giovedì 26 marzo 2015

Un giorno, all'aprirsi dei boccioli d'albicocco - UNO E DUE



UNO E DUE prima parte - Diglielo tu; seconda parte - Allora, Prof, come continua?

Un giorno, all'aprirsi dei boccioli d'albicocco.
Un giorno come un altro, eppure diverso. Un giorno. Dal medico. Dal suo medico. Ci sono anche io. Seduto su una poltrona accanto a lei, di fronte al luminare della mente umana, come se fosse possibile capire la mente umana. Mi strofino il mento, evitando di guardare il medico in faccia. Mi strofino il mento, la barba mi punzecchia le dita, oggi non l'ho tagliata, l'ho solo scorciata. È un giorno come un altro dal medico, ma è anche un giorno diverso. Perché lei ha deciso di non venir più qui e il medico ancora non lo sa. Avrebbe potuto alzare il telefono, dire al dottore Non vengo più e finirla così. Ma il terrore per il telefono e per le telefonate – e l'attesa e l'inaspettato e il possibile che c'è dall'altra parte della cornetta – è l'ennesima faccia della sua sindrome. Così, eccoci qua. Lei accavalla le gambe e gli stivali scamosciati che le coprono il ginocchio sono un sintomo dell'in verno da cui fatichiamo a staccarci – anche se il vestito leggero che lei indossa è un modo per dire che fa più caldo, sì, i boccioli sono quasi pronti e il sole è timido, ma più vicino.
Il medico parla senza sosta, io non lo ascolto, guardo la porta dello studio, lei non lo ascolta, si guarda le mani. Poi, d'improvviso, accortosi di essere senza pubblico, il medico mi interpella – vedo che anche tu eviti di guardarmi negli occhi, eh?
Mi giro a guardarlo, voleva fare una battuta, ma la battuta gli riesce male, tanto male che neppure la si può chiamare battuta. Lei alza la testa e lo fissa negli occhi fulminandolo. Lei ti guarda negli occhi solo se ti deve fulminare – e ci riesce. Il medico deglutisce, infila l'indice tra il colletto della camicia e il pomo d'Adamo. Lei scuote appena la testa, il medico se la gratta, la testa.
Va bene, dice. Parliamo un po' degli ultimi tempi. La crisi che hai avuto il mese scorso. Era molto che non ne avevi una, giusto? Vogliamo parlarne?
Io continuo a strofinarmi la barba ispida e ben scorciata, lei, invece, si alza. Quando è chiamata in causa comincia il balletto dei tic o delle azioni ripetute che, da queste parti, tra luminari, studi e lauree in psico o neuro qualcosa, chiamano con una di quelle parole inglesi che hanno pure una traduzione italiana – ma quanto fa figo e quanto fa medico pronunciarle in inglese. Un difetto con un'etichetta inglese. Che sembra l'ultimo spot delle scarpe da ginnastica americane alla moda. Insomma. Lei comincia a camminare avanti e indietro, davanti a me, lentamente. Fa tre passi, poi sbatte un tallone contro l'altro, si mette sulle punte e ruota di centottanta gradi. Altri tre passi, tallone, punte, centottanta gradi. Guarda in basso i suoi stivali scamosciati alti sino al ginocchio, io guardo lei che oggi ha indossato quest'abito aderente e ha due fianchi che solo io so – e, pur trovandomi dal medico, sto pensando cose da camera da letto che forse ora non dovrei pensare, ma le uniche ad avere un senso reale. Ora, dopo, ieri, domani e sempre.
Il medico ripete: allora, vogliamo parlarne?
Dopo altri due giri di tre passi, tallone, punta, centottanta gradi, lei scandisce Non sopporto la gente che mi giudica.
E poi? Fa lui.
E poi non sopporto che abbiano sempre qualcosa da dire, su di me o su altro, quando invece l'unico commento sensato a tutto è il silenzio.
Se l'è preparato. Ha preparato questo dialogo come un attore navigato. Ha pensato alla scena mille e mille volte e ora recita da oscar e il dottore dovrebbe solo applaudire.
Tra poco ti sposi – dice il medico, poi guarda me – tra poco vi sposate. Non hai paura del matrimonio? Non intendo matrimonio in senso astratto e generale, intendo matrimonio come... ecco il giorno della cerimonia e poi il ricevimento e tutta la gente che sarà lì per te, per voi, e tu al centro dell'attenzione per ore e ore. Dovrai parlare, abbracciare, baciare chiunque, tutti. Capisci che voglio dire?
Lei si blocca di fronte alle tende bianche della finestra. Inspira. Guarda lontano, i palazzi, il cielo o forse un po' oltre.
Io sposo lui. Dice. E sa una cosa, dottore? Voglio che ci sia tanta gente, tantissima gente, perché devo far vedere a tutti quanto sono sicura di questa cosa, di sposarlo, e devo far capire a tutti quanto siamo belli e quanto siamo diversi. Sa una cosa dottore? – sposta leggermente la testa verso destra, io vedo solo la sua meravigliosa nuca, ma so che sta spostando anche lo sguardo verso destra e che sta inseguendo il volo di un uccello verso chi sa dove – Sa una cosa, dottore? Appena diciamo Abbiamo un annuncio da fare, tutti si aspettano che tiriamo fuori la storia di un bambino. Insomma, che sono incinta. Lo hanno pensato i nostri genitori e anche i nostri amici. Sa perché, dottore? - una signora esce sul balcone e sbatte violentemente uno straccio sulla ringhiera – Sa perché si aspettano un bambino? Perché hanno una mente troppo lineare. Insomma. Noi due viviamo insieme e l'unica cosa nuova che possiamo fare è un bambino? Non pensano che, magari, abbiamo solo voglia di celebrarci? Di autocelebrarci? Di fare qualcosa di bello per noi, noi soltanto, di godere di noi stessi nei modi più vari? Poi, forse, se vorremo, metteremo al mondo un bambino. Se ci sarà un momento in cui diremo: ora godiamo di noi stessi con un bambino, allora faremo un bambino. Per ora, ci faremo belli e andremo in un posto altrettanto bello a scambiarci gli anelli e a festeggiarci. Le sembra tanto strano, dottore? - si volta verso di lui, lo guarda in faccia, dritto negli occhi, fuori il mondo fa alzare un vento frizzante e caldo, inverno che va via, primavera che arriva – dottore, le sembra strano? Tutti non fate altro che dirmi che seguo sempre degli schemi, che la mia mente è così, eppure a me sembra che siano gli altri a seguire degli schemi. Hanno uno schema di vita così uguale e banale.
Il dottore si schiarisce la voce e lei ricomincia a camminare avanti e indietro.
Quando lei parla ci lascia sempre un po' tutti sconcertati. Non è facile seguirla, ha dei ragionamenti articolati, fin troppo profondi, arriva giù giù giù e un cervello umano tipico fa fatica a starle dietro. Così, il medico non può che dire la cosa più banale e arrogante ad un tempo: dimmi, allora, cosa differenzia te e lui da un'altra coppia che convive e che decide di sposarsi.
Lei rompe lo schema. Al terzo passo non torna indietro, ma arriva fino alla finestra. Si affaccia, guarda giù, solo lei sa cosa ci sia di tanto bello da farla tacere per più di cinque minuti.
Si tira su e lo dice all'aria: vede, dottore. Io lo faccio perché mi piace e perché è bello, non perché è arrivato il momento. Si volta verso di me e poggia il sedere al davanzale della finestra. Guarda me, stavolta. Vede dottore, tutti fanno qualcosa perché dicono “è arrivato il momento” oppure “è il momento giusto”. Si va via di casa perché è arrivato il momento, ci si sposa perché è arrivato il momento, si fa un figlio perché è arrivato il momento. Così, dopo che fai tutte queste cose solo perché è arrivato il momento, non hai più momenti che arrivano e te ne stai lì a vivere annoiato. E poi vai fuori di testa. Perché hai passato la vita al ritmo dei momenti altrui. 
Respira a fondo. Poi dice: se ha capito, bene. Se non ha capito non aggiungo altro, dottore. Sono stufa di spiegare.
Lui si schiarisce nuovamente la voce. Lei accarezza le tende bianche. Vedi – dice lui – vedi. Nel punto dello spettro in cui tu ti trovi... e lei non lo fa finire. Quando il medico pronuncia la parola spettro, lei si abbassa sotto le tende, alza le braccia, si tira su e diventa un fantasmino. Comincia a oscillare qua e là. Dice: sono lo spettrooooo. Sono lo spettroooo. E sono venuto per terrorizzarviiiiii. Mi scappa un sorriso. Metto la mano davanti alla bocca e agli occhi. Tolgo gli occhiali, mi strofino le palpebre e rido, rido, rido. Nell'abbassarsi, il vestito le è andato un po' su, scoprendo qualche centimetro di coscia. Sì, sta arrivando la primavera.
Il medico si spazientisce. Cambia posizione, bruscamente dice: va bene. Parliamo di altro. Vorrei parlare del tuo lavoro o del tuo presunto lavoro. Di come aiuti il tuo compagno economicamente. Forse è il caso di uscire un po' dal guscio, di andare a lavorare con gli altri, di non lavorare più da casa e da sola.
So bene perché il medico stia prendendo questo discorso. Vuole metterla in difficoltà. Ha comandato lei fino ad ora e adesso lui deve ribadire di essere uno psico o neuro qualcosa che ne sa più di noi che, invece, con la diversità viviamo ogni istante – e non soltanto un'ora al prezzo di un orologio d'oro. Lui sa che il lavoro è la spina nel fianco, sa delle enormi difficoltà con cui lei tenta di destreggiarsi nel mondo freddo e perverso degli adulti. Il medico continua: sei laureata a pieni voti, perché non sfrutti la laurea che hai invece di fare quello che fai?
Lei riceve il colpo, ma lo attutisce. O comunque non dà a vedere di aver ricevuto colpi.
Io voglio solo essere utile. Risponde guardandomi. Le faccio un segno con la testa. Lei mi risponde di sì.
E comunque, dice, guardando il dottore poco sopra la spalla, e comunque non verrò più. Apre la borsetta, apre il portafogli, tira fuori qualche banconota, la lascia sulla scrivania. Infila la giacca, strappa con violenza la ricevuta dalla mano del dottore. Usciamo.
Siamo al decimo piano di un palazzo in centro. Aspettiamo l'ascensore. Ce ne stiamo un po' in silenzio perché a volte, come dice lei, l'unico commento sensato alle cose è proprio il silenzio. Non so cosa stia pensando, ma io sto pensando alla seduta e a tutte le parole dette. Poi dice: sai, ho il terrore di prenotare l'appuntamento in atelier per l'abito da sposa. Dice. Sai, per via del telefono. Il telefono mi terrorizza, lo sai, e tutto quanto. L'accarezzo. Però, dice e mi guarda, però non vedo l'ora di telefonare! Sorride. L'ascensore arriva.
Entrando, mi fa: compriamo pesce per stasera? Ti va una zuppa di crostacei e calamari?
Falanghina o Greco di Tufo? - aggiungo io.
Quello che costa di più, ammicca lei.
L'ascensore si chiude. Arriva profumo di primavera calda e sbarazzina, quella che ancora non è satura di pollini ma solo di fiori in boccio. Mi avvicino a lei e la bacio e lei mi abbraccia e mi stringe e finalmente posso accarezzare quei fianchi che, per tutta la seduta, sono stati la mia unica preoccupazione.

È un giorno d'inizio primavera. Le sue labbra si schiudono come un bocciolo d'albicocco. Le mie ne assaporano il frutto. Uno, uno soltanto.  

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Studio per gli amanti nel Fregio di Beethoven, 1902 - particolare
Soundtrack: Silence

6 commenti:

GDP ha detto...

Ho letto questa storia perchè mi stava piacendo, mi ha incuriosito,non perchè era il momento di leggere qualcosa. Dei momenti e degli affanni per quelli che non arrivano e per quelli che se ne vanno ne abbiamo fin sopra i capelli. Che questa prima Primavera ci gemmi gl'occhi.

Veronica ha detto...

Esatto. Prenditi i tuoi momenti e solo i tuoi. Del resto, neppure i boccioli sbocciano tutti nello stesso istante, a primavera. Ognuno ha le sue, di primavere. E, sarà banale dirlo, ma certe primavere possono anche arrivare in pieno inverno.

mari da solcare ha detto...

Sai che mi ritrovo a fare il tifo per questo lui e per questa lei così belli, così autentici, così particolari? Sei così brava nel descriverli da farmeli amare ... Grazie. Buon fine settimana e buona primavera.

Veronica ha detto...

Grazie Maria! Continua a fare il tifo... E vediamo che succede ;).

Vele Ivy Di Colorare ha detto...

Continuo a dire che le parole di questa "malata" sono sempre più sensate. Tra parentesi, anche a me cadevano le braccia quando dovevamo fare l'annuncio del matrimonio e tutti si aspettavano che fossi incinta... non è che se uno convive da anni non abbia voglia di festeggiare e - come dice lei - autocelebrarsi.

Veronica ha detto...

Gli esseri umani tendono a imitare il comportamento altrui. Il punto è compiere azioni simili agli altri con sincerità e convinzione e non per moda. Mi pice l'idea di guardare le cose "normali" attraverso gli occhi di una persona "diversa". Spero che il contrasto di questi due poli sia valido per poter capire meglio.