Splendere
Pare che Fidia abbia impiegato ben mille chili d’oro per realizzare l’abito, l’elmo e lo scudo della sua Athena Parthenos - la statua di dodici metri posta all’interno della cella del Partenone - e ben dieci anni di lavorazione.
Athena venne letteralmente ricoperta d’oro. Non solo: le parti nude del corpo della dea - volto e braccia - erano realizzate in avorio.
La figura di Athena doveva essere imponente, ma doveva anche brillare. Atene usciva vincitrice da un periodo durissimo; Pericle raccolse le macerie di una città che, pur rasa al suolo dall’esercito persiano, era riuscita a vincere. Perché la Grecia, ma soprattutto Atene, vince sempre: vince con la sua bandiera fatta di saggezza, di razionalità chiara e limpida che riesce in ogni caso, anche nella sconfitta, a sovrastare tutto ciò che è barbaro e mostruoso.
Oggi ci sono solo riproduzioni, piccole copie di quella che deve essere stata l’opera più grande di Fidia, l’Atena del Partenone. Così come rimangono soltanto lacerti di tutta la decorazione scultorea del Partenone, frontoni, metope, fregio continuo.
Il tema della sapienza ateniese, della forza mentale ateniese, della cultura ateniese, si aggancia e si lega nelle varie porzioni architettoniche del Partenone, un vero e proprio trattato filosofico in marmo. Sui quattro lati esterni del tempio, nel fregio dorico, si alternano le narrazioni della battaglia dei Lapiti contro i Centauri, della guerra contro Troia, della battaglia degli Dei contro i Titani, della battaglia dei Greci contro le Amazzoni. Amazzoni, Titani, centauri, troiani: tutti mostri, tutti un mondo altro rispetto alla perfezione e alla luce ateniese. I due frontoni, altissimo momento tecnico, pura vibrazione estetica, raccontano la nascita di Atena dalla testa di Zeus e la contesa tra Atena e Poseidone per il dominio sull’Attica - e quindi su Atene. Atena portò in dono un ramo d’ulivo agli ateniesi, Poseidone il cavallo. E gli ateniesi non ebbero alcun dubbio: l’unica cosa che davvero distingue gli uomini dalle bestie, l’unica cosa che mantiene l’equilibrio esatto della mente, che ci rende moralmente e eticamente integerrimi è la saggezza. La lucidità mentale. Un programma iconografico complesso e che ritroviamo di tempio in tempio nella grande acropoli ateniese; un programma che conduce solo e soltanto a un argomento: se Atene (e la Grecia) ha vinto contro Serse è perché ha saputo contrapporre alla bestialità la razionalità. La razionalità vince sempre - e su tutto.
Eppure, i greci sapevano bene che bastava pochissimo per cadere al di fuori del cerchio in cui l’uomo doveva stare. Sapeva bene che l’uomo era anche un pozzo di oscurità e che tutta quella razionalità aura e splendente di Atena era il risultato di un esercizio complesso e continuo di corpo e mente. E sapevano che anche l’oscurità va allenata, affinché non sia poi un’ombra che avvolge la mente dell’uomo senza freni e senza speranza alcuna.
Apollineo e dionisiaco diventano così gli elementi attorno a cui ruota gran parte della cultura greca. Ci sono divinità splendenti e divinità oscure. Durante le feste dionisiache, le menadi (da mainomai, essere folle, furioso) raggiungono così alterati della propria coscienza da ballare in maniera forsennata e poi scappare nei boschi, uccidere piccoli animali e bere il loro sangue.
Oggi, ovunque si guardi, tra i social, i messaggi motivazionali, i buongiorno che ti arrivano via chat da chiunque, si esorta a mostrare il lato apollineo più che a viverlo davvero. C’è una patina che abbatte tutto. Il dionisiaco è cancellato. Questo perché la patina è un filtro e quella perfezione fisica che i greci tentavano di raggiungere attraverso un imprescindibile connubio di mente e corpo, di bello e buono, oggi è solo un’immagine sbiadita uguale a quella di tante altre.
Non lo dico con immodestia, ma con un principio di realtà estremamente radicato in me: credo di averlo vissuto davvero, l’apollineo. In quegli squarci limpidi come il cielo in alta montagna o come il barlume del sole sul mare a ferragosto - lì l’ho visto. E l’ho visto perché ho capito cosa significa andare giù. Il 2026 è iniziato con il botto. È nato mio nipote. Una piccola vita che si affaccia e ci dà il privilegio di ricominciare tutto da capo. La mia peste è tornata di nuovo nell’astronave, dopo tanti giri elettrici nella sua testa: eppure, anche lì, provato il mainomai delle menadi, ho capito che avevo un dono tra le mani. Quello di avere questo piccolo, gigantesco miracolo splendente, dal sorriso luminoso, dalla curiosità solare e dallo sguardo aureo. Questa consapevolezza è l’unica cura contro i mostri.
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