venerdì 26 giugno 2015

Bella, mentre parla al vento sottovoce - UNO E DUE



Bella, mentre parla al vento sottovoce. Bella, mentre confida i pensieri degli scampoli di anno scolastico ad un ragazzino come lei, diverso da lei. Bella, mentre fa fatica eppure si fa coraggio. Bella. Anche per questo la sposo. Oltre che per un milione di altri motivi – se mai ci fosse bisogno di un motivo per sposare la persona che ami.
Lui, il ragazzino di quindici anni con cui lei parla, è uno di quelli del suo laboratorio di cucina. Lui è uno di quelli che non ha le mani chiuse e serrate. È uno di quelli che parla, sente, si muove, pensa, di fuori è normale, di fuori è un ragazzo come gli altri ma dentro ha un balletto di confusioni che solo lui sa. Lui e lei hanno la stessa diagnosi. Ma non sono la stessa cosa, né sono uguali – né altro.
L'ho accompagnata all'ultimo giorno di laboratorio di cucina. Dopo aver salutato i miei ragazzi e aver detto loro Ci vediamo agli esami, appiglio estremo per non doverli salutare davvero – perché non c'è niente di più malinconico e struggente assieme di dover salutare un ragazzo che devi salutare per forza; perché, ogni tanto, occorre salutarsi e voltarsi dall'altra parte per crescere. E, quindi, ho anche io un certo magone. I miei bimbi di terza media che spiccano il volo. Lei che spegne il forno dopo aver preparato l'ennesima pizza dell'anno. Tutti la salutano, i genitori di questi ragazzi speciali la salutano, lei fa un passo indietro, china la testa, abbassa gli occhi, non bacia, non si fa toccare – ma stavolta lo fa per ben altra difesa. I saluti le spezzano il cuore, si sente in balia del nulla per giorni, le sembra che il mondo possa finire. Poi fa tesoro di quel saluto e se lo porta dentro, sempre.
Ma questo è un saluto speciale. Perché il suo quindicenne allievo cuoco, in realtà, si sta trasferendo con la famiglia in un'altra città.
Allora – gli dice – non ci vediamo più? Lui fa spallucce, Ti verrò a trovare, fa, Mi verrai a trovare, aggiunge dopo un tic e un'esitazione. Lei dice Sì certo non troppo convinta. Si sbriga ad aggiungere Ti ho portato una cosa.
Il ragazzino e la mia lei si siedono sotto un albero del cortile, io rimango in disparte, do loro la riservatezza che meritano, eppure apro bene le orecchie e tento di carpire ogni loro suono prima che si sperda nell'aria.
Lei gli porge un quadernino. Lo ha scritto per giorni. Contiene tutte le ricette che non ha potuto mettere in pratica con i bambini al laboratorio di cucina. 
Secondo me tu sei pronto per queste, gli dice. 
E, nel ricevere il regalo, lui ha un tic alla base della gola che è un sussulto e un singhiozzo. Lei, invece, inaspettatamente, mantiene la calma.
Non l'ho mai vista mantenere la calma. Specie con i saluti e tutto quello che coinvolge anche solo di un nulla la sua empatia e le sue emozioni. Lei, ecco, piange per qualsiasi inezia. Lei ride per qualsiasi inezia, si arrabbia, strepita e urla in modo esagerato, lei gode ed è felice – quando lo è – in modo esagerato. Ed è anche triste in modo esagerato, per lei ogni cosa che accade è una ragione di vita. L'ho vista piangere per film di terz'ordine e ridere a battute davvero stupide. Di un pianto e di un riso che vedi solo nei bambini di tre anni, un pianto e un riso inconsulti, istintivi, sinceri. Di quelli che ti fanno apprezzare il riso e il pianto che hai dimenticato diventando adulto. Qualcuno, come al solito, ha associato questo comportamento a un disturbo, qualcosa di scientificamente legato alla sua sindrome. Per me, invece, è un dono. Ogni volta che ride e che piange mi regala un'emozione sconosciuta. Il medico mi ha affidato il compito di arginare le sue risate e i suoi pianti. Io li argino, ma ne rimango affascinato. E decido, a volte, di tenermi lontano dalla razionalità del compito e di godermi la forza di un animo tanto sensibile.
Una volta l'ho vista piangere mentre lucidava il tavolo in cristallo temperato. Che hai? - le ho chiesto. Nulla. Immaginavo di andare in pensione e che tutti i miei colleghi mi regalavano cioccolatini, fiori e abbracci.
E pronta è arrivata la mia risposta cinica, per arginare: tu non andrai mai in pensione, con il non lavoro che hai.
Il gioco dell'Immaginavo di è un continuo, in casa. E poiché lei ha un'immaginazione fervida, poiché si immedesima in ogni situazione, anche quelle che non le appartengono, io ho il dovere di portarla con i piedi per terra e di farla smettere di piangere.
Lei piange.
Immaginavo di fare il dolce più buono della terra, di farlo mangiare ai miei bambini e che tutti assieme mi abbracciavano senza lasciarmi fiato.
Risposta cinica: per quanto tu sia brava, con i dolci non te la cavi troppo bene.

Lei piange.
Immaginavo di camminare per strada, di trovare un micino infreddolito e abbandonato, di prenderlo in braccio per portarlo a casa. E lui comincia a succhiarmi il dito come se fossi la mamma.
Risposta cinica: sai che i gatti, insomma. No.

Lei piange, poetica.
Cos'hai stavolta? Le chiedo.
Immaginavo che il giorno del nostro matrimonio, dopo esserci scambiati gli anelli, tu leggevi una poesia scritta da te, per me.
E la risposta cinica fatica a uscirmi. Anzi, non esce proprio. Rimango senza parole, sorrido appena, imbarazzato, penso che non so scrivere poesie e che al massimo posso dedicarle un integrale o un'equazione. Così, le lascio un bacio tra i capelli.

Poi ci sono casi in cui non prova nulla – ed è questo andare da un eccesso all'altro senza motivo che fa saltare i medici sulla sedia. L'ho vista rimanere di pietra davanti al fratello che prima si inginocchia con un anello grande così di fronte alla fidanzata e poi la lascia; l'ho vista di granito davanti alla sorella in lacrime per aver scoperto che l'ennesimo uomo conosciuto in discoteca non vuole passare la vita con lei. Oh! Un giorno forse vi parlerò anche dei suoi fratelli e del mio. Dei tipi strani e sopra le righe che sono. Di quanto siano diversi da noi, di quanto ognuno di voi possa guardarli e ridere per certi comportamenti che hanno. E di quanto ognuno di voi considererà del tutto normale comportamenti simili, scuotendo la testa con un sorriso sin troppo bonario. E di quanto ognuno di voi di fronte alla bellezza assoluta della mia lei dirà che è una strana ragazza – povera, strana ragazza. Scuoterete la testa, con gli occhi aperti, senza sapere di averli chiusi.
E, insomma.

Lei continua a parlare al suo allievo di pizze e lievitati con una calma quasi divina. Sei bella, te l'ho mai detto? Anche quando ti sforzi di essere forte e dentro implodi di emozioni. Sei bella proprio perché stai imparando a controllarle, queste emozioni più grandi di te. Un bimbo cade a terra, non si fa nulla, ma il solo motivo di essere caduto lo fa reagire con un pianto disperato. Sei incommensurabilmente bella, mentre cadi e ti tiri su con un sorriso – dentro le lacrime. Lo hai cresciuto, quel ragazzino. Dal giorno in cui, sei o sette anni fa, la mamma te lo ha portato disperata, una diagnosi in mano, Tu sei come lui, ti ha detto, Aiutalo ti prego, ti ha detto, Non voglio che sia... così, ti ha detto. E tu, adulta eppure bambina, hai fatto tutto quello che di diverso sai fare. Lo hai cresciuto normalmente senza cambiare una virgola del suo essere speciale. Lo hai fatto crescere consapevole di essere speciale.
Sto pensando alle volte in cui lo hai portato al cinema o a passeggiare con noi, quando eravamo ancora solo fidanzati. A quando lo hai portato a casa nostra, per fargli vedere che anche noi stavamo crescendo. A quando gli hai insegnato le prime cose in cucina, lui in piedi su uno sgabello. A quando dello sgabello non c'è stato più bisogno. A quando mi ha chiesto Come ha fatto lei a innamorarsi di te? E a quando gli ho risposto Tranquillo, anche tu ti innamorerai di qualcuno.
Ecco, ora il mio magone è grosso così. E preme sulla gola. E non solo per i miei bambini di terza media che spiccano il volo.

All'improvviso, il suo parlare sottovoce diventa un sorriso sottovoce. Lei dice: ci vediamo al mio matrimonio, allora. E lui risponde: perché, ti sposi? 
Certo che sì. Te l'ho detto, non ti ricordi? 
Sì, mi ricordo, ma non credevo che lo facessi per davvero. Come farai, quel giorno? 
Lei sorride: come farò a fare cosa? 
Come farai con tutta quella gente, lo sai. 
Io mi sposo con lui – mi indica – con quello là. E basta.
Ora mi guarda anche lui. Devo sembrare un imbecille a dondolare da una gamba all'altra con le mani in tasca. E sorrido, quindi, come un imbecille.
Si salutano. Ma senza i soliti crismi. Battono piano il pugno chiuso uno contro l'altro. Non dicono altro. Lui fugge nell'auto della madre. Lei viene da me. Stira le braccia. Uff, urla sbadigliando, Andata! Urla ancora.
Andiamo a prenderci un gelato? - urla di nuovo, con gli occhi chiusi.
Va tutto bene?
Sì, certo.
Perché tieni gli occhi chiusi?
La luce mi dà fastidio.
Metti gli occhiali da sole, allora.
Allunga la bocca, in un sorriso esageratissimo. Ma gli angoli delle labbra si increspano. E, appena apre gli occhi giganteschi e neri che ha, due lacrimoni altrettanto giganteschi colano giù, superano il mento e le bagnano il collo. Mi viene subito da ridere.
Stupido, smettila. Mi dice. Ma rido ancora. Sarebbe questa la tua risposta cinica al mio pianto, stavolta?
Dai, abbracciami, scema. La stringo così tanto che quasi le faccio male. Perché gli adulti fanno così. Nascondono le emozioni come possono, chi lo sa perché, poi. E le sue emozioni diventano le mie.

Lo sai, forse una poesia non posso dedicartela, ma un'equazione sì. Per me l'equazione più poetica è quella in cui uno è uguale a due. Due è uguale a uno. Uno è due e due è uno. E non c'è matematica che tenga.  

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Amanti, ?
Soundtrack: Silence

2 commenti:

mari da solcare ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
mari da solcare ha detto...

Bella e coinvolgente, questa "lei" così sensibile, che "ha dentro un balletto di confusione", proprio come il ragazzino al quale insegna a cucinare. Ottima la tua idea di confezionare racconti che si gustano sia come pietanze singole sia come "portate" di un unico pranzo narrativo.
Grazie. Brava! Buona estate. Alla prossima.