lunedì 19 aprile 2010

AFI al Give it a Name 2010, ovvero Il peso (o la fortuna) dell'irraccontabile

Intro: mi sono sempre chiesta chi fossero i fortunati sotto il palco. Sotto il palco di qualunque concerto. Sì, perché fortunato devi essere: per quanto tu ti alzi presto e presto vai a prendere i posti fuori dai cancelli, ci sono sempre quei cento-duecento che si sono alzati prima di te. E che faranno un corpo a corpo con le transenne che separano il pubblico dalle band.

È dal momento in cui ho iniziato a vivere quest'esperienza che mi sono accorta di un peso. Il peso dell'irraccontabile. Tante parole per la testa, ma nessuna veramente giusta a esprimere ciò che ho vissuto. C'è stato un prima e un dopo, entrambi perfettamente descrivibili. Il durante, solo pura esperienza, pura energia, vita schietta, così come è. Quella che non entra in nessuna parola. In nessuna forma creativa.

Quando ti fai cinquecentoquaranta chilometri in macchina per raggiungere un posto il cui nome è tutto un programma – Alcatraz – in una città lontana da te sotto ogni punto di vista – Milano – vuol dire che c'è amore puro. E che il rock è il tuo stile di vita.

Pioggia. Guidi a centotrenta, ma sul passo della Cisa sei costretta a rallentare. Niente più visibilità. Si teme di fare tardi. I cancelli aprono alle quattro. Piove che dio la manda. Lombardia, ancora acqua e grigio dal cielo, poi è nuvoloso, poi c'è quel sole che t'acceca e che ti dà solo fastidio. Tensione. No, no, placati. Loro sono gli headliner, dovrai aspettare fino all'ultimo. L'adrenalina cala. Poi, all'ingresso per Sant'Angelo Lodigiano, Virgin Radio spacca le casse con Gotta Get Away degli Offspring. Profetica. Lì, l'adrenalina ce l'hai fuori, non più solo dentro. È dappertutto. Sei a tanto così, a soli quaranta chilometri dall'Alcatraz. Il tempo di posare il borsone, indossare quella maglietta, quella che t'hanno spedito dall'America, quella che porta un titolo, Love Like Winter, quella che dici “chissà se la sparano, stasera”. Le lenti a contatto in meno di tre secondi, stavolta non entrano al contrario, né bruciano, né graffiano.

E poi, neanche t'accorgi che sei dentro Milano, guardi l'architettura, l'atmosfera, lo spirito, un altro mondo, all'improvviso frotte di ragazzi che si muovono verso un numero civico preciso, il venticinque, e sei lì. Alla velocità dello strappo di un biglietto sei dentro. Perché alle quattro, all'apertura dei cancelli, hai solo una ventina di persone davanti.

Quattro e venticinque attacca la musica e da quel momento in poi, quando c'è la pausa, senti che manca qualcosa. Le orecchie fischiano e per tappare il rumore vuoi solo altra musica. Gli Andead stanno sul palco venti minuti, italiani miei coetanei, ci mettono anima e sincerità ed energia. Indubbiamente tra i migliori della giornata.

E poi... e poi... la gente s'accalca, si poga, si salta, si gioca con lunghi fili di carta e si fanno rimbalzare palloncini enormi. Quando la massa sotto al palco, ad un biblico gesto del cantante dei Madina Lake, si apre e ti trovi esattamente nel vuoto lasciato, in prima fila, non hai neanche il tempo di capire che la folla di fronte a te, con un insano luccichio degli occhi, sta prendendo la rincorsa. Non hai tempo di capire che sei in prima fila nel bel mezzo di un wall of death. Hai un bicchiere di diamanti in mano – solo acqua, ma l'acqua lì dentro va giù per due euro. Il tempo di sentirti dire “butta quel cazzo di bicchiere” e la mano si apre meccanicamente, perché a quel punto DEVI prendere la rincorsa. Poi il vortice in cui ti trovi, sballottata da un corpo all'altro, neanche lo segui, ti fai trasportare. Fino a che non trovi la via d'uscita. Capisci che è delirio puro e che, a suon di punk, quel delirio ti piace. Ti stai solo caricando, ancora questo è niente. Solo caricando per il dopo, per le dieci e mezza, per loro.

I Sum41 non passano mai. Li ascolti in disparte, attaccata allo spazio del mixer e dei suoi tecnici, ammaliata e affascinata dal loro lavoro. Un'ora, i Sum41, un'ora, i penultimi, e tu non ce la fai più. Hai la tensione dell'ultimo esame, ma che dico, la tensione della chiamata alla discussione della tesi.

E poi, le luci si accendono, acchiappi l'amica per la maglietta e ti fai strada controcorrente, tra la gente che abbandona la zona sotto il palco perché i Sum hanno finito. Quattro, tre, due passi mi separano dal palco, poi sempre meno, sempre meno, ancora meno, pancia contro ringhiera. Ringhiera. Corridoio. Palco. Quando tua sorella ti guarda con gli occhi increduli e ti dice “ti rendi conto quanta poca distanza c'è?” capisci che hai fatto il botto. E che i fortunati che stanno sotto il palco non sono fantomatici esseri che ti separano dai tuoi beniamini. Sono quelli che vogliono. E io ho voluto. Da lì il ricordo si fa confuso. Uno mi viene a chiedere se ho trovato la sua scarpa. “Io ho visto una Converse di lana in giro” - “No, non era quella, era questa” e mi dice una marca che non afferro. Un altro ci viene a chiedere se abbiamo trovato uno zaino. Ma quale zaino? Io sono sotto il palco, io sono esattamente al centro, dove c'è l'asta del microfono, davanti alla pedana d'oro su cui salirà Havok, e poi Puget e poi Burgan. Cazzo me ne frega del tuo zaino o della tua scarpa? Poga senza, la prossima volta. Quando scoprono la batteria di Carson, con la parola Crash dentro un cuore sulla grancassa, è il mio cuore ad uscire fuori. Quando la luce si spegne, chitarra – Oh! – Medicate – il mio cuore è in pasto a loro. E gli occhi non hanno tenuto, no. Eccolo, il peso dell'irraccontabile. Esperienza, energia, vita, musica, respiro, urlo, movimento inconsulto e incontrollato. Il peso dell'irraccontabile. O la fortuna. Perché quando la vita è vita veramente vissuta non c'è bisogno di raccontare. Si racconta per fermare il ricordo. Ci sono foto e video che però non possono esprimere quello che ho vissuto. I ricordi sono strani, specialmente in momenti come questi, quando togli ogni freno e godi quello che vedi e senti. I ricordi si fanno confusi, le immagini si mescolano. Però l'emozione che mi esplode dentro e che poi sale agli occhi, quella è lì. Pura e semplice. Vera. Senza parole o immagini. L'irraccontabile che qualcuno mi aveva detto, esattamente così come è stato. Poi, sì, a beneficio della cronaca, l'hanno sparata Love Like Winter, la canzone della mia maglietta venuta dall'America. E anche tante altre, vecchie e nuove, bellissime ed emozionanti. Frammenti, solo frammenti. Il dondolio della croce capovolta che Havok porta al collo. Al ritmo del grido continuo e quasi disperato del pubblico “ei-eff-ai ei-eff-ai ei-eff-ai” Jade Puget ci ha regalato un balletto. S'è messo la chitarra in bilico in mezzo alle gambe, braccia aperte, corpo all'indietro. Hunter Burgan ha saltato con il basso da una parte all'altra. Gambe elastiche contro ogni legge fisica. Adam Carson si è alzato un attimo dalla batteria. È avanzato verso di noi, un elegante incedere, occhi azzurri penetranti. Davey Havok. Divino. Nelle sue mosse ricercate ma non stucchevoli, nel suo saltare da una pedana all'altra, nel suo ballare con l'asta del microfono. I suoi tatuaggi, lo Straight Edge e la sua voce, unica, incontrastata, potente, gridata, modulata, acuta e bassa. Il migliore.

Posso solo dire che ho cantato parola per parola assieme a Havok e che lui buttava gli occhi in prima fila e ha incrociato il mio sguardo come ha incrociato quello di chi era accanto a me. Questo è ancora più irraccontabile. Posso solo dire che vicino a me c'erano ragazzi e ragazze con la mia stessa passione e io non mi sono sentita sola. Non più.

E razionalmente? Addosso mi rimangono segni tangibili: i lividi sulle ginocchia, il costato indolenzito, i gomiti arrossati, la voce che non c'è più, la gola che fa male. Orgogliose ferite di guerra.

Gli A.F.I., i più eleganti, i più professionali. Macchine da guerra del rock ma senza presunzioni. Ho visto da vicino i loro occhi. Sinceri. Ancora. Pieni di passione. Dopo quasi vent'anni di carriera. Mi è sembrato di aver assistito al loro millesimo live e invece era solo il primo. Mi è sembrato di conoscerli da sempre - “I met my love before I was born” - recitano la loro canzone e la mia maglietta – un unisono mentale tra la loro musica e la mia mente. Un fuoco dentro acceso da prima di me. A Fire Inside. Grazie.

3 commenti:

Ludovica ha detto...

ti devo assolutamente conoscere cazzo.. ho provato le stesse cose, stesse emozioni, è stato uguale. Ero pure io con mio fratello, pure io ho aspettato un tempo che non andava più avanti, anche io ho iniziato ad avanzare verso le transenne. Anche a me sembrava di averli visti da sempre, ma era la prima volta. Ho bisogno di parlarti, veramente.

bittervanilla ha detto...

Ho amato questo post.
Come AMO la band che risponde al nome di AFI.
Avevo 16 anni quando li vidi al Rolling Stone, li avevo conosciuti poco prima con Sing the Sorrow, poi Decemberunderground ha cambiato la mia vita.
Uno dei giorni migliori della mi vita. un giorno MERAVIGLIOSO.
Ora sto per fare 20 anni :)
C'ero anche io all'alcatraz.
Sono 5 anni ormai che fanno parte della mia vita..
Credo che siano la cosa più bella che mi sia mai capitata, mi hanno cambiato in talmente tanti modi che è impossibile descriverlo.
Gli devo quello che sono ora, non smetterò mai di ringraziarli per le risate, le lacrime, le corse a perdifiato, le ore di attesa sotto la pioggia, le grida, i pensieri..
Mi hanno trasmesso qualcosa che non avrei mai creduto possibile.. Credo che la parola corretta sia AMORE.
It's in the blood.

Cecilia.

ps: anche io ti parlerei volentieri :)redail

Veronica Mondelli ha detto...

Ragazze, che sorpresa i vostri commenti!
E' bello sentire che c'è qualcun altro, oltre me, che va pazzo per gli AFI. Condividere con qualcuno il mio amore per loro è qualcosa che mi manca!
A Milano ero davanti a loro, mi hanno fatto piangere, mi hanno emozionato e ogni volta che ci penso ancora adesso mi vengono i brividi. Ho fatto più di 500 chilometri di strada per vederli e ne farei anche un milione!
La loro musica mi ispira ogni giorno ed è SEMPRE la colonna sonora di ogni mio umore e sentimento.
Che bello avervi conosciuto, anche se solo via web! Grazie!