Salvezza

 C’è una cosa che mi sconquassa più di ogni altra, che mi spacca e mi attraversa come se non avessi protezioni: quando incontriamo gli altri per davvero. 

Nessuna facciata, nessun bisogno di doversi coprire dietro frasi di convenienza, regole sociali, saluti affettati, situazioni per cui metter su una maschera: e fare battute - e essere divertenti - e essere socievoli per forza - anche quando non si ha proprio niente da dire. Perché sì, diciamolo, non c’è sempre bisogno di parlare e dire cose, a volte si può stare in silenzio e stare bene uguale. No? Ricordo, appena entrata nella pre adolescenza, quelle situazioni sociali in cui occorreva per forza dover parlare. Spesso venivo presa in giro perché stavo sempre zitta - non sapevano che, magari, non avessi niente da dire; non sapevano che, magari, mi piaceva semplicemente ascoltare; non sapevano che, forse, stavo catturando tutto quello che avveniva attorno a me; non sapevano che, a volte, quel che dicevano gli altri mi portava a fare giri pindarici nella mi mente e che, spesso, mi perdevo in chissà quali sentieri. 

Dover parlare per forza conduce a discorsi vuoti; il parlare del più e del meno; uno sfoggio di chi sa e ha fatto più cose; pettegolezzi bassi e beceri, perché il pettegolezzo è l’unica cosa su cui tutti provano un po’ di brivido - e, in fondo, la gente sa essere cattiva con chi non ci ascolta.

A volte cade il silenzio, quello imbarazzato di chi non sa più cosa dire con chi, in fondo, non si conosce davvero e non si ha nulla a che fare. 

Tuttavia, mi sono accorta che si sta davvero in silenzio - parlo di un silenzio sincero e non imbarazzato - solo con le persone con le quali si sa comunicare anche attraverso i gesti, gli sguardi, i respiri. Con quelle persone con cui si crea l’atmosfera giusta. Di famiglia. Con mio marito spesso è così: sappiamo stare in silenzio e sostenerci ugualmente e sappiamo farlo perché ci siamo parlati davvero, a fondo, senza filtri, senza maschere, senza compromessi. 

Ecco: questo è ciò che intendevo nelle primissime righe di questo mio scritto. La cosa che mi sconquassa più di ogni altra è saper comunicare con l’altro in maniera vera, anche estrema, quella senza filtri, fatta di fiducia e di comune sentire. Quando si abbassano le difese, quando scemano e sono inutili tutte le figure retoriche e le regole del bel parlare; quando le parole che si dicono sono finalmente quello che sono e non filtri per coprire non detti e celarsi. 

Da tempo mi rendo conto di non riuscire a vedere più gli schermi tra una persona e l’altra. Sono esattamente due anni e da due anni tutte le sovrastrutture mi sembrano grandissime banalità.

È stato un mese lungo e difficile. Terribile e per certi versi magnifico. Ho perso una cara amica, di quelle con cui parlavi davvero - o con cui stavi in silenzio per davvero. La sola cosa davvero positiva è che posso condividere questa perdita con altre due amiche con cui parlo e sto in silenzio senza dovermi nascondere.

Ho sentito centinaia di bambini delle elementari intonare, senza essersi mai visti prima, in un perfetto unisono e con una forza vocale sorprendente, i cori dell’Aida in uno dei teatri più belli di Roma. Ho visto genitori di questi bimbi vestirsi con eleganza, per portare rispetto al luogo, all’evento, ai propri figli. Non c’è stato bisogno di parlare: lì si è insinuato nelle vene quel tutto che solo la musica e l’arte sanno dare.

Ho visto mio nipote guardare la madre con gli occhi sorpresi, innamorati, in estasi di chi sa che solo con un battito di ciglia e un gorgogliare ingenuo è accolto e capito. 

Ho parlato a lungo con una mamma che, piangendo, mi ha trasmesso tutto il suo dolore e tutta la sua fragilità, l’ho sentita a fondo, l’ho sentita davvero, ho pianto con lei, mi sono scusata per non essere in grado di saperla rasserenare: ma ho capito che solo con quel comune sentire del non detto tra le parole ci stavamo rasserenando e sentendo e capendo. 

Purtroppo, mi trovo impreparata di fronte a questo sentimento nell’arte: tutta l’arte parla senza dire, ti parla dentro senza che quel detto sia per forza razionalizzabile; tuttavia non riesco a trovare un’opera che sappia con così tanta crudezza spogliarsi di tutte le sue regole. Forse Kirchner? Forse i tagli di Fontana? Non saprei. Al momento, mi risuona insistentemente nella testa uno dei passaggi più belli del libro di Daniele Mencarelli Tutto chiede salvezza: 


Dall’alto, dalla punta estrema dell’universo, passando per il cranio, e giù fino ai talloni, alla velocità della luce, e oltre, attraverso ogni atomo di materia. Tutto mi chiede salvezza. Per i vivi e i morti, salvezza.


Forse, sentirsi con gli altri in modo così diretto e senza filtri è l’unica nostra salvezza. 



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