Odissea
“Com'era il canto delle sirene?”
"Esattamente come vorresti che fosse e poi come tutto quello che non vorresti aver mai desiderato.[...] Ti dice che ciò che desideri di più è ciò che più non puoi avere e che il massimo che non puoi avere è ciò che già avevi e che hai perso. Era il canto di tutte le promesse che non ho mantenuto. E mi ha detto che non voglio davvero tornare a casa."
L'imbarcazione di Ulisse passa accanto all'isola delle Sirene. Le mitologiche creature non si mostrano. Ne viene appena accennato un profilo, in un controluce magico e bellissimo. Il loro canto non si sente. Si avverte una musica, piena di dissonanze, lo stesso tema musicale che poi partirà quando Ulisse incontrerà Penelope, attraverso una grata. Ulisse è legato all'albero della sua nave. Urla. Ma il suo urlo è attutito. Il tema delle Sirene soffia sul mare; in voice over, Ulisse recita le parole che ho riportato sopra. E qui è tutto il nucleo dell'Odissea di Nolan.
Nolan ha tra le mani una delle storie più longeve e meglio riuscite della letteratura mondiale. Eppure sbagliare, con un testo simile, è facilissimo: tanti sono stati gli adattamenti dell'Odissea e i più sono apparsi estremamente didascalici. Nolan, invece, a mio modestissimo avviso, rimane fedele all'Opera ma la rende nuova, la svecchia e, in modo essenziale e malinconico, la rende finalmente vera.
Reale.
Emerge tutta la realtà di una civiltà antichissima e per certi versi ancora avvolta nel mistero. Una civiltà violenta, rozza, narrata attraverso spargimenti di sangue continui - eppure elegante, sincera, schietta, priva di sovrastrutture. La religione, l'arte, l'architettura, qui, non appaiono come costrutti al limite del finto - come spesso è stata narrata, nel corso della Storia, la cultura greca - ma appare per quello che è: una cultura solida eppure fragile, nata in un tempo e in un luogo precisi, mescolata perfettamente alla natura, al mare, ai profili brulli delle isole. La prima operazione di Nolan è questa: niente marmo bianco, niente oro, nessuna divinità altezzosa e onnipotente che scende dall'Olimpo volando, nessuna immagine della Grecia patinata e "turistica".
In questo contesto, Nolan inserisce il personaggio di Ulisse. Il migliore mai costruito. Si tratta di un Ulisse scaltro, indubbiamente. Ma non è l'Ulisse astuto e strafottente che siamo abituati a pensare. È un Ulisse innanzitutto fragile. Rotto. Interrotto. Un uomo che ha speso la sua vita, gli anni più belli, a combattere la guerra di qualcun altro. Una guerra con un obiettivo preciso che si allontanava sempre più e che sfumava all'orizzonte. L'obiettivo non era neppure quello di riportare Elena a casa. L'obiettivo era vincere. Perché vincere avrebbe messo fine a quei dieci anni insopportabili su una spiaggia. Vincere lo avrebbe riportato a casa. Cosa, però, non va? Cosa interrompe davvero Ulisse? Cosa lo distrugge? Cosa lo allontana davvero da casa?
Lo scopriamo piano piano. Entrando nel racconto. Che Nolan divide in tanti racconti dentro il racconto - rimanendo tuttavia lineare e chiarissimo. Ulisse è in un paradiso: quello di Calipso. Si droga di fiori di loto. Mare e spiaggia d'oro a perdita d'occhio. Accanto a lui una Calipso meravigliosa. Eppure qualcosa non va. Raccoglie dalla spiaggia i resti della nave con cui ha naufragato. Li raccoglie e li unisce come può, cercando di ricostruire la tela sfrangiata e distrutta della sua vita. La ragnatela dei ricordi si ricompone pianissimo; la nave è il filo conduttore. La nave è ciò che lo ha fatto viaggiare, della carena di una nave è composto il ventre del cavallo di Troia. Il cavallo, non a caso, arenato sul bagnasciuga. L'esercito acheo arenato dieci anni sulla spiaggia fuori Troia. Ulisse arenato sulla spiaggia di Calipso e arenato sulle spiagge che incontra nel suo lungo viaggio verso casa. Ulisse, alle prese con il suo personalissimo deserto dei Tartari. Il destino dell'uomo: non arrivare mai.
Cosa non va in Ulisse? Cosa capisce, quella notte, a Troia?
Uscito dal cavallo e aperte le porte della città, a guidare l'esercito acheo si staglia l'immensa figura nera di Agamennone - che noi non vedremo mai in viso. Ulisse sta combattendo per lui. Segue lui. Lo segue tra le fiamme di Troia che cade. Ma poi Ulisse lo perde. Perde di vista il grande elmo nero di Agamennone. Rallenta il passo. Mentre tutti combattono, Ulisse cammina, finalmente apre gli occhi. Capisce.
Capisce che la sua vita è il tentativo di un eterno controllo degli eventi. Che vuole essere al pari di un dio. Capisce che in realtà, l'uomo, per quanto voglia controllare gli eventi e gli obiettivi della sua vita, è in balia degli stessi. L'uomo fa e disfa il suo destino, gli dei non ci sono, non esistono, sono solo nomi: eppure, nel fare e disfare, tutto il caos e l'ignoto irrompono e distruggono la tela che l'essere umano sta tessendo attorno a sé. Ulisse capisce anche che, se l'uomo si ferma a guardare cosa ha fatto, il rischio è quello di vedere il nulla. Il cavallo brucia. L'equipaggio, pian piano, muore. La nave va in pezzi. L'obiettivo si smarrisce: Agamennone, l'uomo senza volto, svanisce; Ulisse capisce di aver combattuto per il nulla, se non per l'assoluta distruzione di una civiltà: la visione di Atena lo perseguita. Ma capiremo che Atena, in realtà, non è Atena: è il senso di colpa che lo divora.
Il senso di colpa. L'eroe travagliato che diventa antieroe e che alimenta il suo senso di colpa con paure, follie e altri sensi di colpa: i mostri che Ulisse affronta non hanno volto o ne hanno uno irriconoscibile e deturpato o sono canti che provengono da corpi invisibili o sono deformi e informi come Scilla o profondità indicibili come il vortice di Cariddi. L'unico faccia a faccia reale, vero più di ogni altra cosa, è l'incontro con i morti dell'Ade. Nolan costruisce questo incontro su una spiaggia. Pochi colori. Tante ombre. Panoramiche enormi stagliano contorni neri e nitidi. Ulisse e il suo equipaggio di vivi di fronte a un esercito di morti. Di fatto, un riflesso. In quella scena è come se Ulisse guardasse in uno specchio e vedesse se stesso e tutti gli sbagli che ha fatto. Ulisse fugge dai morti. Fugge dai sensi di colpa. Ma non può fuggire dal senso di colpa più grande che si porta dentro: quello di aver sprecato venti anni della sua vita, di non aver visto crescere suo figlio, di non aver potuto amare sua moglie per andare a combattere una guerra non sua e in cui l'obiettivo si è perduto.
Nolan, su questo, è lacerante. Il ritorno a Itaca è dolorosissimo. Qui, il regista pennella appena un po' Ulisse di eroismo: il vecchio sa ancora combattere. Ma è, appunto, vecchio. Ha perso la casa, perde subito Argo, ha perso la crescita di suo figlio, ha perso gli anni più belli. Matt Damon, a Itaca, recita chiuso dentro un pesante mantello che gli copre il corpo e il volto. Recita con la postura. Grandiosa e distrutta ad un tempo. Regala a noi spettatori tutta l'angoscia dell'approdo. Ciò che più desideriamo è quello che già abbiamo avuto e che più non possiamo avere. Inseguire la vita senza viverla.
E allora ecco che per l'eroe vagante, per le anime smarrite e sempre pellegrine, il destino non può che essere uno solo: il viaggio. Ma stavolta il viaggio è consapevole: stretto al proprio amore, Ulisse insegue il sole che sfugge sperando che la civiltà che lui stesso ha contribuito a distruggere possa un giorno risorgere in una bellezza e in una grandezza folgoranti.
Il resto è Storia e in gran parte Mito. Quello che ci rimane addosso è la vita di un uomo che vuole controllare il destino, che sbaglia, che si lascia andare, che perde tutto, che raccoglie i pezzi e continua a viaggiare. Quello che ci rimane addosso è un profondo, reale, stupendo e malinconico senso della vita.
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