giovedì 30 giugno 2016

Speciale - Il viaggio di UNO E DUE


È l’alba. Il rumore dell’acqua fruscia costante. Uno stambecco avanza veloce, si ferma all’improvviso, guarda indietro: c’è un altro stambecco, poco più piccolo - ma sempre in allerta. L’acqua fruga e scava e si impadronisce della terra, del cielo, delle nostre orecchie, del silenzio fra i picchi delle montagne. Eccolo. È lì. Il terzo stambecco. Un cucciolo. Avanza piano dietro la madre, la supera, si arresta un passo indietro al padre.
Il padre mi guarda. 
L’acqua si insinua nel sole. 
Io le stringo la mano. 
Il sole è assonnato. 
L’acqua fruscia. Dipinge la terra. È l’unico rumore in un cielo silenzioso, pieno di nuvole, in un’alba che è un tramonto. 
Lo stambecco padre volta la testa a destra, poi a sinistra. Ci fissa. Siamo solo noi cinque, qui, a quest’ora, sulla cima di questa montagna. Tutti e tre, padre, madre e figlio, si tranquillizzano. Abbassano la testa, immergono il muso nell’erba, brucano. 
Io e lei, uno yogurt, una tazza di latte bollente, latte di mucca, bollente d’amore, una brioche lievitata piano, tra mura di legno e camini sempre accesi, io e lei, all’alba, qui, da soli, fuori del clamore del mondo che s’accalca per un bagno in un’acqua speciale. Io e lei, qui, nel punto forse più alto del mondo, tanto alto che se apri la bocca puoi sapere che sapore hanno le nuvole. 
E se anche non fosse il punto più alto del globo, ecco, lo è per noi. Che qui capiamo ancora di più il motivo di un viaggio d’amore fin sulla cima di una montagna, tra la neve, gli stambecchi e l’acqua  che sgorga dalla prima fonte del mondo. 
Perché questo è l’ultimo gradino prima dell’infinito. 
Tanta di quell’arte e l’uomo che s’affanna e le tele e le sculture e tutti loro mortali ed eterni in un museo, a guardarci, a parlarci. E il mondo gira e gli uomini camminano - e tante cose immobili sono lì a ricordarci che esistono da prima di noi e che esisteranno anche dopo. Tanta di quell’arte e di quel tocco d’uomo vissuto migliaia di anni prima di noi e prima di cristo e quella figuretta piccola, inerme eppure tosta - e quel maschio, nudo e marmoreo, una coda e due corna, sdraiato su una roccia, ubriaco, indecente, terribile, maleducato e bellissimo: lì, da prima di noi, con quella superiorità, con quella noncuranza. Nemmeno ci guardano, la figuretta s’adagia sulle sue rotondità, l’uomo di marmo dorme sulla sua sbronza, noi lì ad affannarci nelle nostre piccole vite, a guardarli, ad ascoltarli.
E loro lì, e niente. 
E Egon e Wally lì. E niente. 
Mezzo rinascimento e la decadenza di fine secolo e l’atrocità di due guerre mondiali sono scorsi davanti a noi come una pellicola impazzita, veloce, in cui i fotogrammi si mescolano e diventano indistinti.
E niente.
E sono niente. 
Tanta di quell’arte a dirci che noi siamo qui, che lei è eterna. Eppure. Davanti a queste cime. Davanti a questa neve che si riposa e si rigenera. Davanti a questo cielo così vicino. Davanti a una famiglia di stambecchi. Davanti a quest’acqua che sgorga e scava e ritma il mondo: l’Arte eterna con la A maiuscola si svela. Quella per cui anche gli artisti ormai immortali s’affannano. Quella di fronte a cui crolla qualsiasi tentativo di analisi e di interpretazione. Quella che sfugge a ogni definizione di bello, sublime e terribile. 
La Natura è tutta qua. Semplice e sconvolgente.

Le stringo la mano. Abbiamo la sensazione di aver fatto un cammino a spirale, faticoso e verso l’alto. L’abbraccio. Un mondo. Il mio mondo. La mia perfezione. La mia eternità. La mia opera d’arte. Lo stambecco padre si avvicina. Lei mi stringe. 
Non aver paura, le sussurro tra i capelli. 
Il mio respiro nel suo. Il respiro dello stambecco su di noi. Il rumore dell’acqua attorno a noi. E il cielo dentro di noi. 
Lo stambecco ci supera. Compagna e cucciolo lo seguono. Il sole si fa più insistente tra le nuvole. I tre si arrampicano. Svaniscono dietro una coltre di alberi e cespugli. 

Rimaniamo soli, abbracciati. Così. Il sole si nasconde dietro nuvole sempre più insistenti. Gli zigomi si irrigidiscono. Lei si scioglie dalla mia stretta. Guarda l’orologio. È ancora presto, dice. Poco più in là, una grande tinozza di legno si sta riempiendo d’acqua calda. Mi guarda. Mi fa un cenno con gli occhi, tra i capelli al vento. Tira giù la zip del piumino e con un istante di ritardo faccio altrettanto. Poi gli anfibi, i jeans, il maglione, la canotta. Lei rimane col costume da bagno, io rimango col costume dal bagno. Un balzo e siamo dentro l’acqua. Il cuore si riscalda, batte al ritmo dello scroscio tra le montagne. Guardiamo in giù, oltre il legno, col mento nell’acqua. Una vallata infinita ci domina gli occhi. La neve comincia a cadere. Ci gela le parti scoperte - e l’acqua ci protegge da tutto, come nella pancia della mamma. Il cielo innevato sopra di noi. Io e lei dentro di noi. 

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