Arcane - stagione 2


 

Credevo di poter porre fine alle sofferenze del mondo, ma una volta risolta ogni equazione, tutto ciò che restava erano campi di solitudine senza sogni. Non c'è prezzo per la perfezione, solo la fine dell'inseguimento.


È questa una delle battute più significative poste a chiusura della seconda stagione di Arcane

Il concetto di perfezione permea entrambe le stagioni, ma ci accorgiamo solo alla fine della seconda che il medesimo concetto era continuamente minato dal fascino dell'imperfezione più pura. 

La trama è complessa e in me la comprensione di molte dinamiche è avvenuta soltanto dopo due visioni di entrambe le stagioni di Arcane, la seconda compiuta ravvicinando le puntate, senza lasciare alcuna pausa, e assorbendo l'intero arco narrativo nel giro di tre giorni: solo così si comprendono eventi alla fine della seconda stagione e che erano stati seminati addirittura nelle prime puntate della prima serie. Questo mostra la complessità dell'incastro narrativo: ma, a ben guardare, la semplicità, alla fine, si dipana chiarissima. 

Qual è, in fondo, il nucleo che rimane a fare da minimo comune denominatore in tutte le scene, in ogni momento? La ricerca di una perfezione assoluta, che sia la magia al servizio della scienza, la magia al servizio della guerra, la magia al servizio della morte, della vita, dell'uomo. Tutti i personaggi, egoisticamente o sventolando idee più alte, inseguono il mito della perfezione; tutti, tranne uno.

Jinx. 

Jinx sta lì, con la sua dicotomia interiore, con i suoi soliloqui folli, con il suo passato spezzato e dolorosissimo; con le sue perdite, scandite in più momenti, prima i genitori, poi il padre adottivo, poi la separazione durissima dalla sorella, infine quella ancora più disturbata da Silco. Anche fisicamente Jinx si presenta come una contraddizione vivente, i colori che porta addosso, i tatuaggi, i capelli, le unghie laccate con colori diversi e tutte sbeccate, gli anfibi enormi in cui è infilato un corpo esile eppure elastico, fortissimo, resistente. Jinx diventa la perfetta metafora di tutte quelle vite interrotte che continuano a vivere piene di ricuciture, persone che diventano per forza di cose sbagliate ma che, ad una occhiata più attenta, appaiono giustissime. È contorta, esagerata, piange mentre ride e nasconde sempre una risata amara e sarcastica nel pianto più estremo. Eppure ci appare perfetta.

L'animazione sembra fare altrettanto: non parlerò di tecnica, ma solo dell'estetica e di ciò che essa comunica. Le pennellate sporcano lo schermo; le luci intermittenti sono fastidiosissime; i movimenti dei personaggi scorrono veloci, a tratti velocissimi - poi tutto si espande con dei ralenti esagerati e barocchi. La musica martella: ogni inizio puntata è costruito come fosse un videoclip; parte la canzone e il ritmo dei movimenti, il fluo dei colori si accende o si spegne, fino a diventare scheletrico bianco e nero. Ci si ritrova dentro una centrifuga. Il cervello e tutti i nostri sensi sono acuiti e sballottati, a volte si perdono dietro a tanta pienezza. Eppure.

Eppure la sensazione è quella di una perfezione mai raggiunta nella storia dell'animazione. Arcane ti risucchia nel suo caleidoscopio, alcune scene sono veri e propri viaggi psicotropi. Ne esci stordito. Sfiancato. A tratti annullato. 

E tuttavia, sotto tutti questi strati di rumore, ti arriva vero e reale, come una lama, tutto il dolore delle due sorelle, Vi e Jinx, che si amano e si odiano e sono costrette a vivere lontane, a vivere la separazione e la mancanza. Inutile il tentativo di ricostituire la famiglia: non può esserci un finale perfetto, in questa storia. Perché la perfezione porta ad un mondo senza sogni e destino dell'uomo è inseguire quella perfezione senza mai raggiungerla. 

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