lunedì 29 febbraio 2016

Speciale - IL VIAGGIO DI UNO E DUE pt. prima



Cade la neve.
A terra si fa acqua.
Due cerchi d'oro scintillante, eterno inizio, eterno percorso, si intrecciano mano nella mano sotto l'ombrello fradicio.
I nostri piumini - fradici.
Le nostre scarpe - fradice.
Eppure le mani ribollono e le guance esplodono di un calore rosso pungente, levigato, di quella perfezione che hanno solo le bambole di porcellana.

In viaggio di nozze abbiamo portato un solo ombrello - chi lo sa perché. Anzi, credo di sapere perché: è un modo per stare ancora più stretti e uniti, nonostante il tempo. Nulla divide di più di due ombrelli sotto la stessa pioggia. E a noi due ombrelli non servono.

Abbiamo camminato per più di dieci chilometri tra chiese, musei, palazzi, piccoli angoli da scoprire – e ancora non siamo stanchi. Siamo passati dal vagare culturale allo scrutare le vetrine di questa piccola, ricca città teutonica e stiamo ridendo come pazzi. Sfilano davanti a noi borse in pelle umana del valore di due stipendi, orologi d'oro e diamanti per i quali saresti costretto ad aprire un mutuo ventennale, commessi che sono vere e proprie bodyguard, con tanto di auricolare e occhiali da sole anche oggi, con le nuvole e la tempesta.

Ridiamo, sì, ridiamo e ci prendiamo in giro - Amore ho bisogno di cambiare orologio, tanto, ventitremila euro per due lancette nascoste sotto il polsino della camicia cosa sono?"
Prendiamo in giro il nostro tenore di vita, deridendo però quello paradossale di chi non deve pensare a risparmiare anche solo per comprarsi un cappotto. Ripensiamo all'immenso sacrificio per mettere da parte i soldi spesi per il matrimonio, per la nostra idea di matrimonio - e siamo consapevoli di aver investito nel modo giusto, di aver speso i giusti soldi per infilare l'eternità in un solo giorno. Penso ai biglietti del cinema rimasti attaccati, ai sabati di pizza fatta in casa, agli acquisti rimandati di un anno, pur di celebrarci a dovere, senza sfarzi ma nel modo più vicino all'amore che proviamo l'uno per l'altra. Pensiamo che, in fondo, sacrificarsi un pochino per ottenere qualcosa di bello è già bello di per sé, ha il potere di unirti, di fare famiglia, di organizzarti come una piccola ma efficiente comunità di sole due persone.

E il risultato è eccelso.
E ci godiamo il viaggio che ci hanno regalato.
E facciamo tutto quello che facevamo anche prima di sposarci solo che ora lo facciamo con una fede al dito e, strano ma vero, come se facessimo tutto per la prima volta. Come se avessimo ricevuto il dono di ricominciare tutto da capo.

La pioggia si fa fina, ma insistente, inesorabile, con l’impressione che da sempre stia cadendo senza pace. Sono le due del pomeriggio e fa troppo caldo per la neve. La neve se ne rimane quieta nei nostri ricordi delle cinque del mattino, dal terzo piano dell'hotel, due corpi abbracciati davanti alla vetrata e quattro occhi immersi nella pace silenziosa dei fiocchi bianchi.
Giriamo un angolo e ci aggredisce la chiesa più alta, più oscura e più gotica della città. Lei insiste per entrare - è antica, è medievale, guarda che decori - io mi sento vagamente inquieto. Lei mi tira, ma una volta entrati siamo costretti a sentire la messa in tedesco. Il prete urla nella sua dura lingua, i fedeli più morbidamente pregano in silenzio - e i nostri stomaci gorgogliano. Non preghiamo, non ci inginocchiamo, né facciamo finta di guardare la chiesa che, a conti fatti, all'interno, è troppo moderna e troppo brutta. Il suo stomaco fa ancora più chiasso del mio e intorno a noi, seduti o inginocchiati sulle panche, i fedeli cominciano a guardarci di sbieco. Lei non mi dice Dovremmo andare via. No. Dice Qui di fronte ho visto una bakery meravigliosa! La fisso - avrebbe potuto farmi evitare la figuraccia davanti ai fedeli, tra gorgoglii allo stomaco e la nostra riluttanza a pregare. Sgattaioliamo via, ma non senza aver fatto rumore – lei non è proprio l’incarnazione dell’agilità e per muoversi di corsa inciampa due o tre volte, facendo inciampare anche me.

Un altro passaggio sotto la pioggia che ci unisce. E poi ci rifugiamo nel calore di lievito e tè della piccola pasticceria tappezzata di libri che la mia golosona aveva individuato.
Ordiniamo due pretzel imbottiti di ogni sorta di verdura e salume. Poi un lievitato, alto e morbidissimo, con un velo di glassa sopra, che tanto ci ha ricordato i nostri maritozzi. Infine, una sorta di dolcetto intrecciato al sapore di noci, nocciole, mandorle e cannella. Una tazza enorme e bollente di tè aromatizzato al tutto.
Fuori la pioggia si fa più intensa, noi dentro a scaldarci il cuore e ad annusare l'odore del pane e della carta.
Afferra il simil maritozzo teutonico, lo strappa, lo sfilaccia, ne osserva i filamenti e i buchi dell'alveolatura. E all'improvviso mi dice: Ma tu... Ma tu ricordi che sul nostro tavolo, il giorno del matrimonio, avevamo i panini? Panini piccoli, sopra a un piattino d'argento?
Scuoto la testa. Non ho alcun ricordo del pane. Ricordo il centrotavola, enorme, bellissimo, che prendeva tutto il tavolo in larghezza. E che faceva da scudo a noi due sposini, stretti stretti, sempre più stretti al nostro tavolo, incastonato tra due colonne e il muro romano. Ricordo solo che avevamo inteso quel tavolo come una sorta di nostro piccolo rifugio, un riparo dalle voci, dal caos, dai suoni indistinti che parlavano solo di noi. Che ci esponevano, ci mostravano, ci rendevano presenti agli altri, ma rischiavano di disperderci. Così, come ogni nostra mossa nell'arco della nostra vita assieme, abbiamo iniziato ad annodare il filo che ci unisce, a renderlo più corto, a creare la nostra minuscola casetta viaggiante pur di fronteggiare la dispersione degli altri  - le due colonne ai lati del tavolo, il muro romano dietro di noi, a guardarci le spalle, i fiori davanti a noi, un piccolo bosco in cui mimetizzarsi.
Lei continua. Neppure io ricordo il pane. Ma so che, per contratto, doveva esserci. Forse - e aggiunge - forse eravamo più attenti a barricarci che a notare certi dettagli, purtroppo.
Tanto caos, eh? Le dico, lasciando la frase al vento, così, una frase nominale, senza gli appigli dei verbi, dei soggetti e dei complementi. Quasi un grugnito.
Sì, fa lei. C'era tanta gente là per noi. E francamente non mi sarei mai aspettata che tutta quella gente fosse lì per noi con tutto qurll'entusiasmo.
Sai che significa entusiasmo? Fa lei. Significa: con dio dentro di te. È una sorta di ispirazione divina. Erano tutti lì, aggiunge, con tutti i sentimenti di fuori. Noi compresi. Anzi. Noi più di tutti. Per questo eravamo entrambi così confusi.
Fortuna, penso io, fortuna che nel momento in cui ci siamo detti sì e ci siamo promessi con un anello, ecco, fortuna che lì eravamo coscienti e controllati. Quando controlli l'emozione ti trema la voce. Non piangi. Reagisci e la fronteggi: per questo fremi, hai paura e il cuore ti sobbalza. Ma, almeno, sei vigile e ricordi. Ricordi tutto. Glielo dico.
Lei sorseggia tè e mi dice: in quella sala c'erano centoventi persone oltre noi. Sembrava che ci fossi solo tu. Non ho sentito nulla oltre la casetta viaggiante in cui eravamo a scambiarci le promesse. E la stessa cosa quando siamo andati a fare le foto, da soli, io e te. Ed è la stessa cosa che sto provando ora, con questo viaggio.
Le pizzico le guanciotte rosse di pane e tè caldo. Parliamo e continuiamo a parlare di quel giorno. Perché l'uomo non ha bisogno delle foto per confrontarsi con i propri ricordi. Ha bisogno di analizzare a fondo quello che ha sentito alla bocca dello stomaco e nel cuore e nella salivazione azzerata per dare un senso a momenti talmente forti che rischiano di disperdersi - e di disperderti.

Nell'ultimo giorno di sosta nella nostra prima tappa, ci accomodiamo abbracciati sulle panche di legno di questa pasticceria piena di libri. Guardiamo fuori, oltre le finestre, vediamo le guglie rivolte al cielo e le trasparenze di palazzi rivolti costantemente agli altri. Ma noi ci concentriamo sulla pioggia che ritma i nostri pensieri e ci scalda e ci unisce, protetti, insieme, sotto lo stesso ombrello. 

2 commenti:

mari da solcare ha detto...

Non sapevo che 'entusiasmo' significasse "con dio dentro di te". Come i due teneri protagonisti (e i loro invitati alle nozze) avremmo tutti bisogno di vivere con entusiasmo ... Buona serata.
Grazie!

Anonimo ha detto...

Viaggiare.
Sì, forse dovrei partire anch’io per un viaggio.
Chiudendo gli occhi.
O aprendoli?

Nel dubbio resto a marcire qui.

I miei migliori saluti
Tristam Strauss