mercoledì 6 ottobre 2010

PROIEZIONI NOTTURNE - High school of the Dead

Se avete intenzione di divertirvi con un bella storia animata, il consiglio cade su questo invitante acronimo: H.O.T.D. High school of the Dead. Dodici episodi di adrenalina pura.

L'anime, conclusosi in Giappone a fine settembre e tratto da un manga ancora in prosecuzione, racchiude una serie di generi i cui stereotipi sono portati alle estreme conseguenze. Il risultato è l'esplosione di un “già visto” che però, riflettendo su se stesso, rende l'opera originale ed estremamente godibile.



Il primo genere rintracciabile è l'horror. A causa di una pandemia, i morti diventano zombie, gli zombie mordono i vivi che a loro volta diventano zombie. Man mano che il mondo si popola di cadaveri che camminano, i vivi non devono far altro che spaccare teste morte e sopravvivere.

Poi c'è quel genere che in modo semplice potremmo definire teen drama: le solite dinamiche e le solite relazioni tra ragazze e ragazzi, amicizie, amori, incomprensioni e confessioni. Poi ancora, serpeggia quel genere che contorna il tutto simpaticamente e che in Giappone ha una parola, forse intraducibile, per essere indicato: ecchi. Per dirla in breve: ragazze prosperose, ingenue e sin troppo provocanti, che fanno generosa mostra di mutandine e reggiseni; le nostre protagoniste dimenticano deliberatamente di indossare i vestiti o, perché no, combattono i morti viventi in perizoma e grembiulino da cucina. Ma alla resa dei conti nulla è davvero esplicito e le scene erotiche sono completamente nascoste.

I personaggi sono i “soliti” tipi fissi. C'è l'enigmatica senpai, implacabile campionessa di kendo, c'è l'otaku un po' in carne vittima di insulti e angherie, c'è il genietto altezzoso ed egocentrico, c'è la dottoressa della scuola, una bambolona bionda, un po' infantile e piena di curve; e poi i due protagonisti, Komuro Takashi e Rei Miyamoto, i tipici adolescenti tormentati e complicati. A questo si aggiungano la bambina e l'animaletto. Insomma, c'è tutto. Ma è tutto così marcato che nulla appare banale e scontato. Sia il genere che i personaggi sono consapevoli del ruolo da loro giocato e per questo ogni elemento diventa autoreferenziale. H.O.T.D. svela le regole, mostra i meccanismi e, nel suo eccesso, gioca con la realtà e la finzione. Anzi, entra nel tunnel che collega queste due entità creando un circolo dal quale è difficile uscire. Da cui, meglio, è impossibile uscire.


La storia si apre su una realtà calma e piatta. E quando la realtà è sin troppo calma e piatta, diventa surreale. Komuro Takashi se ne sta sul terrazzo della scuola a guardare un mondo immobile. Pensa a sé, a quanto sia inconcludente il suo carattere e a perché la sua amica di sempre, Rei, abbia preferito un altro a lui. È tutto troppo perfettamente nella norma. È una classica scena in una classica scuola giapponese. Ed è proprio qui che arriva il colpo di scena, che la realtà diventa straniante e crolla ogni finzione. Al cancello della scuola uno strano uomo inebetito non fa che sbattere contro la ringhiera. Alcuni professori, al di qua del cancello, cercano di allontanarlo. L'uomo si avventa contro uno di loro e lo morde. Sangue dappertutto e urla di terrore squarciano il silenzio; i professori si mordono gli uni con gli altri. Inizia il contagio. La scuola in breve si popola di zombie.

I nostri giovani protagonisti ed ancora eroi inconsapevoli vedono cambiare radicalmente lo scenario di fronte ai loro occhi. E devono organizzarsi seduta stante per non soccombere. Ognuno mette al servizio della propria sopravvivenza ciò che sa fare meglio: chi usa una spada di kendo, chi una mazza da baseball, chi un bastone per lavare per terra e chi, con materiali raccolti qua e là, improvvisa una pistola ad alta precisione. Dai vari lati del liceo i nostri protagonisti, tra zombie e compagni morti, riescono a riunirsi e decidono di fare gruppo. Crescono in fretta e sta a loro decidere le mosse. Proprio per questo, all'interno di H.O.T.D. non manca il “romanzo di formazione”.


Man mano che la solita realtà crolla, crollano tutte le certezze e tutte le regole. Non ha più senso l'appellativo “senpai” o chiamarsi per cognome. Né ha più senso mantenere l'obbligatorio rispetto verso un professore che rispetto non ha mai meritato. Convenzioni e regole sociali, di fronte al caos inatteso, si rivelano in tutta la loro inutilità. La società è una finzione. Il mondo, così come è, tranquillo e controllato, è una finzione. C'è però il rischio che, nel tentativo di sopravvivere, cadano anche le regole morali che tengono a freno la malvagità e che lo spirito d'altruismo e d'aggregazione si dissolva. Chi è meno umano? Lo zombie o il vivo che pur di sopravvivere rinuncia alla propria umanità? Le problematiche affrontate strisciano quasi silenziosamente tra una scena d'azione e l'altra, lasciando però interdetti.

La cosa interessante è che le domande sulle regole della società avanzano a mano a mano che l'anime, nella sua forma, si fa autoreferenziale. Il gioco con i topoi della finzione avviene su più piani.

Ad esempio, si sprecano, nel corso di tutte le puntate, frasi come: “sembra un film”, “sembra un horror”, “sembra un videogioco”, “ho imparato a sparare dai videogiochi” e poi si ricomincia, “accade proprio come nei film”, “succede proprio come negli horror”. La sopravvivenza dei ragazzi è paradossalmente garantita dalla loro immensa cultura cinematografica e videoludica. Il piccolo otaku bistrattato, grazie all'epidemia che ha colpito il mondo intero, può riscattarsi: conosce tutti i dettagli di ogni arma creata dall'uomo e le console lo hanno allenato ad una mira infallibile.

Inoltre, le immagini che ci vengono presentate disorientano. Le certezze vengono spogliate della loro normalità e della sicurezza che dovrebbero infondere. In questo modo, le immagini riflettono su se stesse e lo spettatore guarda attentamente ciò che vede senza lasciarlo scorrere. Tra le scene più impressionanti, probabilmente c'è quella che si concentra su una madre ancora viva che tiene in braccio la figlioletta svenuta; la donna, disperata, urla e chiede aiuto, quando all'improvviso la figlia si sveglia e si avventa su di lei, mangiandola e succhiandone il sangue – cosa c'è di peggio di una bambinetta pura e ingenua che si trasforma nell'assassina della madre?


Quello che avviene episodio dopo episodio è un festival di azioni spettacolari e di stereotipi di genere sfacciatamente esibiti. C'è l'uscita all'ultimo momento da una galleria stradale in cui è avvenuta un'esplosione tremenda, riuscendo a battere sul tempo lo spostamento d'aria; c'è l'arrivo volante di Komuro con una moto che serve da appoggio alle evoluzioni un po' erotiche delle ragazze nel combattimento contro gli zombie. Insomma, non ci si annoia mai. E tutto si ripete di continuo. Caos, calma, combattimento, caos, calma. Si entra ben presto in uno schema narrativo semplice ed efficace, in grado di preparare lo spettatore a momenti di alta tensione.


La ripetizione è determinante e si sposa perfettamente con la catastrofe.

Una storia alla H.O.T.D. non è solo un horror, ma affonda anche in quel genere che è possibile definire catastrofico. I film catastrofici – quelli in cui tutto il mondo è coinvolto da una situazione di caos e apocalisse – hanno qualcosa in più rispetto ai semplici horror. L'horror può facilmente riversarsi sul singolo spettatore, puntare sulle sue paure più recondite e magari farlo andare a dormire con il terrore che sotto il letto ci sia qualcosa. Il film catastrofico mette al sicuro. Lo spettatore può dormire tra due guanciali perché sa che una situazione catastrofica a livello globale (che non punta sui timori intimi dell'essere umano) può verificarsi con una probabilità molto bassa, se non nulla. Per questo gode liberamente della paura che può provare di fronte a certe scene.

Ripetizione e catastrofe mettono al sicuro: dopo poche scene lo spettatore comprende che, nonostante il mondo stia crollando, i combattimenti si ripeteranno con lo stesso esito. Saranno solo le modalità del combattimento a cambiare, a eccedere e a divertire.

Ripetizione e catastrofe ci conducono ad uno degli schemi più interessanti dell'anime. Il videogioco. Sia che abbia una storia complessa, sia che non ce l'abbia, il videogioco punta quasi esclusivamente sulla ripetizione. Ogni videogioco, a livello di struttura interna, alterna momenti di calma ed esplorazione a momenti di tensione altissima e combattimenti. Inoltre, il videogioco – e ce lo dimostrano intere saghe – può durare all'infinito. Raramente si mette fine ad un titolo, si tirano poi fuori prequel, sequel e prequel dei prequel. Ci sono poi videogiochi che sottostanno ad una ripetizione più accentuata: gli sparatutto e i picchiaduro. infine: alla base di un videogioco può facilmente esserci una situazione catastrofica e di pericolo, dalla quale si deve per forza uscire, capitolo dopo capitolo, o il gioco non andrà avanti.

H.O.T.D. non solo propone una storia che svela i meccanismi del genere e che ci dice "questa è una finzione", ma sfrutta anche gli stilemi narrativi di un mondo virtuale quale è quello del videogioco.

Acquisito questo stilema, la storia diventa sempre più plateale. Man mano che i protagonisti crescono e maturano, il loro equipaggiamento migliora e si potenzia, proprio come nei videogiochi: armi illegali ma potentissime, fucili di ogni tipo, bazooka, mezzi blindati e anfibi, imbracature all'ultima moda sempre abbinate a pizzi e merletti da intimo femminile, per arrivare poi alla sacra katana la cui lama può attraversare le ossa senza scalfirsi. I ragazzi sanno di essere diventati degli eroi e che stanno combattendo per la propria salvezza e per quella del mondo. Diventano una squadra organizzatissima e perfettamente autonoma. Non hanno più bisogno della protezione degli adulti, né la vogliono: sono ormai sin troppo consapevoli delle loro capacità, della loro maturazione e che il gioco a cui stanno giocando può essere proseguito solo da loro. Come dei veri eroi della finzione. Questo ci porta al crollo di un'altra regola, quella del tradizionale rapporto tra adulto e giovane: l'età e l'esperienza di vita non garantiscono la sopravvivenza e la saggezza, né la capacità di decidere in modo giusto.


Proprio sul finale viene il bello: ormai lo si è capito che la struttura è circolare e che, se vogliamo, H.O.T.D. potrebbe durare all'infinito, proprio come un gioco. Per quanto l'anime sembri troncarsi rispetto al manga che prosegue la storia, in realtà finisce. O meglio, comprendiamo che è giusto mettere la parola fine, farne un lavoro breve di senso compiuto, perché il suo senso generale sta proprio nell'infinità della sua struttura videoludica. Sta nel lacerare le finzioni, nel prendere consapevolezza del mondo e nel manipolare la realtà a proprio piacimento.


Grazie a youtube ecco qui la prima parte della prima puntata con tanto di sigla d'apertura, che aiuta sempre a rendere l'idea dell'anime nel suo complesso.



2 commenti:

Anonimo ha detto...

In effetti, proprio l’eccesso pienamente consapevole e divertito che pervade tutta l’opera riesce a salvarla dall’oblio quale era terribilmente a rischio.

Purtroppo la produzione televisiva non permette un controllo totale e alcuni vistosi sfilacciamenti nella tensione fanno capolino qua e la.

Andando per ordine…

Personalmente di questa serie ho trovato ottima la prima puntata, quasi un microuniverso a sé che riesce a comprendere al meglio tutto quel che verrà detto poi tra alti e bassi. La chiusura con i due inconsapevoli protagonisti abbracciati egoisticamente sopra un edificio circondato da zombie è davvero un’immagine efficace che svela sia il gioco degli autori che una morale amara e disillusa riguardo quel che si sta raccontando.

C’è da rilevare che in questo primo episodio si percepisce molta dell’energia del regista principale ch’è Araki Tetsuro già messosi in mostra con il suo precedente Kurozuka (che ovviamente consiglio di recuperare).
Poi, la serie finisce per adagiarsi sulla ripetizione di quel che già s’è visto nel primo fulmineo episodio e un po’ perde la sua verve mantenendo però intatta l’impressione di godimento ludico che deve aver pervaso per lunghi tratti lo staff per nulla restio a spingere sull’acceleratore delle possibilità che il disegno animato può offrire.

Purtroppo a mio avviso l’opera soffre d’un brusco strappo intorno all’ottavo episodio quasi a dimostrare l’impossibilità di gestire in libertà il cast di personaggi dovendo far riferimento a un manga originale ben lungi dall’essere concluso.
Quindi, il gruppo sopravvive laddove forse era preferibile una catarsi finale fatta di gore cinefilo da gustare col sorriso sulle labbra.

Chiudendo, direi una serie da affrontare col giusto piglio dato che tra una risata e l’altra mette in mostra non pochi spunti sui pregi e i limiti dell’animazione televisiva giapponese.

I miei migliori saluti
Tristam Strauss

Veronica Mondelli ha detto...

Non c'è che dire, concordo su tutto quello che dici.

Dopo aver finito di vedere l'anime sono stata a lungo indecisa: non sapevo se considerarlo concluso o improvvisamente interrotto. Molte linee narrative non vengono portate a termine, così come non viene svelato il mistero della pandemia.
Avevo intenzione di iniziare a seguire il manga, ma ho deciso di non farlo: sono arrivata alla conclusione che era meglio finire la storia dove l'aveva finita l'anime. Temo che, leggendo il manga, l'eccesso divertente dell'anime possa tramutarsi in mero luogo comune. Non è la prima volta che mi capita di trovare una seria discrepanza tra la fine di un anime e la fine di un manga che hanno lo stesso titolo (in questo momento mi viene in mente GTO...).
Il fatto è che guardando HOTD mi sono divertita come una ragazzina, nonostante il plot non sia nulla di nuovo. E secondo me il divertimento puro e semplice è la "cifra stilistica" che fa la differenza.