martedì 26 maggio 2015

Perché, a volte, lei sparisce - UNO E DUE



Perché, a volte, lei sparisce. 
E io sono agitato così come mi vedete ora. Lo fa spesso e non dovrei preoccuparmi, ma comunque lo fa e vai a capire cosa le dica la testa – cosa le dica quella stupida testa di bambina. Lei si butta a capofitto nelle cose, le fa, le fa bene o quantomeno le fa con passione estrema, poi sbatte contro muri su muri, sta male e sparisce. Lei e la sua maledetta sindrome. Lei e l'altra lei nella sua testa. Lei che ha deciso di fare un corso di cucina per appendere un'altra certificazione nel suo laboratorio, un corso di cucina con esame finale e ricetta da eseguire in tempo reale di fronte a una commissione di sedicenti esperti cuochi.
Una mattina d'ansia in attesa dello squillo del cellulare, in classe, coi ragazzi che fanno un casino epocale e io che me ne frego – del loro casino. Tengo la suoneria del telefono alta, pure mentre spiego, e ogni tanto butto un occhio allo schermo del cellulare – e niente, non squilla. Poi un messaggio – esame passato, ma col voto più basso, mi hanno contestato il tipo di pomodoro che ho deciso di usare, non hanno nemmeno assaggiato, hanno solo guardato e annusato un po'. Non mi cercare.
La chiamo subito. Ma la voce preimpostata e senza ansie dell'operatore telefonico mi dice che l'utente non è raggiungibile. L'ha fatto, l'ha fatto di nuovo. Penso. Lo sta facendo di nuovo. Penso. Tanto è il bisogno di rimanere sola che neppure me vuole. E lo so che poi passa, che poi torna tutto normale, ma io tranquillo non sto. Non tanto perché non so dove sia. Ma perché è di nuovo in crisi – e sta male.
La mia giornata a scuola è ancora lunga. Tre ore in classe, pausa, collegio docenti straordinario, ricevimento genitori. Chi me lo fa fare a rimanere qui? Eppure rimango, anche se non dedico il minimo pensiero alle mie classi piene di gesso. I colleghi mi parlano, chiedono voti, aprono i registri, aprono il mio. I genitori mi parlano, i loro figli hanno problemi e io penso solo che vorrei avere qualcuno con cui parlare, proprio adesso, in questo istante, e cercare in questo qualcuno la soluzione a tutti i nostri problemi, così come queste mamme e questi papà vogliono da me la soluzione ai problemi dei loro figli.
Sono le sei di sera quando riesco a salire in macchina per tornarmene a casa. Lei ci sarà? Il mio telefono ha squillato tutto il giorno – sua madre, suo padre, suo fratello, sua sorella, tutti a cercarla – io non ho risposto, ho letto i loro messaggi, passerà, pensiamo, passerà anche questa crisi, penso. Mi fermo a fare il pieno di benzina. Un distributore automatico di sigarette dall'altra parte della strada mi seduce. Attraverso e compro un pacchetto, penso. Mi immagino a respirare tabacco e solo immaginarlo mi rilassa. Ma non compro sigarette e non fumo. Va bene così, con l'aria del tramonto un po' arancione, un po' grigia, un po' grigio io, un po' grigio il mondo.

Vorrei entrare in casa precipitandomi, ma lo faccio lentamente. Infilo la chiave nella toppa come se fosse mezzanotte e non dovessi svegliarla. Chiudo con la stessa cura il portone. La casa odora di vuoto. Sulla penisola della nostra cucina un foglio A quattro dipinto da una grafia scomposta ma tremendamente creativa. Mi avvicino, senza fare caso ai miei gesti lenti, poso le chiavi sul mobile e la giacca sul divano.

Amore mio – comincia, comincia proprio così – amore mio. Scusami se sono sparita di nuovo, ma è successo. Di nuovo. Tirare fuori tutta la passione che ho per una cosa. Donarla agli altri. Con tutto l'amore che ho. Vederla respinta. Per un motivo imprecisato. Forse perché io sono nessuno e di fronte a me avevo cuochi a cinque stelle. Forse perché io sono nessuno e ho provato a metterci del mio e di fronte a me avevo cuochi a cinque stelle che non hanno approvato - questo mio - dicendomi Per stavolta passi, ma facendomi capire che sono una mediocre. Forse perché, semplicemente, c'è incomprensione. In certi contesti, dovrebbe essere tutto un dare e un ricevere gratuito, la mia passione verso la tua e viceversa. Creatività. Consigli educati. E invece mi ritrovo, come sempre, a dare qualcosa di mio, di un mio profondissimo, e uscirne ferita. Sarà perché sono come sono? Sarà perché vivo in mezzo agli altri senza barriere – muscoli e ossa che camminano, anzi, anima e sangue che camminano, senza pelle né vestiti?
Me ne sono andata in giro tutto il giorno, cercando di rimettere a posto i pezzi. Un po' di aria, di sole, di selciato, di panchine, di alberi e siepi e poi ancora sole che spacca le pietre. Ho tentato di immaginarmi il mio abito da sposa e i capelli acconciati e di immergermi solo nel nostro pensiero, per dare un senso a una giornata sbagliata e inutile. Poi è successa una cosa. A forza di camminare sono finita di fronte alla gelateria in centro. Di fuori c'era un gruppo di bimbi con le loro mani e con i loro gelati. C'era un bimbo, un bimbo tenerissimo, che aveva le manine dove di solito le persone hanno i gomiti. Stringeva il gelato e lo stringeva sul serio perché, per via delle manine al posto dei gomiti, sembrava abbracciarlo, quel gelato. La mamma gli era seduta vicino, parlava con le altre mamme, ma era molto più vicino a lui che alle altre mamme, di una vicinanza che non ti so dire, era un ti amo e ti proteggo, era un ti amo, ti proteggo e sono tranquilla accanto a te, se tu sei tranquillo. E lui gustava quel gelato e aveva quell'orologio tanto carino – da grande – attorno al polso che avrebbe dovuto essere un gomito. Ma è andata così. Il suo gomito – la natura l'ha reso un polso.
Pioveva, amore mio. Non pioveva davvero. Il sole era caldo, il sole bruciava, ma addosso a me, intorno a me e dentro di me pioveva. Mi devi immaginare proprio così, una giornata d'estate e intorno a me un piccolo cerchio grigio, sopra una nuvoletta, la pioggia, io con un vestito estivo leggero, i sandali e un grande ombrello per ripararmi dalla pioggia. Eppure mi bagno. Eppure mi piove dentro. Lo guardo a lungo, quel bimbo. E i pezzi tornano tutti a posto. Mi sono detta. Che senso ha tutto questo. Non me lo sono chiesto, il punto interrogativo non c'è. Me lo sono detta: che senso ha tutto questo. E punto. A certe domande non ci sono risposte e tanto vale parlare per affermazioni. Che senso ha il vostro cappello da chef. Mi dico. Che senso ha la vostra critica alla scelta del mio pomodoro. Che senso ha il vostro voto. Mi dico. Io non sono un voto. Mi dico. Se io sono un voto, allora vuol dire che avete davvero violato e ferito la mia passione. Che senso ha tutto. Aprite gli occhi. Mi dico. Aprite gli occhi. Vi dico. C'è un bimbo con le manine al posto dei gomiti che gusta un gelato pieno di panna come se tutto il mondo fosse lì – tra il gelato e la sua mamma.
La pioggia intorno a me a poco a poco è cessata. Ho chiuso il mio ombrello immaginario, ma i sandali e il vestitino leggero erano comunque fradici. E non so se di pioggia o di qualche tipo di pianto che in un punto nascosto dentro di me è sgorgato, lavandomi gli occhi e il cuore e il sangue e l'anima. Sono entrata anche io nella giornata di sole di quella mamma, di quel bimbo e di quel gelato che, a volte, meglio di ogni altra cosa sa di felicità.
Amore mio.

Finisce così. Con un amore mio che raccoglie tutto. Lei non parla molto. E non sa spiegarsi a parole dette. Le ci vorrà qualche ora per ritornare quella che è, per capire che sono arrabbiato ma non ce l'ho con lei. Per capire che voglio lei e lei soltanto, chi se ne frega della certificazione, del laboratorio di cucina e di quello che pensano gli altri. Ho solo voglia di vederla spuntare e di mangiare quello che mi cucina e di bere un bicchiere di vino rosso e di stringerla davanti alla tv, di baciarla, di intrecciarmi a lei, di guardarla dormire, di dormire assieme. Dove sei? Dove vengo a cercarti?

Con i gomiti poggiati sulla penisola della cucina, penso se chiamare i suoi genitori o se bussare ai vicini, per chiedere se l'hanno vista. Ma qualcosa mi travolge la schiena e mi stringe alla bocca dello stomaco. Qualcosa che sa di braccia bianche e lisce, di shampoo alla pesca e di un vago retrogusto di buona cucina.
Ma tu sei qui? A casa? Le dico.
Ero di là a dormire. Non ti ho sentito rientrare.
Affonda la faccia nel mio petto, non si lascia guardare negli occhi e lo fa perché è così, perché negli occhi in certi casi proprio non riesce a guardarti. E però la costringo a guardarmi. Vorrei dirle. Non farlo mai più. Vorrei dirle. Mi fai preoccupare da matti. Vorrei dirle. Smettila di essere così. Vorrei dirle. Nulla. La bacio tra i capelli.
E poi le dico Andiamo al ristorante, stasera?
Neanche per sogno – fa lei – ho già impastato la pizza, devo solo stenderla, e stasera pizza fatta in casa e birra artigianale. Ma quale ristorante.
Chiude gli occhi, mi bacia sulle labbra, come farebbe un bimbo.
Ma quale ristorante? Ribatto e la bacio, come farebbe un bimbo.

E come un bimbo mi attacco alla sensazione di casa e famiglia che sento ora, abbracciato a lei. E penso che due viene sempre dopo uno e che non avrebbe alcun senso dire uno se dopo non ci fosse due.  

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Coppia nel letto, 1915

2 commenti:

mari da solcare ha detto...

Dammi la ricetta, cara Veronica. La ricetta della tua scrittura coinvolgente, precisa, piena di passione ... Complimenti. Grazie. Continua così. Buona domenica.

Veronica ha detto...

Cara Maria, ti ringrazio, ti ringrazio per aver visto la passione che metto nello scrivere. Un caro abbraccio!