domenica 25 gennaio 2015

Diglielo tu - UNO E DUE

Diglielo tu, mi dice, di prima mattina e guardando il pavimento in parquet scricchiolante. Tiene la sua tazza preferita tra le mani, anzi, la sua unica tazza, gigante, a palle azzurre e rosa. E guai a dire che sono pois, perché lei, le parole straniere, quelle impossibili da sillabare, quelle che finiscono con le consonanti, le sente troppo tronche, mutile, mancanti di qualcosa. Per lei, pois è una parola orfana, che mai troverà una sillaba compagna a completarla. Con il medio e il pollice tiene in equilibrio precario la tazza piena di latte e caffè – più caffè che latte – e con l'indice passa in rassegna tutte le palle azzurre e rosa. È così ogni mattina, è così ogni settimana di ogni mese di ogni anno – da quando la conosco.

Capito? – mi fa – diglielo tu. E sembra che tu sia il pavimento in parquet scricchiolante. In realtà quel tu sono io, il suo non più fidanzato, ma ancora neppure marito, perché viviamo insieme, non siamo sposati ma stiamo per farlo, solo che nessuno lo sa. Lei adora l'idea di sposarmi, ma odia l'idea di chiamarmi solo marito, perché, dice – senza guardare il pavimento, stavolta – dice che il mio significato non può esaurirsi nella sola parola marito. Amore, uomo della mia vita – e cose così.
Eppure, nei giorni più bui, quelli in cui lei non riesce a guardarmi negli occhi e si rifugia in un dialogo estenuante col pavimento, io sento di non esistere. Sento che sto per sposare il suo disturbo, non lei. Che sposare lei significa stare in tre quotidianamente e solo in due eccezionalmente. Che la sposo per quei giorni eccezionali, che la sposo perché è eccezionale, non perché è normale, perché è diversa dalle altre, perché in nome di tutta questa eccezionalità io sopporterei mille anni di manie, parole di pari sillabe, la stessa tazza ogni mattina e un pavimento a farci da muro.
Solo che certe giornate sono storte anche per me. Così, senza disturbi, per il tempo, le nuvole, la nebbia, l'umidità o il troppo sole.
Mi gratto il collo e con un unico gesto passo la mano tra i capelli che sanno ancora di cuscino e poi tra la barba di tre giorni. Penso – mi faccio una doccia, ma la barba no. Penso – ho chiesto a lei di dire a tutti che ci sposiamo perché è un banco di prova. Per vedere se può migliorare, se riesce a farsi forza. Ma niente. Penso - Oggi niente barba. Se mi sbarbo mia madre capisce subito che ho da dire qualcosa di importante, mi smaschera subito ed è meglio che non mi smascheri subito o lei, che già mal sopporta la gente, già mal sopporta gli agglomerati di persone superiori a due, lei che ha bisogno di ricaricarsi una giornata intera nascosta sotto le coperte dopo essere stata a contatto con troppa umanità, o lei, invece di partecipare con me all'annuncio, se ne starà a fissare il suo piatto e a girare nel loop dei suoi pensieri malati.

Ecco. Diglielo tu – ripete, ed è la terza volta. Non ripete perché non ho capito. È solo il suo schema.
Va bene, va bene, glielo dico io. Ma tu.
Non continuo la frase perché non mi pare oggi vada troppo bene e potrebbe finire solo peggio, una crisi violenta o più probabilmente un suo totale ritirarsi dal mondo, sotto le coperte.
Però. Però deve aver percepito qualcosa. Il mio scazzo o la mia voglia di non stare a sentire nessuno, oggi. Deve aver percepito qualcosa perché, quando lei percepisce qualcosa, la percepisce per bene. Passa dall'indifferenza totale all'identificazione malsana, ed ora è in questa seconda fase. Mi è entrata dentro. D'improvviso. Ho sempre amato questo suo sapermi entrare dentro, anche dolorosamente, lo amo perché in questi momenti mi sento capito, eppure, in parte, anche violato. Non so come faccia. Non so se sia da attribuire alla sua sindrome o se, semplicemente, questa sia una sua personale capacità indipendente da qualsiasi malattia. Ti lancia un'occhiata e ti capisce. O forse io mi lascio capire perché la amo. Insomma.
Si siede di fronte a me. I suoi occhi passano dal parquet alla tazza alla mia barba ai miei occhi. Così. In tre istanti. E fa male. Fa un male d'amore che vorrei provare sempre. Trafitto e amato, amato e trafitto, di continuo. Lo so, sta per farlo. Mi mette una mano sulla guancia. Strofina la barba di tre giorni, poi la tempia, io mi lascio andare, chiudo gli occhi, la sua mano entra nei capelli, i suoi polpastrelli mi premono la scatola cranica e tutto un grumo di tensioni e nervosismo si dissolve - scende giù fino al collo, me lo massaggia, lenta e violenta allo stesso tempo. Mi lascia un bacio.
Lei non tocca e non sopporta di essere toccata. Se uno sconosciuto la urta in fila alla cassa, per strada, nella ressa, è costretta a trattenere la voglia di esplodere – o esplode. Dai suoi genitori si fa toccare, ma con parsimonia, e sono più i giorni in cui li tiene a distanza che quelli in cui si fa abbracciare. Poi è successa una magia. Poi ha incontrato me, l'unico da cui si fa toccare, l'unico che lei guarda negli occhi, l'unico con cui lei abbassa le difese, l'unico con cui lei non si vergogna di mostrarle, queste assurde difese. Non so perché. Perché proprio io. Ma, sapete, a volte ci si incontra e basta. Si vede una persona diversa in mezzo alla folla. E per diversa intendo quella con cui tu sei tu e basta. Non devi mettere maschere, non devi assumere atteggiamenti non tuoi, puoi essere tu, vero, tu, puro e semplice. Quando l'ho incontrata, ero stanco di tutti quei meccanismi di coppia che non fanno una coppia. Volevo una cosa vera. Una cosa che togliesse tutti i veli, tutte le maschere, che mi parlasse di vita, così come è. Avere lei, con la sua sindrome, con le sue ossessioni, le crisi, gli occhi che vagano alla ricerca di porti sicuri è vita. Avere lei è vita. Pesante, bellissima, terribile e meravigliosa. È vita.
Mi dice, guardandomi negli occhi: ho capito.
Cosa abbia capito non lo so. Ma di sicuro lo ha capito benissimo. E, insomma. È questa capacità tutta sua di capire anche oltre il comprensibile che mi atterrisce e mi ammalia.

Sono ancora terrorizzato e stupito a casa dei suoi genitori, seduto a tavola, di fronte ai miei, a mio fratello, a suo fratello e a sua sorella. Sono terrorizzato e curioso mentre mangio l'antipasto e non lo gusto, col cuore in gola. Lei che fissa il suo piatto, non guarda il fratello, non guarda il padre, proprio loro che mi dissero – sei sicuro di voler stare con lei? Sei proprio sicuro? Guarda che sarà una bella lotta.
Lei che fissa il piatto e io penso ci sia nell'aria un'altra crisi da troppa gente. E, invece, mi tiene la mano sulla coscia. Che, tradotto, vuol dire io sono così, degli altri non m'importa niente, ma di te sì, altroché se di te mi importa.
Faccio un respiro profondo. Lancio uno sguardo fuori della finestra. È un inverno gelido e terso, oggi. Il sole filtra tra le tende della sala da pranzo, illumina la stanza ma non ci invade. Afferro il bicchiere, un calice bombato pieno di vino rosso di non so che riserva. E faccio per alzarmi, nel momento in cui nessuno mi guarda, così sarà maggiore l'effetto sorpresa. Faccio per alzarmi nel momento in cui tutti trangugiano il primo e se ne stanno zitti, così la mia frase risuonerà ancor meglio nel silenzio.
E non mi alzo e non parlo.
Perché nel silenzio tuona una frase atona e pesante come un macigno.

Ci sposiamo.

Tutti alzano la testa. No. Non sono io che ho parlato. Lei se ne sta ancora a fissare il suo piatto e, tutt'attorno, gira effimera e preziosa l'eco della sua voce. Quella che non si sente mai e, quando si sente, fa quest'effetto. Alza appena le iridi, ci scruta tutti da sotto in su, con le ciglia lunghe e nere, il mascara che non ha una sbavatura e la matita attorno agli occhi ferma, netta, come le sue parole.
Insomma – alza la voce – avete capito che ci sposiamo? Siete sordi forse?
Zitta, mamma, zitta – aggiunge perentoria con un gesto della mano – non dirlo, perché non sono incinta. Ci sposiamo e basta. Va bene?
Tralascio quello che una famiglia può provare in certi momenti. Tralascio il caos, i baci, le domande stupide e quelle di rito.
Racconterò solo del rumore assordante e improvviso di mattoni che vengono giù, racconterò solo di quel muro per un istante svanito e di noi due che oggi siamo solo noi due.

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Two lovers, 1908 (particolare)
Soundtrack: Kovacs, My Love


2 commenti:

mari da solcare ha detto...

Brava, brava, brava. Mi fai emozionare davvero. Grazie.

Vele Ivy Di Colorare ha detto...

Ecco, questa sì che è una storia d'amore. Al di là di tutti i romanticismi triti e ritriti.
Amare così tanto una persona da volerla sposare nonostante il suo disturbo mentale, sentire che proprio grazie a questo disturbo è colei che più ci capisce. Io lo trovo estremamente romantico!