lunedì 23 giugno 2014

Nella terra di nessuno



Il destino diventa destino solo a mente fredda. Il destino si rintraccia a posteriori e la sua forma assume contorni precisi col tempo, col trascorrere dei decenni e con gli occhi pronti ad analizzare lucidamente.
Come ogni vita, nessuna vita ha un significato preciso durante. È sempre il dopo a tirare le somme. Pasolini diceva che il montaggio cinematografico è come la morte: l'unica cosa che pone fine alle infinite possibilità dell'esistenza. Terminato il montaggio, il film ha un significato. O anche più d'uno, ma non significati infiniti e comunque sempre significati coerenti, compatti, riconducibili gli uni agli altri. E questo è quanto, per Pasolini, avviene al concludersi della vita.

Ernst Ludwig Kirchner

C'è stato un periodo nella Storia e nella storia delle Arti che ha avuto un sapore rivoluzionario e tragico ad un tempo. Quello di chi si è buttato a capofitto nella propria personalissima ricerca, allontanandosi da ogni regola; quello di chi ha vissuto ed è stato fagocitato, ha vissuto gettandosi nella mischia ed è stato travolto – polverizzato.
Non a caso si parla di avanguardie. Forse l'unico esempio della storia in cui le correnti artistiche sono state definite con un termine militare. Nulla di più lontano – l'arte e la guerra – eppure nulla di più vicino.
L'avanguardia, nell'esercito, è il reparto che precede le truppe ed apre loro la strada. Quasi una missione suicida. Che con la prima guerra mondiale assume toni ancora più atroci.

Probabilmente gli altri reparti dell'esercito li additavano – gli avanguardisti: non ce la faranno mai, avranno detto, moriranno prima di aver percorso cento metri, non vedranno la prossima alba, questa battaglia, no, non la racconteranno.
Tornare o non tornare dall'azione dell'avanguardia, in fondo, poco importava per il suddetto destino: l'avanguardista era comunque un eroe. Ancora oggi nei libri di storia leggiamo un numero – trecento – quando si fa riferimento a quella minuscola avanguardia che aprì il varco (e le speranze) al resto della Grecia contro i Persiani. Che fossero poi trecentodieci o duecentonovantanove non interessa: l'importante, nel libro, è sottolineare quel numero, perché quel numero la dice lunga sul destino dell'uomo e della società occidentale.

Umberto Boccioni

Ora, parlare di avanguardia in arte è totalmente diverso. Perché gli artisti non combattono una guerra vera, visibile, ma una guerra che i più non percepiscono. Gli artisti imbracciano le armi anche quando, apparentemente, non c'è alcuna battaglia. Se ne stanno lì a spiare, osservare, ricercare, battere il terreno: la guerra da combattere c'è, è quella che segna i tempi, che definisce culture e popoli, una guerra che si vince decenni, se non secoli, dopo. Una guerra persa in partenza – nel presente – e combattuta esclusivamente per la vittoria del futuro, un futuro lontano, lontanissimo. Insomma, ai posteri l'ardua sentenza. Perché l'arte ha una gittata molto più lunga di un cannone; e non è possibile dire subito se quella cannonata abbia condotto alla vittoria o alla sconfitta. L'arte, nel presente, non è mai del tutto compresa. L'arte, se è arte vera, non è fatta per il presente, è fatta per il futuro. E questo avviene da sempre. Oggi ce ne stiamo tutti con la testa all'insù e gettare alito su quelle meraviglie dipinte da Michelangelo nella Cappella Sistina. Michelangelo fu uno dei pochi artisti riconosciuti come tali in vita, ma ebbe i suoi grattacapi.

Franz Marc
Quando il Giudizio Universale fu scoperto si pensò subito di distruggerlo, tale era la portata licenziosa e scandalosa di quegli Ignudi. Tale era il caos dei tempi che l'artista aveva individuato e che nessuno voleva vedere. Michelangelo morì poco tempo dopo aver saputo che quelle pudenda sarebbero state coperte, anziché distrutte. Ci sono voluti secoli per riabilitare il capolavoro: capolavoro che prese il Rinascimento, lo azzerò, ne annullò le conquiste spaziali e lo consegnò direttamente al Manierismo e al Barocco, anche se di Manierismo e Barocco ancora non si parlava.

E Michelangelo è Michelangelo, guai a toccare Michelangelo. Eppure il suo Giudizio Universale rimase coperto e storpiato per secoli.

Auguste Macke
Gli Impressionisti furono definiti incapaci di dipingere, ma nel giro di cinquant'anni divennero dei classici: così arrivarono le Avanguardie a distruggere il nuovo classico.
Il punto è che ogni vera corrente artistica è un'avanguardia. Ma la cosa che stupisce delle Avanguardie storiche è il loro destino.
Franz Marc, padre, assieme a Kandinskij, del Der Blaue Reiter, viene travolto a trentasei anni dalla più atroce delle battaglie della Grande Guerra: Verdun. Auguste Macke, un destino ancora più crudele. In viaggio con Klee, ad agosto del Quattordici viene chiamato alle armi. A settembre cade. Ha solo ventisette anni. Egon Schiele non arriva a vedere la fine della guerra, l'ultimo giorno di ottobre del millenovecentodiciotto muore di spagnola, dopo la moglie incinta – di anni ne ha solo ventotto. Stesso destino per Guillaume Apollinaire, che il nove novembre del Diciotto, a trentotto anni e dopo essersi salvato da una ferita in guerra, cede alla spagnola. E pure il nostro Umberto Boccioni, una vita a fare umile e instancabile ricerca e a tirare fuori trovate geniali, cade da cavallo durante un'esercitazione militare e rimane a terra, a trentaquattro anni. Potremmo anche citare il tormento di Ernst Kirchner: arruolatosi anche lui, nel Quindici si lascia andare ad un feroce esaurimento nervoso, uno stillicidio che dura una vita. Preso di mira dai nazisti, si suicida nel millenovecentotrentotto. Per lui, la guerra è durata più di vent'anni.
Personaggi sull'orlo del precipizio, tutta la vita. Un precipizio artistico, ovvio. Una battaglia con una società non ancora pronta ad accoglierli e a capirli. Denunce, tele bruciate, insulti, opere requisite, opere definite triviali, becere, scandalose. Poi ci si mette la storia con la sua beffa: avanguardie nell'arte e soldatini sacrificabili al fronte.

Egon Schiele
Esistenze letteralmente bruciate – eppure no. Perché oggi, quegli stessi soldatini vissuti sul precipizio ci guardano con i loro occhi in bianco e nero dalle pagine dei libri. Ci fissano con la loro aria vintage eppure eterna, eppure futura. Ci guardano negli occhi dai primi del Novecento e ci parlano ancora di oggi. E ci parlano anche di domani, perché spesso, tuttora, le loro opere sono difficili da digerire. Poco dopo la loro dipartita, anche le Avanguardie sono finite. Dopo la guerra, si parla di un “ritorno all'ordine” che ha comunque regalato al mondo forme d'arte nuovissime e rivoluzionarie, ma che ha tuttavia il sapore del passo indietro, rispetto al precipizio. O, meglio: dell'assestarsi sul precipizio altrui. Delusione e cinismo, forse, i fattori determinanti. L'arte sarebbe andata comunque avanti. Ma non ci sarebbe mai più stato quel destino beffardo, atroce e carico di senso del tempo - e senso dell'umorismo - che ha portato gli avanguardisti a morire da avanguardie.
C'è un termine appartenente al linguaggio militare, pieno di fascino e di terrore. Terra di nessuno. “Porzione di territorio non occupata oppure rivendicata da più parti che lasciano tale area non occupata a causa di timori o incertezze che deriverebbero dall'impadronirsene” - “area situata tra due trincee nemiche in cui nessuna delle due parti voleva muoversi apertamente o che nessuno voleva prendere per paura di essere attaccato dal nemico durante l'azione” (Wikipedia).

Guillaume Apollinaire


Durante la Grande Guerra, la terra di nessuno è rimasta tale per anni. La guerra è diventata guerra di posizione e logoramento. Nessuno andava avanti, nessuno indietro, la terra di nessuno rimaneva di nessuno.
Qualcuno, però, quella terra arida e melmosa l'ha occupata. Ci ha messo piede, ha gettato qualche seme, è saltato in aria, ci ha rimesso le penne. Anni dopo, a clamori spenti, quei semi hanno fruttato.
Il passo degli artisti nella terra di nessuno è il passo dell'istante. Un passo nella terra più pericolosa che esista, perché fuori quella terra, i cecchini sono nascosti e pronti a sparare anche se non vi è alcun motivo, anche se quello che hanno visto è solo un bagliore. I cecchini, nell'immobilità di quella terra, vedono qualcosa di nuovo. Il nuovo fa paura. Così sparano. Perché è più comodo sparare da fuori che esporsi.
Passano i decenni, passano i secoli. La terra di nessuno diventa area picnic in cui godersi l'ombra degli alberi dopo aver sparato.

4 commenti:

Barbara Jurado ha detto...

Che caso Kirchner oggi mi è apparso in terza prova con le sue 5 donne XD
Dico solo wow come sempre nel tuo blog :)

Veronica ha detto...

Ahah grazie!! Ma soprattutto in bocca al lupo per i tuoi esami!! ;)

Vele Ivy Di Colorare ha detto...

E' bello partire dalle avanguardie e poi dare uno sguardo anche al passato... spesso si dimentica che gli autori oggi considerati "classici" sono stati considerati rivoluzionari o addirittura incapaci nella loro epoca!

mari da solcare ha detto...

Mi regali, insieme, riflessioni illuminanti ed emozioni da brivido con i tuoi post.
Brava, brava, brava.