Toy Story 5
In Toy Story 5 arrivano i dispositivi digitali: Lilypad è la versione giocattolo di un qualsiasi tablet. La si può usare per giocare a dei videgiochi e per chattare con le persone dall’altra parte dello schermo. “Gli “amici”. Ti ho chiesto l’amicizia sul social X è la frase forse più sentita da quando i social si sono diffusi. E Toy story 5 riflette proprio su questa parola. Non sul dispositivo in sé.
Il punto nodale è: la saga della Pixar ha sempre riflettuto su come gli oggetti vengono usati. Lo schema dei film è arriva il gioco nuovo; il gioco nuovo spaventa; se il gioco nuovo però viene usato bene non è poi così pericoloso. Che è un po’ tutta la storia della tecnologia dagli albori dell’uomo fino ad oggi. Prima c’era Woody; e poi è arrivato Buzz con i suoi pulsanti e il suo Verso l’infinito ed oltre. Oggi ci sono i tablet e non si può non confrontarsi con essi. Del resto, per tutto il film, sullo sfondo ma fondamentali, ci sono i genitori dei bimbi con il tablet, che fanno infinite call di lavoro al pc, che al pc sviluppano i propri hobby, che col telefono chiamano e videochiamano - nonché scrollano i social in maniera compulsiva per comprare quello che vedono sullo schermo.
Il punto qui non è che ogni tecnologia è cattiva; il punto è chi usa e come usa i dispositivi digitali. Tutto è neutro e tutto prende forma sotto gli occhi di chi guarda e le mani di chi manovra; inutile demonizzare: la tecnologia viene inventata e modifica inesorabilmente il rapporto degli esseri umani con il mondo. Mi chiedo sempre come fosse il mondo prima della scrittura… si passava il tempo disegnando sulle rocce? E quando hanno iniziato a circolare le prime scritture? E poi i libri? La gente è scappata alla prima proiezione cinematografica dei lumiere; la tv per molto tempo è stata vista come nemica della radio - che favoriva l’ascolto - ma, a sua volta, la radio è stata la nemica e l’assassina dei racconti o delle letture attorno al focherello familiare.
Di era in era tutto il nuovo è apparso malvagio, fino a diventare normalità, se non addirittura classicità, e a essere alzato a baluardo della vera cultura di fronte alle nuove diavolerie inventate.
La piccola Bonnie, la protagonista del quinto capitolo della saga, capisce bene cosa significa avere a che fare con le persone. Lo capisce attraverso Lilypad: chi è cattivo e bullo lo è dentro e fuori la tecnologia. Chi è davvero amico sa parlarti con un tablet e sa giocare con te nella vita fuori del tablet.
Se questa è la spina dorsale del racconto, ce ne è un’altra che corre parallela: ed è il concetto di condivisione. Siamo abituati, oggi, a identificare il condividere con l’atto di riportare contenuti su un social, contenuti che passando di profilo in profilo diventando virali pressoché all’istante, bruciando ogni concetto di scorrere del tempo. La condivisione, che nel film è anche quella social, è però anche altro: sono i giochi che passano di mano mano. Jessie, la sceriffa con le trecce rosse, passa da Bonnie alla sua nuova amica. Ma prima ancora era stata di una bambina, Emily, ora adulta, ora mamma. Jessie è un giocattolo che sembra “giovane” e attuale perché è passato di mano in mano e ha potuto ricominciare a vivere al passaggio di ogni generazione. Questo aspetto forse è stato quello più commovente: perché è quello che ho vissuto in prima persona. Le mie Barbie, quelle che ho ricevuto alla fine degli anni Ottanta e per buona parte dei Novanta, i loro vestiti, la loro casa, i loro mobili… oggi sono ancora qui e vivono nei giochi della mia peste. Ma ho capito proprio ieri il valore di questa cosa, guardando il film: non è stato solo un modo per “riciclare” giocattoli ancora in buono stato, ma per far rivivere ancora e ancora i miei giochi di bambina, nelle mani della cosa più preziosa che ho.

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