mercoledì 16 giugno 2010

PROIEZIONI NOTTURNE - Friday Night Lights

Clear eyes. Full hearts. Can't lose.
I ragazzi dei Dillon Panthers possono leggere questa frase ogni volta che vogliono nel loro spogliatoio. La gridano con tutta la forza che hanno, mentre fanno sbattere i caschi gli uni contro gli altri. In campo, tra placcaggi e folli corse verso la meta, si sostengono l'un l'altro, si fanno forza, vincono. Si accendono le luci del venerdì sera e ogni problema svanisce nel buio circostante. Quello che rimane fuori dal campo. Dentro il campo, solo la passione vincente di cuori colmi di una purezza sconcertante.
Friday Night Lights. Un serial, una sorpresa. Un'emozione continua. Un'esplosione di luci in cielo.
Considerato il miglior sportivo-teen drama di tutti i tempi, come ogni opera pregiata e sperimentale, Friday Night Lights non arriva a tutti.
Lo sport in questione è il football, un gioco tipicamente statunitense. La squadra in questione è quella dei Panthers, del liceo di Dillon (fantomatica cittadina del Texas). Sopra ogni altro personaggio, il Coach Eric Taylor, geniale allenatore di football, il primo da cui partono purezza e onestà delle convinzioni. Quello che si sobbarca ogni problema, dentro e fuori della squadra, quello che, otre che da allenatore, fa anche da padre. Sua moglie Tami è consulente nello stesso liceo in cui il marito lavora. Lo spalleggia, lo critica e lo conforta in ogni decisione. Si passano l'un l'altro i problemi dei ragazzi, proprio come se fossero una squadra a due. Sì, perché in Friday Night Lights la vera partita è quella della vita che si gioca fuori dal campo.
Quella che si gioca a Dillon.
Dillon non esiste. Ma racchiude in sé la tipica città di provincia americana nel profondo degli Stati Uniti. Ci sono una scuola, due chiese, un rivenditore di auto. Un bar, uno streep club, una tavola calda. Ci si conosce tutti quanti per nome e cognome e si impazzisce solo ed esclusivamente per il football. Intorno, un tipico deserto texano. Una cittadina lontana da ogni altra, lontana dallo stato centrale. È abitata da quelle persone che, se visitano New York, si sentono in terra straniera. Dillon è l'America, ma un'altra America. Tutto avviene in piccolo e per questo tutto è più sentito. E infatti, il grande pregio della serie è quello di non creare mai dei tipi fissi. Ogni personaggio è un unicum. Non dobbiamo pensare a un teen drama dei più diffusi e – aggiungerei – stupidi. Non ci sono studenti che si atteggiano a starlette e che tentano di ricopiare male soap operas di bassa lega. Non ci sono ragazzi che frequentano la scuola per incontrarsi, scopare e poi sospirare con gli occhi al cielo e i lacrimoni luccicanti.
La puntata pilota è, proprio per questo, sconvolgente. Jason Street, il quarterback della squadra, è il ragazzo perfetto sotto ogni punto di vista. Bello e sicuro di sé, studente modello, davanti a lui c'è un radioso futuro da giocatore. È fidanzato probabilmente con la più bella ragazza di Dillon, Lyla, capitano delle Cheerleaders della squadra. Jason è il trascinatore del gruppo. Prima di entrare in campo fa inginocchiare tutti, li fa pregare, li sprona. Dieci minuti dopo Jason fa un brutto placcaggio, cade a terra e rimane immobile per non rialzarsi più. Gambe paralizzate e mani storpie, Jason a diciassette anni è costretto a rivedere tutto. Così come Matt Saracen, quarterback riserva abbonato alla panchina, timido ragazzo che vive da solo con la nonna affetta da demenza senile: non appena Jason si infortuna, il coach lo sbatte in campo, mettendogli in mano la guida della squadra e le sorti della partita. Matt è di quelli che parlano a voce bassa, che non alzano mai lo sguardo se qualcuno gli parla. Matt è stato abbandonato dalla madre e il padre lo ha lasciato da solo per l'Iraq; si occupa senza batter ciglio di una nonna che lo ama ma che ha una serie infinita di problemi. Matt studia, si allena, lavora. Sopporta tutto. E in campo diventa un leone. Quando fa uno dei suoi lanci, la palla si posa tra le braccia di Brian “Smash” Williams. Il ragazzo di colore che corre come il vento. Il ragazzo altezzoso, orgoglioso e un po' arrogante che maschera con il suo atteggiamento una vita difficile e una fuga dal ghetto. Oppure è tra le spalle possenti di Tim Riggins che la palla trova riparo. Tim è il bello e dannato della storia. Bellissimo, alcolizzato, fenomenale, un cuore tenero dentro, fin troppo tenero. Si barcamena tra il caos, dentro e fuori di lui, e una voglia disperata di tranquillità e felicità. Semplicità, anche. Intorno a loro una carrellata di personaggi mai minori e sempre cangianti. Lyla, Tyra, la ragazza intelligente che vuole fuggire dal suo destino di donna facile, Julie, la figlia del Coach, Landry e la sua band metal in un garage. Ognuno di loro ha voglia di uscire, di riuscire, di affermarsi. All'università magari. O di trovare equilibrio e un po' di pace.
E la trovano. Quando è venerdì sera, trasferte o partite in casa, si entra in campo, ci si siede sugli spalti, s'accendono le luci. Ogni problema svanisce e diventa solo motivo per vincere. Per sfogarsi. Per mantenersi puri. E per questo vincenti. Sempre. Anche quando si perde.
Si parla spesso di Dio. Ma senza alcuna convinzione. Dio è una parola a volte vuota, a volte un placebo, altre volte è solo una maschera. Dove sta Dio se, dopo averlo pregato intensamente, Jason rimane paralizzato? Il fatto è che ognuno dei personaggi della storia è un po' dio. Ognuno è padrone della propria vita e la combatte facendo i conti con la avversità. Le sfida. Vince o perde. Ma comunque combatte.

Tre stagioni viste praticamente in un mese. In attesa trepidante della quarta che al momento è a pagamento su Joi. La serie è in chiaro su Rai4, dopo essere passata su Fox. In Italia, purtroppo, non la troverete con il magico titolo di Friday Night Lights, ma con quello insignificante di High School Team. Nome che limita ogni significato e ogni possibilità della serie (sui disastri dei titoli, un giorno scriverò).
Friday Night Lights si presta ad essere particolare nonché sperimentale sotto ogni punto di vista.
In primo luogo lo standard seriale non è di quelli soliti. Ogni serie tende ad annoverare tra i ventitre e i venticinque episodi. La prima serie di FNL consta di ventidue episodi. La seconda di soli quindici, a causa dello sciopero degli sceneggiatori. Tuttavia da qui si è deciso di adottare lo standard delle tredici puntate: tredici sono per la terza, quarta e quinta serie. Ed è stupefacente vedere come una storia corale possa essere trattata in tredici puntate: nessun eccesso, nessun inutile allungamento della storia, nessuna deviazione. Si ha il senso di una narrazione compatta e che scorre senza intoppi.
In secondo luogo, la regia e il montaggio.
La regia si affida alla macchina a mano, spesso tremolante, all'utilizzo di inquadrature “inutili” ai fini della storia oppure di immagini da punti di vista inaspettati. La macchina a mano comporta una totale libertà per gli attori, che si muovono a loro piacimento. La macchina li segue senza regole, a volte in piano sequenza, mentre gli interpreti adottano una recitazione che punta sul parlato quotidiano: improvvisano le battute, parlandosi spesso l'uno sull'altro. Ciò che più si nota è lo scavalcamento di campo e la non corrispondenza perfetta tra campi e controcampi: in entrambi i casi i raccordi sullo sguardo si perdono. Si può riprendere una scena da sotto un gomito e zoomare su un volto. Un attore può coprire quasi del tutto l'obiettivo. L'immagine può essere fuori fuoco. La luce naturale può fare riverbero sulla macchina. La luce naturale diventa quasi un simbolo, qui. Di solito queste serie riducono le riprese in esterni, invece in FNL gli esterni sono moltissimi, spesso costruiti attraverso lunghe carrellate. Molte sequenze sono silenziose. Tantissimi i tempi morti. Un totale di un campo da gioco deserto. La macchina traballa, la luce del tramonto crea sfumature arancioni. Di lato, piccolo, un giocatore si inginocchia e posa le sue scarpine da gioco tra l'erba. Indugia a testa bassa. Silenzio prolungato, tempo morto. Lirismo.
Ed ecco che arriviamo al culmine di questa serie. La musica. Gli Explosions in the Sky hanno creato una ost di tutto rispetto che punta al contrasto violento con le immagini. A parte qualche ruggito metal nei momenti più concitati delle partite, la musica è lenta. Si scontra contro immagini traballanti e volti provati. La musica la fa da padrone, diventa un modo per sfondare le immagini e arrivare dove non ci sono parole. Sono numerosissime le sequenze in totale silenzio, musica e carrellata di luoghi, volti, situazioni. Le inferenze e le emozioni allo spettatore. Capita di assistere ad una partita dal ritmo veloce. E magari gli ultimi minuti sono al rallentatore. La chitarra arpeggia, lenta. Tocca le corde giuste. La palla va in touchdown. La musica esplode.
Ho notato l'emozione che mi ha dato questa serie proprio grazie al continuo svelamento della regia e delle tecniche filmiche. La macchina da presa c'è. Si sta realizzando un'inquadratura, il proflimico è fotografato. La regia si mostra. Per la prima volta mi sono trovata di fronte ad una serie che per mandare avanti la storia non si affida ai soliti campi controcampi che orchestrano dialoghi verbosi. Sono le immagini a costruirla (e gli attori, qui davvero molto talentuosi: non è facile comunicare con la mimica facciale o con gli occhi). Poi c'è il montaggio. Sincopato, alternato, parallelo – esemplare l'alternanza “violenta” in una della ultime puntate della prima serie: mentre i Panthers giocano in mezzo al fango in un campo irriconoscibile, Tyra Colette subisce violenza. Per brevi frammenti si avvicendano i corpi dei giocatori che si placcano senza esclusione di colpi e le immagini irriconoscibili, veloci e ravvicinate di Tyra che cerca di liberarsi dalla stretta dello stupratore.
La musica. Una puntata si apre con un campo lungo sul deserto texano e un albero in lontananza. È l'alba. La musica è l'unica cosa vivente. Mi è subito balzata alla mente quella frase di Pasolini a proposito del suono: "La fonte musicale sfonda le immagini piatte, o illusoriamente profonde, dello schermo, aprendole sulle profondità confuse e senza confini della vita". È esattamente quello che avviene in FNL. Jason Street sulla sedia a rotelle fa rientro in campo, insieme alla sua squadra, in uno stadio gremito che gli tributa i dovuti onori. Gli Exlposions in the Sky da una parte, il clima festoso e bizzarro di una partita dall'altra. Al centro, Jason con il suo dissonante intreccio di emozioni. Inesplicabili ma perfettamente comprensibili grazie all'incontro di immagine e musica. E si finisce per partecipare con tutto il cuore alle sorti dei Dillon Panthers.
Caschi in alto, si corre, si urla. Si festeggia, ci si diverte, si beve, si bacia, si piange. Si litiga con i propri genitori, si studia, si lavora. Il tutto con una semplicità stordente. Quello che avviene nella storia non ci appartiene, ma diventa nostro. La voglia di combattere e di vincere.
Poi, s'accendono le luci. E per la durata di una partita confluiscono tutte le emozioni di una piccola città in mezzo ad un campo. Ed è un'esplosione magica.

Per rendere l'idea:


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