lunedì 28 luglio 2014

Lo stretto

Chiude gli occhi.
Dentro le palpebre, lo Stretto. Una striscia blu profonda, vorticosa, gelida anche d'estate. La Sicilia si fa sottile dietro la foschia del mattino. Lui se ne sta seduto a farsi bagnare dalla risacca. La brezza salata gli colora le iridi – limpide come il cielo a mezzogiorno.

Apre gli occhi.
Una striscia di terra infossata, un serpentone che odora di fango e sudore. Non c'è il blu, non c'è l'azzurro, c'è solo un marrone-nero di pensieri cupi. E qualche lampo lontano che squarcia il petto.

Chiude gli occhi. Nelle narici i limoni appena aperti e mangiati così, di corsa, nascosto dietro a un muro diroccato, un pranzo da re. L'odore del sole brucia i fichi, infilati in uno stecco di legno. Li pregusta, lentamente. Sa che ci vorranno giorni, ma per Natale saranno in tavola. E che goduria. E che giornate.

Apre gli occhi. Si guarda attorno. Il campo di prigionia si riempie di voci, ma lui capisce solo pochi suoni, perché, è vero, con quella zazzera bionda e quegli occhi chiari ha l'aspetto di un uomo del nord, ma in bocca ha la lingua degli arabi, dei francesi e degli spagnoli – e poi c'è quel tre che suona trchi, con la erre arrotata e un sapore inglese lontano. 
Parte un'eco di voci dure e lo sa – lo sa – che stanno per arrivare quei tozzi di pane pieni di scherno e vecchi di decenni, mischiati alla terra, lanciati dai tedeschi – o dagli austriaci o da chissachi, poco gli importa chi lo ha fatto prigioniero. Gli importa solo delle risate e delle scommesse dei carcerieri e di quel cibo buono solo per i topi – lame che gli feriranno la dignità per tutta la vita. Lui, il pane, lo lascia da parte. Preferisce raccogliere qualche buccia di patata, ché magari ci viene un tortino, ché magari, se si concentra, riesce pure a sentire il sapore del finocchietto selvatico.

Chiude gli occhi. Sulle mani il pizzicore dei fichi d'india. Che tortura sbucciarli, quanto tempo prima di assaporarli, un dolore continuo alle mani, eppure.
Eppure apre gli occhi. E vorrebbe sentirlo ancora e ancora quel dolore di spine, ché, tanto, quello dolore non è. Il dolore vero gli viaggia negli occhi di ragazzo poco più che ventenne, con le mani già piene di vita, piene di calli, piene di terra. Si aggrappa – alla terra – forte. Nell'attesa. Tra uno scarto lanciato e il terrore di un plotone. Stringe quella terra straniera come aveva stretto solo pochi anni prima il tronco di un albero, una mattina in cui il mare, quello di fronte casa sua, aveva deciso di trascinarlo via. Quel giorno, dopo che la terra aveva traballato un po', la Sicilia era sparita dall'orizzonte. Quel giorno, i suoi occhi di quindicenne avevano visto un muro d'acqua e quell'acqua aveva portato via tutto. Ma lui si era aggrappato, trattenendo uno sconosciuto pensiero di vita.
La guerra – l'ha conosciuta molto prima di andare al fronte. La trincea – l'ha vista molto prima di arrivare in trincea.

Chiude gli occhi. Una pennellata polverosa di strada. Lui che cammina con gli stivali e la divisa, alla sua prima licenza, al suo primo attimo di pace dopo giorni e notti di battaglie. Felice di rivedere il babbo - e Mico e Ciccio, anche loro al fronte.
E invece ricorda solo l'abbraccio, con Mico e Ciccio, di fronte al babbo steso e addormentato per sempre. Perché il babbo non ce l'aveva fatta al pensiero di tre figli in pericolo, tutti e tre in guerra, tutti e tre chissà dove, in un'Italia che nemmeno sembrava Italia, lontana com'era. Era stato pochi giorni a casa, la divisa se l'era tolta, ma in realtà non l'aveva sfilata neppure per un secondo.
Ora era un orfanello. La mamma. Della mamma ricordava solo il profumo. Era un profumo di fieno, di fichi bruciati al sole, di piedini che correvano sulla spiaggia e Mico sei il più grande, stai buono!, e un bacio prima di addormentarsi con la preghiera della sera.

Apre gli occhi. Li rotea. Azzurri come il cielo. Pensa. Chissà se torno. No, pensa altro. Se torno, per prima cosa, sì, apro un limone e lo mangio. E poi. E poi chissà se la trovo una donna che mi sposa. Se la trovo e se avrò dei figli, ecco, uno avrà il nome di mio padre. E la femmina. Se avrò una femmina, si chiamerà come mia madre. Mi spaccherò la schiena per lavorare e non importa quanto faticherò, perché darò da mangiare a mia moglie e ai miei figli. E poi mi stenderò e scherzerò con Mico e Ciccio, perché, sì, perché anche loro torneranno. E poi, quando è festa, ce ne andremo al mare, un tuffo nell'acqua fredda e un tuffo nella sabbia bianca e bollente per asciugarci.

Chiude gli occhi. E sa che, in fondo, ha paura. Vuole farcela, ma sta per cedere. E se non torno. E se finisce qui. Sta per cedere, ma arriva.
Arriva come la brezza piena di salsedine alle cinque del mattino. Arriva dalla finestra, quando è ancora buio e tu sei assonnato e nemmeno te lo ricordi che sotto casa hai il mare. Nemmeno lo vedi, il mare, tanto è buio alle cinque di mattina. Ma arriva. Inaspettato. Si insinua nel naso con quel pizzicore di profondità marine e alghe che fanno il solletico. Arriva. Ancora una volta. Arriva. Quello sconosciuto pensiero di vita.
E lui si aggrappa. Perché non vuole che questa terra lontana se lo porti via.
Si aggrappa, forte. Il vento dello Stretto, l'odore di agrumeto, i fichi bruciati, la risata buona di Ciccio, le pacche sulle spalle di Mico. Si aggrappa.

Apre gli occhi. Tutt'intorno, il mare.  

28/07/1914-28/07/2014
Cento anni dallo scoppio della Grande Guerra
A chi ha resistito e mi ha permesso di raccontare

Immagine: Jean-François Millet, La Meridienne, 1866

1 commento:

Vele Ivy Di Colorare ha detto...

Bello, l'evocazione dei ricordi è così realistica e vivida, nella sua semplicità... è sempre un piacere leggere i tuoi racconti!!