sabato 30 aprile 2016

Speciale - IL VIAGGIO DI UNO E DUE parte seconda/2

Ci chiediamo come una cosa così piccola possa sopravvivere per millenni. E la risposta è già nella domanda: come fa una minuzia simile, pochi centimetri appena, ad attraversare ere e cataclismi e guerre e ogni sorta di giudizio universale per poi decidere di consegnarsi a noi, così, con una semplicità tanto disarmante quanto cristallina - di un’eternità cristallina?
Giriamo attorno alla teca e proprio non ci capacitiamo. Undici centimetri di storia. Undici centimetri di pietra. Undici centimetri in cui è racchiuso il segreto dell’umanità - come fosse un piccolo cuore, che batte e batte forte, nonostante siano passati più di ventimila anni. 
La figuretta ci guarda e non ci guarda. Stringe le braccine sui seni, se ne sta adagiata sulle cosciotte morbide che sanno di tenerezza di bimbo. Tu la guardi ma è lei che guarda te. Tu vivi, ma è lei che vive te: forse la cosa più vicina alla divinità che l’uomo possa vedere e toccare. 
Falle una foto - le sussurro nell’orecchio.
Lei scatta.  Ma a me non basta: Falle una foto anche di lato. 
Lei scatta. E io, ancora: Falle una foto anche da dietro. Fai una panoramica, gira tutt’attorno alla teca! 
Sono invasato. Lei non fa che dire: non pensavo fosse così piccola, non pensavo, ricordavo fosse, che so, che fosse almeno di cinquanta centimetri, non undici. 
Io: elettrizzato. Siamo di fronte alla testimonianza - inequivocabile - che l’eternità esiste. 
Mettiamo via le fotocamere. Ci stringiamo la mano. Osserviamo in silenzio. Perché, qui dentro, nella piccola sala illuminata da un occhio di bue quasi divino, tutti entrano in silenzio. 
Pochi metri prima, invece, il caos. I bambini - e noi due per primi - scattano foto e lanciano gridolini spaventati e divertiti di fronte al dinosauro che, all’improvviso, si muove e ti sbraita contro. Facciamo tanti di quei video con le facce atterrite e le mani davanti alla bocca e il labiale che recita A I U T O! E poi un amore viscerale per il mammut, mi faccio fotografare mentre gli abbraccio la zampa e penso - lo vorrei proprio un mammut come animale domestico. 
E, insomma. Tutto l’effimero e il divertimento facile scemano non appena entriamo nella piccola stanza della divinità in terra. Proprio come già ci era successo con Egon e Wally. Il sacro esiste. Esiste laddove qualcuno lascia nella propria opera un po’ di più di un colore o di una pietra calcarea sbozzata. Esiste laddove qualcuno, oltre la materia, sa infondere un po’ di anima, sa dare un po’ di aurea a quel che costruisce con le proprie mani, con la propria testa. Cerchiamo nell’invisibile la risposta a tutti i nostri interrogativi, cerchiamo l’eternità in un tempo che non vivremo mai, eppure l’infinito è qui, negli uomini, nelle loro cose, nelle loro vite.

Una pausa caffè al piano intermedio del Museo. Ci sediamo ad un tavolo accanto al parapetto dello scalone a chiocciola. Lo scalone percorre l’intero edificio in un vortice che colma nella cupola centrale, altissima. Tiriamo indietro la testa, il collo ci fa male, ma rimaniamo incantati ad osservare la spirale bianca della cupola che ci risucchia, come in un viaggio infinito. Lo avevo già detto tempo fa e la piccola venere e l’immensa cupola non ne sono che la conferma. Che l’uomo tenta di calare l’infinito nei propri giorni. La scansione temporale contro ciò che non ha tempo. 
La mia metà abbassa la testa, fa scricchiolare il collo prima a destra e poi a sinistra, beve un sorso del suo caffè, apre il suo taccuino e annota qualcosa. Io continuo a starmene imbambolato e pensieroso. Due trentenni in viaggio di nozze dovrebbero pensare di meno. E invece. Eccomi qui a osservare ancora una volta, compulsivamente, il cerchio d’oro che porto al dito. Un materiale resistente in una forma che inizia e prosegue senza finire. La venere se ne sta immobile, nel suo impassibile viaggio negli occhi di milioni di persone, immobile a risucchiare vite, emozioni, storie. Lei è la pazienza, la tenacia, la forza di proseguire nonostante il mondo cambi di continuo - e non sempre in meglio. Lei è la cocciutaggine, la voglia di essere quello che è per sempre, senza scendere a compromessi. Lei è il segno che le cose vanno e possono essere sempre, esattamente come noi vogliamo, senza perdere un pezzettino della nostra integrità di pietra - calcarea o di qualsiasi altro materiale essa sia. Lei sta lì. E tu non puoi far altro che imparare. Non puoi far altro che tentare di imitarla, di seguire il suo insegnamento. 

Penso alla mia vita, a quello che faccio. Penso alla vita di mia moglie, a quello che fa. Penso che siamo fragili, sempre sballottati dalle paure, non sempre visibili, non sempre tangibili. Eppure abbiamo la smania di trovare un punto fermo nel caos. Siamo fragili ma di granito, inamovibili, stretti, in qualcosa che inizia e prosegue, come il cerchio d’oro che ci unisce.

Nessun commento: