sabato 30 gennaio 2016

Sì - UNO E DUE



Sì! Urlo a mio fratello che, nella stanza accanto, è tutto intento a chiedermi se voglio i gemelli in oro o in onice.

Sì, dico a mio padre che, già bello e pronto dalle sei del mattino, non fa che dirmi cosa devo fare, perché devo farla e come devo farla e, allo stesso tempo, mi ripete di stare tranquillo, perché il vestito mi sta bene, perché i capelli sono pettinati alla perfezione, perché siamo nei tempi e ad arrivare in Comune ci metteremo meno di dieci minuti.

Sì – mormoro in maniera più dimessa a mia madre che mi sistema il nodo alla cravatta – e io che evito di guardarla negli occhi, così presente, così vicina, così vicina in un momento in cui ogni velo e ogni muro e ogni formalità vengono meno.

Perché – sì! – non crediate che un matrimonio sia sfoggio di etichetta e formalità sperticate. Sì, può essere anche così, certo, è ovvio, non tutti i matrimoni sono uguali, non tutte le persone sono uguali, non tutti gli amori sono uguali. Nel mio caso, posso – Sì, davvero – posso dire che tutto ciò che è banale forma o semplicemente riparo dal mondo esterno sta crollando. Oggi mi sento nudo, spogliato. Addosso ho strati di abiti griffati e preziosi, eppure mi sembra di andare in giro solo pelle, sangue e sudore. Perché? Perché. Perché tutti mi guardano e sorridono e mi guardano e sorridono con quel baluginio commosso negli occhi. Perché il fotografo ci sta immortalando qui – nel salotto in cui ho mosso i primi passi, nella stanza in cui ho visto mia madre col pancione e poi un giorno tornare a casa con un fagotto urlante. Qui - la camera in cui mio padre mi ha insegnato a leggere e a scrivere, in cui ho passato giornate festaiole e memorabili e momenti meno belli e più uggiosi. Il fotografo ci sta immortalando qui - dove vagavo a piedi nudi ripetendo formule e sparpagliando sul pavimento appunti e conti. Il fotografo ci sta immortalando qui, proprio qui - ben vestiti, profumati e pettinati, ci sta impressionando per sempre su uno schermo digitale col sorriso più imbarazzato e sincero che mai abbiamo avuto, così noi, con le emozioni così di fuori, così fuori di noi, qui, proprio qui: dove l’ho fatta entrare un giorno, un giorno di pioggia estiva e tuoni bollenti, chiedendole se voleva una cioccolata calda – d’estate! – e una passata di phon prima di metterci a ripassare latino per la seconda prova della maturità. Qui - dove lei mi ha detto Ho capito che ti piaccio ma io sono quello che sono, non posso stare con nessuno. Qui, dove sette mesi dopo la prova scritta di latino, esattamente sette mesi dopo, mi sono fatto coraggio, io che sapevo solo parlare con i numeri, mi sono fatto coraggio e le ho dato la mia risposta: Tu sei quello che sei e io voglio stare con te perché sei quello che sei. Qui, dove lei ha detto il suo primo Sì di una lunga serie. E io sbalordito: Davvero è un Sì? 
Sì, certo che lo è.

Siete pronti? Chiede il fotografo e noi diciamo un Sì all’unisono poco convinto, perché nessuno è pronto per emozioni così forti. Nessuno è pronto a mostrare i propri sentimenti a tutto il mondo. E lei. E lei chi lo sa come sta, mi chiedo. L’ho salutata al volo alle cinque del mattino, era ancora assonnata. Lei, come suo solito, in certe occasioni non fa la persona normale, sa solo dar forma a cose che nessuno riesce ad afferrare. E mi ha detto: la prossima volta che ci vedremo sarà per sposarci. Mi dà un bacio. E dice: fai caso se il bacio da celibe avrà lo stesso sapore del bacio da marito.

E lei. E lei chi lo sa come sta ora. Con tutta quella gente intorno a pettinarla, truccarla, vestirla. Lei che smania e sbraita ma che, credo, stavolta sarà la persona più calma del mondo. Lei che fa vibrare il mio cellulare, proprio ora. E io che mi agito perché senza di lei, con tutti questi sentimenti fuori, ovunque, mi sento troppo solo e indifeso. E io che subito guardo lo schermo del telefono: Qui tutto bene – scrive – io sono pronta. Scrive. Stiamo facendo le foto. Scrive. Se vuoi puoi uscire. Scrive. È un’agonia stare così lontana da te. Scrive. Cuore. Disegna.

Non vedo l’ora di vederti arrivare. Scrivo. Non ce la faccio più. Scrivo. Due cuori. Disegno. Mio padre entra nella mia bolla dimensionale: è ora di andare, dice. Ha un leggero tremore delle mani. Lo guardo. Si è fatto anziano. Lo so. Ma oggi mi sembra di vedere il mio papà dai capelli scuri e pieni e arruffati lasciarmi a scuola il primo giorno della prima elementare, in una mano la macchina fotografica, nell’altra un fazzoletto per far finta di essere raffreddato. Mia madre si muove dall'alto dei suoi tacchi-sessanta anni, fa rumore, e ondeggia come quella ragazza di poco più di trent'anni anni che mi misurò la febbre e chiamò la nonna, disperata, per un banale trentasette e mezzo su un bimbo di due anni. Mio fratello, adorato fratello mio, piccolo fratello mio, tanto, tanto più piccolo di me, quello che ho dovuto sgridare perché si divertiva a mordermi i giocattoli o a imbrattarmi con i colori i quaderni con i compiti, quello che si rifiutava di capire la matematica e io che gliela insegnavo a suon di parolacce e scoppole. Mio fratello – che oggi, piccolo e ardimentoso come solo i fratelli minori sanno essere, farà da testimone al mio giuramento d’amore. Chi meglio di te?

Il tragitto da casa dei miei genitori al Comune è uno scivolare languido in un mare di sgrammaticate sequenze di vita. Ad ogni angolo, il finestrino fa da schermo ad un punto o a una virgola della mia esistenza e allo stesso tempo mi chiedo perché. Perché proprio ora, perché proprio oggi io senta la necessità di mettere due punti: del resto, la amo da quando ho ricordi. Del resto, sto con lei da sempre. Cosa cambia oggi? So cosa cambia: abbiamo deciso di darci un nuovo inizio e nuovi scopi. Non è un punto d’arrivo. Noi siamo uomini, non siamo semplicemente animali. Abbiamo bisogno di fare, di darci degli snodi, dei punti di approdo e di partenza. Quando si è in due, questo è ancora più importante. Noi siamo uomini, non siamo animali: comprendiamo il significato dell'eternità ma siamo condannati a non sperimentarla mai. Cerchiamo così di incastrarla in un solo giorno, in una manciata di ore, in un abito e in due parole: e il giorno, però, si fa effimero. Effimero e inafferrabile tanto quanto l’eterno. In un solo giorno mettiamo il tutto. E il tutto passa, facendosi ricordo, facendosi a sua volta eterna e sgrammaticata sequenza di vita.

Penso: tra poco urlerò al mondo intero il mio amore per lei. Tremo: guardo l’anulare sinistro bianco e candido senza segni d’eternità ancora per pochi istanti.

Da quando vedo il portone dell’imponente e barocco palazzo comunale la testa va nella confusione più totale. Delle mani che stringo e dei visi che bacio non riconosco nessuno. Nessuno. Tra le mani da stringere e i visi da baciare cerco solo il suo. Arriva mio fratello, di corsa, infila l’occhiello nel bottone della giacca, mormora eccitato Sta salendo, e io mi irrigidisco, le mani diventano due pezzi di ghiaccio e il cuore è un martello che batte ovunque, fuori, dentro, nelle orecchie, sul tavolo, sulle sedie, sul pavimento.

C’è un istante di silenzio profondissimo. Il silenzio che precede lo scatenarsi della tempesta. Poi un mormorare, un vociare sempre più deciso –  e infine battiti di mani. Mi accorgo solo ora che i miei cognati, entrambi suoi testimoni, se ne stanno in piedi ai loro posti, belli ed eccitatissimi. Solo ora mi accorgo dei miei suoceri, in lacrime, tremolanti e vicini, insieme, ad accompagnare quel fascio di luce bianca, la loro figlia, adorata eterna bambina, tra poco mia moglie.

E, da quel fascio di luce, due occhi neri mi cercano e mi fissano e mi guidano nella calma più calda e assorta. E dal suo fascio di luce, due mani curate e lisce stringono le mie e la mia bocca le sfiora appena la fronte. È un fascio di luce profumato. Intorno svanisce tutto. Non più testimoni, fratelli, genitori. Non più ospiti, mani, voci, officiante, fotografi. Non più nulla. Solo io e lei.

Sì, dico all’officiante che legge gli articoli.

Sì, dice all’officiante che legge gli articoli.

Sì diciamo al cuscinetto delle fedi, un intreccio di fiori immacolati.

Sì, le rispondo alla promessa, dimenticando l’incipit della mia e strappandole un sorriso. Sì, continuo, ora dico tutto, continuo a bassa voce, perché la voglia di essere tuo marito è talmente tanta che ho subito detto un Sì: un Sì che è la parola che riassume una vita, da quel pomeriggio di tuoni bollenti e piogge estive, una versione di latino e tutto meno che il latino in testa. Sì, quando tu mi hai detto di Sì, Sì, davvero. Nel bel mezzo di una giornata gelida in cui il mio cuore pulsava amato e bollente. Sì, quando mi hai detto di Sì in una sera a casa da soli, sotto le coperte, la pioggia fuori e un film noioso alla tv. A quando mi hai detto Sì entrando in quella che sarebbe stata casa nostra e riuscendo a immaginare una vita in una stanza ancora vuota.

Guardandoti, marito e moglie, penso a noi due, qui, ora e d’ora in avanti. A noi due che ormai siamo due, perché quando dici due intendi due e basta: ma due come noi sono una cosa sola, inscindibile, univoca. E io sono sempre rimasto sconvolto da quanto il Due possa essere unico, univoco e, in fondo, Uno. Sconvolto da quanto in ciò che è Uno ci sono Due. Adesso, qui, ora e d’ora in poi: oltre ogni limite di spazio e di tempo.

UNO E DUE prima parte - Diglielo tu; seconda parte - Allora, Prof, come continua?; terza parte - Un giorno, all'aprirsi dei boccioli d'albicocco; quarta parte - Torno a casa e mandorle ovunque; quinta parte - Perché, a volte, lei sparisce; sesta parte - Bella, mentre parla al vento sottovoce; settima parte - Si sveglia da un incubo; ottava parte - Ieri sera, tentando di leggere un libro; nona parte - L'impressione è che settembre; decima parte - Quelle domeniche d'autunno; undicesima parte - La telepatia è il nostro canale di comunicazione preferito; dodicesima parte - La famiglia che siamo


1 commento:

mari da solcare ha detto...

Non lo sai, ma riesci a farmi piangere ... A mio avviso, è molto bella - in questo racconto - soprattutto la parte dei flash/back. Buon fine settimana.