanto affollato era il paese. Lo ricordo, il parco pieno di bimbi e nonne e un caldo infernale - ma a noi cosa importa del caldo, stiamo per avventurarci in una delle mangiate più estreme della nostra vita, di quelle in cui le calorie bastano per i prossimi cinque giorni, per i prossimi cinque paesi.
Lo ricordo, il corso principale, pieno di fiori e voci e profumi e noi una fame terribile - e ancora troppo presto per entrare al ristorante. La ricordo - la botteguccia in cui abbiamo felicemente svuotato il portafogli, formaggi e miele e spaghetti e guanciale, in un tripudio di odori da cucina della nonna, di domenica, nel giorno più caldo e protetto della nostra infanzia.
E poi eccolo, un ricordo che è una risata, prima la cameriera, poi il padrone del ristorante che ci chiedono se siamo davvero sicuri di voler scegliere il menu completo: ma quello completo completo, dall’antipasto che è gia un pasto abbondante di per sé, passando per entrambe le versioni, bianca e rossa, della pasta, rotolando poi sazi e non paghi fino alla grigliata mista - e quell’arrosticino voluttuoso e sensuale adagiato sul piatto ovale, quasi fosse la modella per un nudo! - e infine le patate - le patate arrosto più buone del mondo - che sanno di quelle sere in cui hai - sorprendentemente, inaspettatamente - azzeccato la temperatura del forno e il dosaggio del sale, del pepe e del finocchietto e il risultato è un tripudio di dolce e salato e piccante ad un tempo. Una vittoria. E poi il dolce: e il padrone che scherza su quanto mangiamo e noi che saremmo anche pronti a ricominciare.
Ricordo un po’ meno la passeggiata del dopo pranzo, i fumi del cibo, una sorta di sonnambulismo da glicemia alle stelle - ma il fresco della chiesetta medievale che ci ritempra, quegli affreschi che ci dipingono gli occhi con la loro bellezza ancestrale, umana, colorata, portata alla vita da una mano esperta ed eterna. E il ricordo vivo di uno dei ricordi più belli che abbiamo insieme - io e lei.

Avremmo voglia di ricominciare a mangiare, sì. Di ricominciare a camminare, a guardare, a immaginare la vita altrui in un posto simile. Tanto che, diciamo, ci vogliamo tornare presto qui, a pranzare. Magari comprare un biglietto per la sagra, perché no? E alloggiare da qualche parte. E ritemprarci.
Vorremmo ricominciare, sì.
Ma forse per il momento non si può.
L’inaspettato di stanotte, oltre al ricordo dolce, ci regala il rimpianto per non essere tornati prima. Di aver perso un’occasione. Lei lo sa. Ha il cuore in gola. L’inaspettato - forse sin troppo aspettato, ma mai troppo pronto e troppo vero per essere reale - poche settimane fa, ha colorato il cielo con l'azzurro degli occhi di suo nonno, mentre lei era in uno dei momenti più leggeri della sua estate. Mentre aveva tanta birra e tanti carboidrati in corpo da poter festeggiare per mesi. E poi, niente. T’arrivano certe cose e tu stai lì. Preso in pieno e tramortito. Tramortito dall’indifferenza del tutto.

C’è chi, molto tempo fa, ha scritto che la Natura non è indifferente. Che, se cerchi bene, nella Natura troverai tutte le risposte e tutte le forme che l’uomo s’affanna a replicare nell’arte alla ricerca del Bello. La Natura ha già tutto. Le sinuosità, le rientranze, le sporgenze, le cornici, le simmetrie. La Natura non è indifferente al Bello. Noi dobbiamo solo trovarlo.
Ebbene, stanotte ho cambiato idea. Credo che la Natura sia tragicamente indifferente. A lei non interessa di noi. Di cosa abbiamo fatto, di cosa facciamo, di cosa faremo. Sì, l’uomo è artefice di tante di quelle brutture che non avrebbe alcun diritto di continuare ad appropriarsi della Terra - ma nemmeno questo alla Natura interessa. La Natura semplicemente segue il suo corso, si sveglia, si agita e si addormenta, a caso o con regolarità: senza alcuna pietà. Non c’è sentimento nella Natura, se non un movimento, costante, delle sue profondità e delle sue altezze.
Ma la Natura, ecco, la Natura dovrebbe ricordare che senza di noi lei non esisterebbe. Senza di noi, lei sarebbe un ammasso di cose senza nome. Lei è indifferente. Ma noi no. Noi non siamo indifferenti. La Natura non avrebbe alcun senso se non ci fosse il poeta a cantarla o l’artista a ritrarla o il contadino e il cuoco ad esaltarla. Senza di noi la Natura non esisterebbe. Non ci sarebbe nessuno a guardarla, ad ammirarla, non ci sarebbero quei soli occhi che nella Natura riconoscono il Bello - che, è questa la grande verità, è una creazione del giudizio umano. La bellezza non sta in una rupe o nel mare o nei rami di un albero: la bellezza è in noi che sappiamo trovarla. Del resto, senza spettatori lo spettacolo non va in scena. Senza Uomo non esisterebbe il Bello del Mondo, né il Mondo potrebbe vantare le bellezze che vanta.

Ce ne rimaniamo inermi. Lei piagnucola un altro po’, io mi tengo dentro un groppo che preme lo sterno - il rimandare, perché, sì, lo facciamo domani o dopodomani o l’anno prossimo, il non aver goduto di quello che ancora non sapevamo sarebbe stato l’ultimo sguardo su quel paese così come era, il non aver fatto qualche foto in più, perché ecco, meglio guardare che fotografare - e poi ci torniamo, no?
Sì, certo che ci torniamo. Mi dico. Certo che ci torneremo, le dico nell’orecchio con il respiro sicuro. Sono sicuro che lì torneremo e ci ritempreremo e guarderemo quanto può essere bello il mondo. Perché, a volte, aspettarsi la speranza, aspettarsi un inaspettato pieno di speranza, è il motore della vita umana: noi non siamo indifferenti a quello che abbiamo intorno. Noi non siamo indifferenti. Noi, la bellezza, la cerchiamo e la (ri)costruiamo.

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